La volante rossa
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La volante rossa

Il tempo è  oramai scaduto, non rimane che l’oblio e qualche voce stanca, spazzata via dalla storia. Poche certezze, e qualche domanda che rimarrà inascoltata: domande che non interessano nessuno; domande che mettono imbarazzo o addirittura paura.

Già, e se tutto cominciasse dalla paura?

Certo,  è  solo una delle tante ipotesi, le uniche del resto, a essere onesti, che si possono fare con la storia; un punto a caso scovato forse nell’amor proprio e da dove far ripartire le fila. Mettiamo un battito del cuore, forte, che sembra strapparti alla vita e forse effettivamente lo fa, trasformando in memoria tutto quello che finora hai fatto e anche le azioni future. È solo una distanza da dove partire.  Ci sono momenti estremi della vita nei quali si è accecati dal presente, capaci, in maniera generosa, di sentir parlare solo il futuro. Tutta la storia è un abbaglio, ma la vita, quella no. Quella, così ti insegnano, te la devi sudare, combattere passo passo; chiamatelo pure istinto di sopravvivenza e allora se a muovere tutto sia il coraggio o la paura, capirete che poco importa. Possiamo allora immaginare che quel futuro al tenente Alvaro parlasse con una lingua lontana e misteriosa, un lingua d’esilio, una mitragliata nell’ aria di k e di z, una lingua smarrita nella neve  di Praga che aveva il sapore dell’abbandono.

E’ difficile iniziare, frasi lasciate a mezzo e lunghi silenzi. C’è chi ha voluto reinventare la storia come un insieme di azioni, un racconto di fatti che se accettati possano placare gli animi più tormentati; ma le parole non sono fatte per consolare, non dovrebbero esserlo, possono riaprire ferite, uccidere e allora  è normale che qualcuno pensi  di allontanarle il più possibile, nasconderle, affossarle nella neve.

Dopo quasi venti anni era riuscito anche ad abituarsi alla neve, il Tenente Alvaro. Certo ora nessuno lo chiamava più così. Il nome, quello vero e quello di battaglia, erano la prime cose alle quali aveva dovuto rinunciare.

Ricordava che giunto a Praga il Commissario politico gli  disse che non c’era da ricordare, ma da costruire, ora.

– Sì.  – aveva risposto. – ma se avessimo vinto?

– Ma non avete vinto!

E aveva ragione il commissario, non avevano vinto, e si sa la storia tocca riscriverla agli altri, a chi rimane in piedi. A lui e tutti gli altri dimenticati toccava in sorte questo purgatorio e il dovere di rinsaldare gli animi dei tanti italiani fuori dalla Patria. Come?  Con le canzonette.

Appena espatriato in Cecoslovacchia gli affidarono due programmi di intrattenimento alla radio.  Gli dicevano che aveva la stoffa del presentatore e anche, forse con un pizzico di perfidia, che quello che faceva era per molti importante. La trasmissione più seguita era “La pagella di Oggi in Italia”, un contenitore di canzonette, appunto, che il pubblico era chiamato a votare fino a decretare la più bella, che immancabilmente risultava sempre la stessa: Terra straniera di Claudio Villa:

Terra straniera … Quanta malinconia!
Quando ci salutammo, non so perché
tu mi gettasti un bacio e fuggisti via,
eppure adesso, te lo confesso,
non penso a te …

Il Tenente non sapeva, non poteva saperlo, quanti lo ascoltassero, e a volta gli capitava di pensare che la sua voce  non uscisse realmente fuori da quel microfono, da quella stanza, fuori nella neve. Gli veniva più di un dubbio che nulla servisse e l’unico animo da rinsaldare in fondo, fosse  solo il suo e sentiva che la voce  gli si faceva sempre più flebile, fino a che nessuno sarebbe più riuscito ad ascoltarla, neanche lui. Fino a scomparire, fino a negare per sempre l’altra storia, quella dei vinti.

Difficile iniziare: frasi lasciate a mezzo e il respiro che affanna rincorrendo ricordi. La lucetta rossa dello studio dietro il vetro si accende e spenge per tre volte. Comincia la diretta, la musica in sottofondo della sigla diviene quasi impercettibile, qualcuno da qualche parte ascolterà. Qualcuno ascolterà, e ricorderà. Per questo le parole verranno da sole.

