In prestito
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Cesare Agliardi prestò il suo coraggio a Maurizio Baccin una mattina di novembre, davanti al portone dell'ufficio dove il suo amico lavorava da diciassette anni e dal quale stava per essere licenziato.

Non era una cosa che si facesse spesso, prestare il coraggio. Ma Baccin gli aveva telefonato preoccupato la sera prima con quella voce che hanno le persone quando stanno per fare una scelta difficile e non riescono a smettere di pensarci, e Cesare aveva ascoltato e alla fine aveva detto: «Domani mattina vengo con te».

Non era chiaro cosa significasse andare con lui davanti al portone di un ufficio dove Cesare non lavorava e con il quale non aveva niente a che fare, ma a volte le cose si dicono e poi si fanno senza che sia necessario comprenderle fino in fondo.

Arrivarono al portone alle otto e mezza. Baccin era bianco come uno che ha dormito poco e male, con la cravatta storta e una cartella sotto il braccio che non conteneva niente di utile ma dava l'impressione di qualcosa a cui aggrapparsi. Cesare lo guardò e capì che non era sufficiente essere lì, non bastavano parole di incoraggiamento, bisognava fare qualcosa di più concreto.

«Aspetta» disse.

Baccin aspettò.

Cesare non sapeva esattamente come si presta il coraggio, perché non lo aveva mai fatto, ma pensò potesse essere la cosa giusta da fare in quel momento. Andò per istinto, nel modo in cui si va per istinto nelle situazioni per le quali non esistono istruzioni scritte né codifiche sociali di alcun tipo. Posò una mano sulla spalla di Baccin, disse alcune cose – semplici, didascaliche, persino banali, del tipo che non si ricordano ma che comunque fanno effetto lo stesso – ed ebbe l'impressione di sentire qualcosa spostarsi, come quando si sposta un peso da una spalla all'altra. Baccin si raddrizzò, si aggiustò la cravatta, ed entrò.

Cesare rimase fuori ad aspettare.

Baccin uscì un'ora e venti minuti dopo con l'aria di chi ha compiuto un'impresa difficile ma ha fatto fino in fondo quel che doveva. «Ci sono riuscito» sentenziò. «Gli ho detto tutto quello che volevo.»

Aveva la faccia di chi si è tolto qualcosa di pesante dalla coscienza e adesso non sa bene cosa farsene del risultato. «Bene» disse Cesare.

Si strinsero la mano, poi si abbracciarono, poi Baccin tornò dentro e Cesare rimase sul marciapiede con la sensazione vaga ma precisa di sentirsi più leggero, e di avere qualcosa in meno. A dire la verità non era una brutta sensazione, o almeno in quel momento non sembrava brutta.

Le settimane successive Cesare aspettò paziente che Baccin gli restituisse il coraggio. Pensava che non fosse qualcosa che si poteva reclamare esplicitamente – sarebbe stato come chiedere indietro un regalo, o di ricambiare un favore, che sono cose che non si rivendicano – ma aspettava lo stesso, con quella sopportazione di chi sa che certe cose richiedono tempo. Baccin invece non restituì niente. Non per malevolenza, probabilmente non si era nemmeno accorto di avere qualcosa che non era suo. Il coraggio degli altri, quando lo si prende in prestito, si amalgama abbastanza in fretta con quello che si ha già, poco o tanto che sia, e poi non si distingue più.

Nel frattempo Cesare si trovò ad affrontare alcune situazioni che avrebbero richiesto coraggio. Una era una conversazione difficile con sua sorella, rimandata da almeno cinque anni, su un vecchio screzio che aveva fatto male a entrambi e che nessuno dei due aveva mai più nominato per parecchio tempo. Un'altra era una decisione di lavoro che avrebbe cambiato molti aspetti della sua vita, forse in meglio, ma intanto le avrebbe sicuramente variate, e i cambiamenti hanno sempre un costo anche quando sono positivi.

Cesare affrontò entrambe le cose, andò da sua sorella, disse quello che c'era da dire, ascoltò quello che c'era da ascoltare, e uscì da quella conversazione avendo sistemato qualcosa che nemmeno aveva percepito di dover sistemare. La decisione di lavoro la prese, e cambiò alcune cose, non tutte in meglio come sperava, ma abbastanza.

Non stava andando male insomma, e lo stava facendo senza il coraggio che aveva prestato a Baccin, e questa fu la parte sorprendente. Non nel senso che non ne avrebbe avuto bisogno, di quel coraggio aggiuntivo, ma ne aveva trovato abbastanza lo stesso dentro di sé, come a volte si trova dell'altro spazio in una valigia che sembra piena.

Un giorno, molte settimane dopo, incontrò Baccin per caso al supermercato. Il suo amico stava bene, aveva trovato un altro lavoro, sembrava più leggero. Si fermarono a parlare qualche minuto, come si fa con i vecchi amici che si vedono poco e con i quali c'è sempre la sensazione di dover riprendere un discorso interrotto.

«Sai» disse Cesare a un certo punto, quasi senza volerlo «non mi hai mai restituito il coraggio.»

Baccin lo guardò con un'espressione incerta, a metà tra il non capire e il capire troppo bene. «Come?»

«Niente» fece Cesare «lascia perdere.»

E l'altro in effetti lasciò perdere subito, con il sollievo visibile di chi viene autorizzato a non approfondire. Parlarono d'altro, si salutarono, e ognuno andò per la sua strada.

Camminando verso casa, Cesare cercò di capire esattamente cosa lo disturbasse. Non era il coraggio in sé – aveva dimostrato di poter andare avanti senza, e questo era un dato di fatto incontestabile. Si trattava di qualcos'altro, di più sottile e più difficile da nominare. E cioè che forse Baccin non si era accorto di niente. Aveva preso qualcosa di suo senza rendersene conto, l'aveva usato senza percepire la differenza, e adesso stava bene e nemmeno sapeva di doverglielo rendere. Tutta quella inconsapevolezza portava con sé qualcosa di vagamente offensivo, non verso di lui in particolare, ma verso il mondo nel suo complesso, verso il fatto che le cose hanno un peso e un proprietario e una storia, anche quando non si vedono in maniera diretta.

Oppure, forse, il problema era un altro ancora, che Cesare si era reso conto di non aver bisogno del proprio coraggio, e questa scoperta, che avrebbe potuto essere una buona notizia, non lo era del tutto, perché se non ne aveva bisogno adesso, forse non ne aveva mai avuto davvero bisogno, e allora tutto quel tempo passato a tenerselo stretto, la sua intera vita, tutto quel tempo era andato per ragioni che non esistevano.

Arrivò a casa, appese il cappotto e si sedette in cucina. Fuori era una giornata qualunque. Baccin stava bene. Il coraggio che gli aveva prestato era da qualche parte, nelle cose che entrambi avevano fatto o non fatto. Non c'era modo di sapere esattamente dove, e probabilmente non serviva saperlo. Non cambiava niente, in ogni caso.

 

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