Il favore
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Il favore

 

 

Il Greco mi ha chiesto di tenergli una borsa per qualche giorno, e io ho detto di sì perché non avevo motivo di dirgli di no e perché avevo bisogno dei cinquanta euro che mi aveva offerto.

Era una borsa sportiva nera, il tipo che vendono nei negozi di articoli da palestra frequentati da gente che non fa mai palestra. Aveva una cerniera con un lucchetto a combinazione, ma il lucchetto era rotto e la cerniera chiusa tenuta solo dal gancio. Il Greco me l'aveva consegnata nell'angolo isolato del parcheggio di un ipermercato come fossimo spie della guerra fredda, ma allo stesso tempo con una naturalezza come se stesse passandomi un panino, come fosse la cosa più naturale del mondo incontrarsi in un luogo appartato per scambiarsi una borsa misteriosa, e io comunque l'avevo presa e caricata sul sedile del passeggero e me n'ero andato.

Conoscevo il Greco da alcuni anni, dal periodo in cui eravamo entrambi clienti di un tale che adesso era in prigione per questioni non collegate a noi. Sapevo che faceva cose. Non sapevo bene quali cose, ma sapevo che le faceva, nel senso che era chiaro che non si guadagnava da vivere non facendo niente, e fare niente è l'unico lavoro onesto che conosco.

 

La borsa l'ho messa nell'armadio, sotto una trapunta imbottita, e non ci ho pensato più. Almeno per il primo giorno.

Il secondo giorno ci ho pensato sin dalla mattina, e la sera verso le undici l'ho tirata fuori dall'armadio e l'ho messa sul letto e l'ho guardata. Sembrava la stessa borsa di prima. Ho aperto il gancio e ho tirato la cerniera.

Dentro c'erano un paio di scarpe da ginnastica usate numero quarantaquattro, un asciugamano di spugna verde arrotolato, una bomboletta di deodorante spray, tre calzini spaiati, e una fotografia.

La fotografia era di una donna sulla quarantina davanti a quella che sembrava una casa di campagna, con un bambino di forse cinque o sei anni aggrappato alla sua gamba. Erano tutti e due scuri di capelli. La donna guardava in macchina. Il bambino guardava da un'altra parte, verso qualcosa che non era nell'inquadratura.

Ho ricacciato tutto dentro, ho richiuso la cerniera, ho rimesso la borsa nell'armadio.

Mi ero aspettato della droga. In alternativa mi ero aspettato una pistola. Tuttalpiù mi ero aspettato del denaro, o qualcosa che assomigliasse al denaro, o in ultima istanza documenti che potessero essere convertiti in denaro, o in droga, o persino in una pistola. Oppure una combinazione di tutte queste cose. Di sicuro non mi ero aspettato le scarpe da ginnastica e la fotografia, e il fatto che non me lo fossi aspettato mi dava più fastidio di qualsiasi altra cosa avrei potuto trovare.

Con la droga sapevo cosa fare. Con una pistola avevo un'idea di massima. Con le scarpe da ginnastica usate del Greco non avevo nessun protocollo.

 

Quella notte ho dormito male, il che era nella norma, ma per ragioni diverse dal solito.

Ho aspettato il Greco per quattro giorni. Il quinto giorno l'ho chiamato. Non ha risposto. Il sesto giorno sono passato al locale dove ogni tanto lo trovavo a bere, e ho chiesto di lui al barista, un tipo mezzo inca che aveva sempre l'aria di sapere tutto ma di preferire non dirlo.

– Il Greco, – ha detto lui, asciugando un bicchiere. – Sì, in effetti qui non si vede da un po'.

– Da quanto?

– Da un po', – ha ripetuto, come se la prima volta non avessi capito.

La settimana dopo ho incontrato una che lo conosceva, una certa Debora che stava spesso al tavolo in fondo al locale con un taccuino aperto davanti e non scriveva mai niente.

– Il Greco è andato all'estero, – mi ha detto.

– Dove?

– Non lo so.

– Sai quando torna?

Scosse la testa. – So solo che è andato.

– Ha lasciato delle robe da me.

– Sì, – ha risposto, e dal modo in cui mi ha guardato era chiaro che sapeva, o almeno il Greco le aveva detto della borsa, e probabilmente tutta quella storia era più complicata di una borsa sportiva con dentro delle scarpe.

– Quando torna digli di venire a riprendersela.

– Certo.

 

Il Greco non è tornato, o almeno non si è fatto vivo con me. Qualcuno mi ha detto che l'aveva visto in giro verso Natale, ma io a Natale ero da un'altra parte per motivi miei, e quando sono tornato l'argomento era già diventato di quelli che non si affrontano.

La borsa è rimasta tutto il tempo nell'armadio.

A un certo punto, forse tre mesi dopo, l'ho riaperta un'altra volta. Le scarpe erano sempre lì, come pure l'asciugamano verde, i calzini spaiati, la fotografia della donna e del bambino.

Ho guardato la fotografia più a lungo, con più attenzione. La casa dietro di loro aveva le persiane bianche e un piccolo portico. Di lato c'era un cespuglio fiorito, di quelli banali che fioriscono in primavera. La donna poggiava una mano sul fianco e l'altra sui capelli del bambino, come per tenerlo fermo. Sembrava che stesse per dire qualcosa, o che avesse appena smesso di parlare.

Non ho mai saputo chi fossero quelle persone, né perché il Greco tenesse l'immagine in una borsa sportiva insieme alle scarpe da ginnastica. Non so se fossero qualcuno di importante per lui o qualcuno di importante per qualcun altro, o se fosse il tipo di fotografia che si trova da qualche parte per caso e si raccoglie senza un perché.

Le scarpe le ho buttate in primavera, quando ho fatto il cambio dell'armadio, del resto non erano nemmeno il mio numero. Anche i calzini e la borsa. L'asciugamano sembrava nuovo, così l'ho messo in bagno. Il deodorante l'ho usato fino in fondo perché era quasi pieno e sarebbe stato uno spreco.

La fotografia ce l'ho ancora. È nell'armadio, adesso sotto alcuni jeans, ma nello stesso punto dove stava la borsa. Non so perché l'ho tenuta. Forse perché buttare la borsa pareva ragionevole ma buttare la fotografia sembrava un'altra cosa. Forse perché la donna nella fotografia ha quell'aria di chi sta per dire qualcosa, e io sono il tipo di persona che sa aspettare.

I cinquanta euro li ho spesi il primo giorno.

 

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