“Buonasera a tutti e benvenuti a Oggi in Italia! Oggi non faremo la solita trasmissione; oggi vi voglio parlare di qualcosa accaduto un po’ di tempo fa che è anche il motivo perché oggi mi trovo davanti a un microfono sperando siate in tanti ad ascoltare dalle vostre radio. Non è facile capire, ma vi assicuro che anche raccontarlo non è uno scherzo. Per capire bisogna risalire alla guerra civile in Italia. Cosa? Pensate sia un termine forte? non appropriato? Guerra  civile. È vero, la parola mette paura, ma è proprio quello che è stato. Per provare a capire,  fatevi accompagnare in quell’Italia da pochi mesi liberata dall’occupazione nazifascista. Potete immaginare che fu come svegliarsi da un terribile incubo e si respira entusiasmo e voglia di fare. Gli alleati un giorno lanciano l’ordine: disarmare! Tutti devono restituire le armi.  Oramai, dicono, la guerra è finita, il popolo è commissariato e non vi è più nulla da temere. L’ordine è incoraggiato anche dal partito e allora sono in molti a credere che sia la cosa giusta. Il partito fa sempre la cosa giusta; il partito pensa a te; il partito non ti abbandona. Ma non è andata proprio così. Noi eravamo ragazzi di strada, conclusa la lotta partigiana posammo gli zaini e subito ci trovammo impiegati in una fabbrica e alla sera tutti a scaldare l’aria del bar con grandi discorsoni, i dirigenti di partito noi li chiamavamo per nome come se stessero li accanto a te a dividersi una spuma: il comunismo prima di tutto, si diceva, ma se i tempi ancora non sono maturi avanti insieme ai socialisti. C’era chi obiettava, chi invece pensava  che alla fin fine eravamo tutti compagni, ma quello sul quale non avremmo mai dibattuto ed eravamo concordi è che il peggio era oramai passato, ora toccava ricostruire, a tutti noi. Tutti ugualmente responsabili del futuro che ci si parava davanti. Sembrava quasi semplice, ognuno avrebbe fatto il suo e nessuno più avrebbe solamente pensato di mettere i piedi in testa ad altri.  Illudersi, forse, è un peccato connaturato alla gioventù. Si avvicina il referendum e dal giorno alla notte, a Milano, ma sappiamo anche nel resto di Italia, cominciano a  riemergere i porci. Spuntano scritte sui muri che inneggiano a sedicenti  gruppi come: “Figli d’Italia”, “Vendetta Mussolini”, “Onore e Patria”. Capite? Anche di una parola bella come Patria si volevano appropriare quei vermi. E insieme alle scritte si misero a fare qualche mitragliata di qua e di la, tanto per intimorire, dire che non scherzavano e darci la conferma che loro le armi se l’erano belle che tenute o ancor peggio avevano chi gliele riforniva. E noi? Cosa avremmo dovuto fare? dare retta al partito? Restituire  le armi e difenderci con le stecche di biliardo?

Ce lo ripetevano fino a pochi mesi prima: a piombo si risponde con piombo, noi eravamo i figli fioriti in guerra. Noi eravamo i figli della violenza.

