Vide se stesso per la prima volta un martedì pomeriggio, mentre faceva la fila alla cassa del supermercato. L'altro Daniel era lì, a tre corsie di distanza. Stesso giubbotto, stessi capelli castani un po' lunghi, stessa postura leggermente curva di chi passa troppo tempo davanti al computer. L'unica differenza era che quell'altro sorrideva. Daniel invece - il Daniel originario - non sorrideva mai.
Per la sorpresa, il carrello gli scivolò dalle mani e sbatté contro le gambe della signora davanti a lui.
"Mi scusi, io..." balbettò, e quando tornò a voltarsi l'altro era sparito.
Forse lavoro troppo, pensò. Tre mesi a sgobbare quattordici ore al giorno su quel maledetto progetto software, e ora il cervello gli faceva brutti scherzi. Aveva bisogno di dormire, di una vacanza, di una vita, forse.
Poi però, quella sera, tornando a casa, lo vide di nuovo.
Era sul marciapiede, pochi metri dietro di lui. Lo aveva intravisto nel riflesso del finestrino di una macchina parcheggiata, stesso viso, stessa corporatura, anche se l'espressione stavolta era diversa, pareva rilassata, quasi serena.
Daniel si voltò di scatto, ma la strada era vuota.
"Merda," mormorò sottovoce. "Sto impazzendo."
Camminò veloce, il cuore che batteva forte, cercando di non pensare a quello che aveva visto. Poco dopo, stavolta una decina di metri più avanti, notò qualcuno che procedeva con il suo stesso passo.
Daniel si fermò. L'altro si fermò. Daniel girò a sinistra. L'altro sparì dietro l'angolo. Quando Daniel arrivò all'angolo, non c'era nessuno. Solo un gatto randagio che lo fissò con occhi gialli prima di dileguarsi.
Quella notte Daniel non dormì, restò sveglio nel letto a fissare il soffitto, ascoltando ogni rumore della casa, ogni scricchiolio del parquet, ogni gemito delle tubature. Aspettando.
Alle tre del mattino, sentì qualcosa. Passi. Sul pianerottolo. Lenti, misurati, passi che si avvicinavano al suo appartamento.
Si alzò di scatto, afferrò la mazza da baseball che teneva dietro la porta – un residuo paranoico di quando aveva subito un furto due anni prima – e tornò ad aspettare, stavolta di fronte all'ingresso.
Poi, qualcuno inserì la chiave nella toppa, e la porta si aprì.
"Chi cazzo sei?" urlò Daniel con voce tremante.
Nonostante quanto aveva già visto in quella giornata, non poté fare a meno di sorprendersi nel riconoscere se stesso sulla soglia. Erano identici, perfettamente identici. Tranne che per il sorriso, quel maledetto sorriso calmo, quasi compassionevole.
"Ciao, Daniel," disse l'altro con la sua voce. "È ora."
"Ora di cosa?" Daniel alzò la mazza. "Vattene! Stai lontano da me!"
L'altro scosse la testa. "Non capisci. Io non sono qui per farti del male. Sono qui per sostituirti."
"Cosa?"
"Hai avuto la tua occasione." L'altro fece un passo avanti, scuotendo leggermente la testa. "Trentaquattro anni. E cos'hai combinato in tutto questo tempo? Hai lavorato. Hai rinunciato a tutto. Agli amici, all'amore, ai sogni. Hai scelto di essere infelice."
Daniel sentì qualcosa rompersi dentro di lui. "Non è vero."
"Quando è stata l'ultima volta che hai riso?" chiese l'altro. "Che hai fatto qualcosa solo perché ti rendeva felice? Quando è stata l'ultima volta che ti sei sentito vivo?"
Daniel non aveva risposte.
"Ecco," disse l'altro. "Io sono quello che avresti potuto essere. Le scelte che non hai fatto. E ora sono qui per prendere il tuo posto. Perché tu hai sprecato questa vita."
"No!" Daniel strinse la mazza con forza. "Questa è la mia vita. La mia!"
L'altro rise beffardo. "E cosa ne farai? Continuerai a trascinarti fino alla pensione? A svegliarti ogni mattina con quel peso sul petto? A chiederti se tutto questo ha un senso?"
Sì, voleva urlare Daniel. Perché era la sua vita, il suo dolore, la sua scelta di essere infelice se voleva. Ma non riuscì a pronunciare le parole.
L'altro si avvicinò ancora. I due ora erano a pochi centimetri di distanza. Daniel poteva sentire il suo respiro – il proprio respiro – sulla faccia.
"Lasciami vivere," sussurrò l'altro. "Lasciami vivere la vita che avresti dovuto vivere tu. E tu potrai finalmente riposare."
Per un lungo, terribile momento, Daniel fu tentato. Quanto sarebbe stato facile arrendersi? Lasciare che qualcun altro – qualcosa d'altro – si prendesse il peso di esistere?
Poi pensò a sua madre. Alla telefonata del giovedì sera, tutte le settimane, in cui lui fingeva di stare bene e lei fingeva di non preoccuparsi. Pensò al suo gatto, Church, che lo aspettava ogni sera sulla soglia. Pensò alla barista del bar sotto l'ufficio, che aveva cominciato a preparargli il caffè prima ancora che lui ordinasse, e che forse, solo forse, lo guardava in un modo particolare. Piccole cose, cose che non contavano, nell'economia di una vita sprecata.
Eppure.
"No," disse Daniel, e stavolta la voce era ferma. "Vattene. Questa vita fa schifo, ma è mia."
L'altro lo guardò a lungo. Poi sorrise. Non un sorriso trionfante. Un sorriso triste.
Daniel sentì le gambe cedergli. Si accasciò sul pavimento, la vista che si annebbiava. L'ultima cosa che vide fu l'altro Daniel che si guardava le mani – le sue mani – aprendo e chiudendo i pugni come per testarle.
Il giorno dopo, si presentò al lavoro con un sorriso. I colleghi lo notarono subito. "Tutto bene?" gli chiesero, sorpresi.
"Benissimo," rispose lui. "Mai stato meglio."
Quella sera chiamò sua madre, le disse che le voleva bene. Chiese alla barista di uscire, e lei accettò.
Nessuno notò nulla di strano, nessuno si chiese perché Daniel fosse improvvisamente così diverso. Così vivo. Solo Church restava immobile sulla soglia quando lui rientrava, lo fissava con quegli occhi gialli, il pelo dritto sulla schiena, sibilando piano. Come se riconoscesse qualcosa che non avrebbe dovuto essere lì.