La schiuma bianca batteva contro le fiancate del battello che ora con energia e ritmo aveva preso la sua massima andatura…
Ci fu uno scalo nel piccolo porto di Y che consentì a Gregor e Catalina di proseguire verso l’estremità dell’isola ancora più a sud. Gli ultimi chilometri per raggiungere il porticciolo secondario di Y furono complicati. Il delta del fiume pieno di anse e meandri da assecondare aveva richiesto attenzione anche all’esperto marinaio che conduceva la voadeira. La stessa difficoltà aveva fatto la sfortuna commerciale e la fortuna turistica dell’isola. Insenature su insenature ombrose e ingombrate da filamenti di radici con l’acqua verde petrolio impenetrabile, compatta e senza riflessi, e poi gli argini lussureggianti e rigogliosi dove per tante ore del giorno arrivavano i raggi del sole che donava verde lucente e dava energia ai naviganti che osservavano quelle sponde.
La posada l’aveva prenotata Gregor attraverso un complesso giro di telefonate grazie alla intermediazione di amicizie occasionali e superficiali tali da non rendere affatto scontato che tutto andasse a buon fine. Ora erano finalmente arrivati a destinazione. Fu per questo che una volta raggiunta la casa si sorpresero che ci fosse qualcuno disposto a ratificare la serie di accordi uno più vago dell’altro presi una settimana prima.
Era una graziosa casetta di due piani decadente quanto basta per sedurre il gusto di un turismo spensierato e in cerca di esotico e folclore ma che non vuole guardare i problemi del luogo perché non li sente propri.
Gregor e Catalina avevano affittato il piano terra che poteva contare anche su un cortile ampio in condivisione con altre case. Un grappolo di cubi bianchi con a ridosso diversi rigogliosi banani, ristoro nelle ore più calde della giornata.
Il loro cubo era separato dagli altri cortili da un muretto, trenta quaranta centimetri di altezza, intonacato bianco come tutto il resto. Più che a ribadire il concetto di concupiscenza della proprietà privata che spesso in molte parti del mondo certe divisioni suggeriscono, il muretto basso proponeva un’ulteriore occasione di convivialità: ci si poteva sedere a fine giornata per chiacchierare tra vicini, o usarlo, due giocatori a cavalcioni, per una partita di backgammon.
Il proprietario o il sensale, consegnò un’unica chiave nuda senza aggiungere altro. Senza dare spiegazione se non quella di indicare i due vani direttamente dall’ingresso senza nemmeno entrare.
Nel cortile di lì a poco si sarebbe svolta una festa che prevedeva musica dal vivo. Arrivarono tre uomini smilzi a torso nudo e le vene turgide sui bicipiti e gli avambracci, a Gregor sembrarono anziani pescatori ma potevano essere anche contadini isolani appena quarantenni. Si misero a collegare dei cavi elettrici a delle enormi e decrepite casse acustiche. Due cavi elettrici eletti misteriosamente tra tanti altri, notarono stupiti sia Catalina che Gregor, finirono dissociati da un groviglio per essere collegati con altri due che pendevano da un robusto palo di legno. Probabilmente da quella matassa dipendeva l’energia elettrica della zona se non dell’intera isola.
Ora tre donne mulatte circondate di bambini piccoli si disposero sedute sul muretto basso, lo stesso su cui poco prima era caduta l’attenzione di Gregor.
Arrivarono delle percussioni, un quinto, un conga, un tombadora, due bonghi, un recoreco e due maracas: sembrava facessero sul serio. A sistemare tutto l’apparato acustico ci pensarono tre giovani rasta, probabilmente i congueros. Allo sguardo curioso di Catalina e Gregor sfuggì l’improvvisa apparizione di un grande catino di plastica celeste con dentro il ghiaccio e una ventina di bottiglie ambrate di cerveza locale che qualcuno aveva posato a pochi passi da loro. Nel frattempo, uomini e donne, giovani e meno giovani, uscivano dal riserbo in cui si erano confinati, e iniziavano a cantare e a muoversi, non ancora a ballare veramente, ma un preludio, qualcosa che li avrebbe di lì a poco portati a farlo. Gregor e Catalina entrarono in casa. Attraversarono lo stipite di legno della porta d’ingresso, superarono una tenda, una ex rete da pesca con ancora attaccati i galleggianti di sughero.
I posti nuovi che ci rendono, con i dubbi che suscitano, consapevoli dei nostri limiti, esattamente come i luoghi conosciuti ci tranquillizzano.