Per accontentare i vertici e non destare sospetti, restituimmo qualche arma, i fucili più malandati che avevano visto anche la prima guerra e ci tenemmo qualche Panzerfaust, dei  Thompons e le immancabili Sten che erano sempre state le fedeli compagne nei nostri giorni più rumorosi. Dove nasconderle lo sapevo io. Mi avevano affidato il compito di tirare su un centro ricreativo giù a Lambrate dove già c’erano la sede del partito, dei reduci e l’unione donne; io e gli amici che mi tirai dietro dovevamo pensare al divertimento: gite,  balli e canzoni, roba così , proprio come oggi.  Ci divertivamo un mondo, da tutti, anche da chi non ci vedeva di buon occhio e prendeva sul serio, cominciavamo ad essere conosciuti. Devo dire che avevo pensato proprio ad ogni cosa: avevo dato un nome per il circolo, un simbolo, delle tessere, un drappo e, infine, capolavoro trovammo in una fiera  uno stock di giubbotti di pelle foderati di pecora  e pantaloni tutti uguali. In pochi giorni eravamo diventati un esercito, e non è che ce lo dicevamo da soli tanto per farci belli, insomma eravamo tutti giovani e forti, con la voglia di prenderlo a morsi questo mondo e raddrizzare ogni stortura alla spicciolata; chi più chi meno, avevamo dato tutti il nostro contributo alla resistenza e il  partito, che ne era ben a conoscenza, ci diede la mansione di fare servizio d’ordine ad ogni  manifestazione o presidio: alcuni di noi facevano avanti e indietro nel  serpentone e altri  coesi, con  passo marziale, come un’unica macchia aprivano il corteo. Insomma, eravamo i primi a prenderle o a darle, se e quando si fosse manifestata l’eventualità; perché vi ho detto, quella in atto, era una guerra civile vera e propria; e nel partito, nella federazione, finanche al bar, tutto si diceva e non si diceva, tutto era immancabilmente confidenziale, mai niente di ufficiale, con una scrollata di spalla, qualche sorriso  e gettate d’occhio ci  avvertivano di stare attenti e vigilare, e nel caso, non esitare a spengere piccoli o grossi focolai nemici. Non facciamogli alzare la testa!, ci dicevano. Se ci sentivamo eroi? Non lo so, forse alcuni di noi arrivarono anche a pensarlo. Oggi, quello che ricordo  è la paura. Ebbi paura  quel giorno che i fascisti lanciarono una bomba nella sezione e dilaniarono un bambino di nove anni, ebbi paura a vedere autorizzati i loro cortei e quando Togliatti, il Migliore, il guardasigilli rimise tutti in libertà con l’amnistia. Tremavo al pensiero che tutto fosse infangato, che anni di lotta partigiana fossero stati vani e la liberazione un sogno fuggito dopo poche ore. Avevamo vinto ed ora?  Tremava la mano, ve lo assicuro e l’unico modo per tenerla ferma era impugnare la pistola.  Eravamo organizzati, sapevamo chi colpire, non ci sarebbe stata nessuna carneficina. Noi non eravamo come loro. Il compito che ci eravamo dati era di fargli capire che se avevano intenzione di tornare ci avrebbero trovati pronti ai nostri posti. In poco, mettemmo su una rete di informatori, ma il gruppo cresceva, cresceva troppo, e oramai anche chi non ne faceva parte si vantava del contrario, in troppi sapevano chi eravamo, in fabbrica dove ci applaudivano e chiamavano i vendicatori, e anche al partito dove  però facevano finta di non sapere le nostre attività. Una sera un tizio che avevo visto più volte in federazione viene ad avvertirci che non possono più proteggerci. Il vostro, dice, non è comunismo, ma pazzia, così ci rovinate! Anche i  giornali si affrettano a  urlare le loro certezze: la volante Rossa, non dei combattenti, ma pericolosi terroristi. In poco, diventammo i cattivi, il pericolo pubblico numero uno. L’ultima esecuzione avvenne in una mattina fredda di gennaio, nevicava anche a Milano.

Quando sparo i due colpi e l’uomo cade nel marciapiede bianco, so che tutto è finito. Tutti si dileguano, vengono ad avvertirmi che la questura ha  perquisito la sede e trovato le armi, sono ufficialmente un ricercato. Il partito trova il modo di farmi  sapere che l’unica cosa da fare è fuggire all’estero, in seguito si sarebbe visto il da farsi. Ma prima di lasciare l’Italia rimango nascosto qualche giorno, penso di farmi arrestare, di morire, ripenso a tutto, mille e mille volte. Ci vuole la paura per difendere quello che ami e tanto coraggio per abbandonarlo, allora capirete, che non saranno mai le parole e i nomi, a fare la differenza o a regalare la pace…”

Qualcuno ascolterà. Qualcuno ricorderà. Anche se il tempo è oramai scaduto, rimangono solo sfilacciati ricordi da cancellare in fretta, rimane solo l’oblio, per noi che siamo stati i vinti, per noi che avevamo creduto, noi che pensavamo che l’azione dovesse seguire le parole, per noi che siamo solo una macchia nella storia. Per noi, per la Volante Rossa, il tempo è finito. Bisogna chiudere la trasmissione.

“Il tempo a disposizione è oramai scaduto, grazie a tutti di essere stati in mia compagnia, vi lascio con una canzone che sono certo apprezzerete, a domani”.

Era il 1978 quando il neo-eletto Presidente della Repubblica Sandro Pertini firmava il decreto che concedeva la grazia a Giulio Paggio, il Tenente Alvaro comandante della formazione Volante Rossa Martiri Partigiani.

Il Presidente più volte disse che la Resistenza non ebbe inizio nel settembre del 1943, come molti trovarono conveniente  affermare, bensì nel 1921.

La Resistenza fu fatta dagli uomini che conobbero l’umiliazione, il carcere, il confino, l’espatrio.

La Resistenza fu prima di ogni cosa, un’idea. La stessa idea che alcuni ragazzi nel dopoguerra  videro finire rinchiusa in un cassetto di un ufficio di partito.

La Resistenza cominciò nel 1921 e per alcuni proseguì oltre il 25 aprile del’45.

Per alcuni quell’ idea è ancora oggi viva.

 

Ascolta "La volante rossa" su Radio Kairos

 

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