La stanza era ordinata e pulita. Dentro, profondamente dentro sé, Gregor riconobbe la vecchia miseria fredda delle sagrestie paesane familiare ai suoi antenati e giunta fino a lui per qualche conseguenza emotiva della sua infanzia o genetica. Dal pavimento saliva un profumo di detersivo povero. Scarna ed essenziale mobilia nella stanza. Un letto matrimoniale di un legno massiccio color marrone scuro faceva ingenuamente il verso allo stile della mobilia dell’ottocento spagnolo, ma la scarsa qualità ne ostacolava ogni possibile reale associazione, molto probabilmente proveniva da un modesto appartamento cittadino del continente dove era divenuto inadeguato ed era stato trasportato rocambolescamente sull’isola. Ai lati due penosi comodini in rattan scompagnati dalla struttura del letto. Sopra la spalliera del letto, forse pendant del pesante comò di legno, una stampa del Cimabue con Gesù in croce contro un cielo cobalto con le stelle dorate, era in una cornicetta esile e benediceva gli ospiti della stanza. Sul comò, impolverate, due candele rosse di plastica attaccate a un filo elettrico pendulo con l’aria di non funzionare più da molto tempo, avrebbero dovuto riprodurre grossolanamente la finta tremolante fiamma e si sarebbero dovute illuminare tetramente. Appesa al muro, sopra i due finti moccoli morti come i morti che avrebbero dovuto onorare con la loro fioca luce eterna, padroneggiava, padroneggiava non è esagerato, una grande foto incorniciata in un greve legno scuro. Era stata eseguita con tecnica precedente alla pellicola. Rappresentava un uomo e una donna molto giovani, nonostante non lo sembrassero, in uno sfondo grigio, una specie di nuvola, privo di vita e riferimenti naturalistici. Solennemente immortalati in quella giornata memorabile nei loro abiti migliori, erano entrambi in posa rigida. Tra loro a separarli da un possibile contatto, oppure solo a titolo ornamentale, una nuda sedia semplice escamotage scenografico di un fotografo bigotto e manierato, ossequioso del rigore ottocentesco, la cui sensibilità artistica era in grado di riprodurre una tristezza buona soltanto per il popolo. Dagli occhi intimoriti verso il fotografo usciva un lampo scettico e ostile: la vanità di quella posa che per qualche minuto era stata imposta loro.
Dormirono insieme. Fecero sesso per la prima volta, poco vigore. Catalina poiché si era da anni consegnata all’esclusiva pratica solitaria della masturbazione era totalmente priva di esperienza sul campo. In certi momenti le sembrò di guardarsi da fuori mentre Gregor, sopra di lei, cercava di rimanere concentrato, ansimando vicino al suo orecchio. In quell’occasione Catalina sentì di nuovo l’odore del corpo di Gregor. Di nuovo la fragranza vetiver che lottava contro leggeri picchi di sudore acido e iniziava a esaurirsi dopo una intera giornata. Aveva avuto già modo di sentirla più incisiva mentre ballavano spalla a spalla durante la festa e anche durante il giorno quando la circostanza li aveva messi vicini. Chissà cosa aveva determinato la prima fessura, per entrambi, appena finita la festa, appena entrati nella loro casa, una stanza a pochi metri dai bonghi e dai tamburi che ora erano silenziosi e incustoditi in un angolo là fuori. Dormirono poco nonostante la stanchezza del viaggio, la birra e la marijuana. La festa allegra e chiassosa fino a tarda notte li aveva intrattenuti ed esonerati da ogni pensiero su sé stessi e ora che si era spenta lasciava l’intero isolato e loro due, come corpi chiusi in un cupo silenzio. Se ne stettero distesi vicini, irrigiditi dai loro pensieri senza toccarsi, appena distanti, sopra il letto a guardare il soffitto. Quel soffitto che con la luce del giorno sarebbe apparso loro di un bianco abbacinante, ma che ancora non avevano avuto modo di apprezzare alla luce del sole e quindi, ora nella penombra della notte era un qualsiasi soffitto da fissare nell’insonnia. Un dormiveglia dove cercavano di farsi fare compagnia dai rumori della strada che iniziavano timidamente ad arrivare. Uno strano conforto che giungeva dai versi nervosi dei pappagalli insonni, dai rospi e dagli altri animali che là fuori a poche decine di metri da loro animavano la notte tropicale, e ora nelle loro tane si guardavano intorno con gli occhi impauriti nell’ancestrale diffidenza dei predati o rossi nella famelica ferocia dei predatori. Quando per qualche secondo là fuori tutto tacque Catalina uscì dall’astrazione delle sue riflessioni per ricongiungersi concretamente con il suo corpo, per potersi sintonizzare con il sangue che le scorreva dentro e con i battiti del suo cuore inquieto.
Lui le toccò un braccio, un movimento involontario dell’inconscio fino a quando con le dita abbozzò delicatamente una carezza esprimendo così una volontà. Catalina si ricordò del momento nel bel mezzo della festa in cui lui le aveva messo una mano sulla guancia mentre vicino a loro due una coppia mulatta si scatenava in una danza forsennata fomentata dai percussionisti che picchiavano invasati sulla pelle tesa dei tamburi. Una sensuale e violenta scena tribale. Nella forza belluina di quella scena che le si era mostrata e nella propria rigida compostezza riconosceva tutta la diversità che la separava da Gregor. Il senso dell’estraneità che aveva intuito e che ora provava le stava risalendo. Cosa condividevano? Desideri, sogni. Cosa? Domande che affiorano dal suo inconscio solo come curiosità, fatte per abbondanza del cuore e paura di stare in silenzio. Ora che erano sottratti alle tensioni emotive, anche solo quelle di natura pratica, l’organizzazione del viaggio, l’isola da raggiungere, i paesaggi nuovi che apparivano improvvisi da guardare, sorprendenti e spettacolari che stupivano e saziavano gli occhi, quali desideri più nascosti erano disposti a confessare?
Prima la festa con l’epicentro davanti alla loro abitazione che li aveva accolti appena arrivati, poi il sesso che entrambi avevano consumato quasi solo con i nervi, senza il telaio emozionale che aveva supportato gli ultimi due giorni passati insieme. E ora cosa rimaneva?
Si erano scambiati sguardi d’amore, ma segretamente, ognuno se li era coltivati dentro di sé. C’erano stati i loro passi, le loro recenti conversazioni, le sfide emotive complici, silenziose, con lo sguardo, poi si erano ritrovati improvvisamente stanchi ed estranei. Quell’impercettibile nausea che li aveva accompagnati fino a letto, nello stesso letto per la prima volta, era diventata nel corso della veglia uno squarcio senza fondo al cui interno angoscia e smarrimento si gonfiavano fino a togliere il fiato. E li metteva distanti senza quell’empatia che era stata necessaria a portarli fin lì. Catalina non capiva cosa avesse determinato questa distanza esattamente come le sfuggiva perché si erano avvicinati così tanto. Non c’era stato un litigio, una incomprensione così come non c’era stata un’emozione speciale. Tuttavia, nonostante lo stato di angoscia in cui era giunta, ciò che le rendeva possibile trattenersi in quella stanza era un residuo di complicità che ancora non si era dissolto completamente.
Aveva seguito Gregor, era tutto? Non lo sapeva. Era felice Catalina di sentire che qualcuno avesse bisogno della sua presenza. Avvertiva per la prima volta di essere necessaria - se non proprio necessaria qualcosa di altro che non riusciva a capire - e questo accendeva in lei un nuovo sentimento, ed era una fitta che la emozionava. In tutte le notti che aveva passato da sola nel suo lettino singolo, austero come un giaciglio di convento, non aveva mai pensato alla sua solitudine, a come si fosse consegnata a essa, se fosse frutto di una vocazione, una ricerca assurda e meticolosa, una malata ambizione, o un isolamento cieco subìto e determinato dagli altri. Pensò improvvisamente che fosse diventata adulta. Le sembrò ridicolo e scacciò quel pensiero.
Ebbe paura di morire da sola, a casa sua, nella sua squallida stanza senza aver mai visto troppe cose ma le poche necessarie e insufficienti a rendere felici. Proprio ora che prendeva debolmente vita l’idea che la felicità non fosse più impossibile. Un piccolo pesce caparbio nuotava solitario nel suo acquario, ogni giorno sempre uguale ma sempre diverso perché senza memoria, si vedeva minuscola in un golfino di lana grigio, con la gonna lunga, nuotava scalza, inutilmente, senza senso dentro un’ampolla di vetro colma di acqua limpida.
Le tempie ora le pulsavano forte sotto un fragile strato sottile di cute che sembrava cedere da un momento all’altro alla pressione del sangue. Era tenuta sveglia da questi pensieri febbrili. Una irrazionale paura le gonfiò il petto e fece pressione nel cuore che però difendeva timidamente e dolorosamente le sue inedite ragioni. Invecchierò senza la forza necessaria, morirò con un peso insostenibile, qualcosa di importante che avrei dovuto capire ma non ho capito. Senza una direzione da percorrere e ancora prima da scegliere. Nessuno che mi ricorderà in una preghiera. Erano le sue sentenze. Era stata la sua esistenza una grigia pietra insulsa, lasciata alle intemperie, capace di crepitare sotto i raggi del sole e farsi scivolare sopra l’acqua durante i diluvi. Era una donna che lottava, che cercava di chiarire a sé stessa con inaspettata brutalità ciò che la faceva star male. Cercava di imparare. Null’altro.
Fuori, rinvigoriti dal riposo, spaventati dal buio e dalla forza primitiva della notte, un cane e un altro gregario che gli andava dietro, di sicuro una taglia piccola, abbaiarono rincuorati dal primo chiarore. Poco lontano da loro, oltre un gruppo di case, dentro una vasta e fitta macchia di alberi che si spingevano fino alla spiaggia di sabbia bianca, frusciarono le fronde dei teak e appresso i giovani fusti di bamboo con un fischio improvviso prolungato e cupo. L’umidità rilasciava l’odore della vegetazione ed entrava nella loro stanza dalla finestra aperta.
Anche il vento si era alzato sopra al mare non lontano dalla riva, dove vigeva un silenzio denso, sconfinato, fatto di preistorica solitudine. Aveva scaricato parte della sua forza placida strusciando la superficie dell’oceano, increspandolo di leggera schiuma bianca fino alla riva dove sulla sabbia era conficcata in fila una linea di palmizi. Le fronde più ampie vibrarono, un sussurro, e poi con sempre meno forza, con l’inerzia, quella folata proseguì verso l’interno fino a spegnersi e a perdersi misteriosamente in un luogo impossibile anche solo da immaginare.
Catalina si girò su un fianco nel suo sonno leggero, qualcosa che non aveva ancora un nome le impediva di prendere sonno e la faceva stare lì con gli occhi spalancati. Lo guardò sul letto. Gregor era scomposto come se il sonno lo avesse preso di sorpresa, un corpo pallido senza vita ma intatto e forte non abbandonato dal prestigio che gli derivava dall’essere un ragazzo borghese e colto. Sul viso si era stampata una smorfia. Le parve che soffrisse in silenzio, era prono, aveva un braccio piegato sotto la faccia e l’altro allungato sopra le spalle. La barba, la barba chiara imponeva al viso una durezza effimera che sarebbe crollata con l’azione mattutina del rasoio. Ora le ombre che si erano infittite intorno a loro due e nell’intera stanza le rendevano difficile fare altre considerazioni su quel corpo inerme. Ebbe voglia di toccarlo, sfiorarlo con le dita, pensò come una scommessa che farlo potesse renderle indelebile il ricordo di quella notte oppure cancellarlo del tutto. Una tensione costante tra il bisogno di possedere e la volontà di restare liberi. Il lusso di farsi consolare dal destino. Non fece niente, rimase immobile in quei secondi di indecisione, come un cane mite privo di difese capace solo di obbedire a un padrone cattivo. Improvvisamente i suoi pensieri collassarono senza aver prodotto nulla, un avvicinamento o un allontanamento. Cercò il conforto dei numeri e pensò di contare fino a cento e anche oltre se fosse servito. Si assopì lentamente, stremata. Si svegliò disorientata tra la mobilia sconosciuta, con la luce che aveva iniziato a occupare il buio vuoto della stanza, realizzò dove si trovava. Fuori intanto la prima sbiadita luce rosa si allargava sull’emisfero occidentale.
Non c’era una sedia uguale all’altra. Tutto intorno a loro due, alle loro essenziali prerogative emotive, sembrava seguisse la ferrea regola dell’anarchia. E poi una mestizia da far piangere. Erano la loro carne, il loro respiro, i loro umori, lo sperma secco sul triangolo villoso del pube di Gregor, il sudore che invadeva ogni cosa, a rendere credibile quella stanza, a farla esistere coerente con il mondo fuori, concretizzarla come una possibile camera da letto. La stanza era tiepida, Gregor al contrario di Catalina aveva rinunciato a coprirsi con il lenzuolo candido e ruvido ed era mezzo nudo. Catalina guardò i propri sandali in fondo al letto, uno era capovolto, le sembrarono tristi e abbandonati, oggetti morti, distanti da lei e dai suoi piedi che li avevano a lungo calzati, senza speranza che qualcuno potesse calzarli ancora, rivendicarli utili. Il buio era completamente sparito e la luce si era tirata dietro la protezione illusoria della realtà e i falsi confini che la separano dalla sua rappresentazione. L’aurora entrava dalla finestra, era una luce anonima di un giorno come un altro. A cosa era servita quella notte? Una lunga alba piena di una malinconia completamente muta. Solo silenzio. Durante il giorno aveva combattuto con uno stato d’animo altalenante, ora aveva capito che a confonderla era l’assenza di infelicità. Si addormentò indebolita sentendo concentrata dentro i confini del suo corpo tutta la violenza della sua solitudine. Non c’era altro da fare.