La scadenza
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La scadenza

 

Oggi, finalmente, esco di casa. Ho continuato a rimandare a causa del lavoro; per Alessia, dopo che mia ha lasciato, e per accudire i miei genitori.

La tessera della palestra, stretta in una mano, e lo zaino sulle spalle; tre fermate di metropolitana mi separano dalla palestra: ma da quant’è che manco da entrambe?

Il tabellone degli annunci segna dodici minuti. Dodici minuti di inaspettato ozio, dodici minuti per passeggiare su questa banchina semivuota.

Più in là c’è una donna seduta. Mi invento un nome per quella donna: Claudia. È il gioco che faccio per smorzare la noia.

Claudia ha le scapole appoggiate al tabellone delle fermate; due buste del supermercato rosse vicino ai piedi e un pacchetto di cracker tra le mani. Claudia ha i capelli corti e neri. Con occhi catatonici sfila dei pezzetti dalla confezione e li mastica con rapidità.

Ecco che si piega su una delle buste. Fruga, prima nell’una e poi nell’altra busta. Mi avvicino allungando il collo il più possibile. Claudia ha tirato fuori un vasetto di vetro col tappo azzurro; attorno al vetro c’è un’etichetta gialla.

Lo gira, quel vasetto, lo fa roteare, lo rovescia, e sulla faccia ha un’espressione beffarda.

A un tratto, mi guarda, guarda il tonno, lo posa nella busta.

Pochi secondi, lo ripesca poi mi fissa: «Mi scusi!».

Fingo di interessarmi a una bottiglia di plastica tra i binari.

«Può aiutarmi, per cortesia?»

Mi giro: «Dica pure».

«Le riesce di trovare la data di scadenza?» Mi mostra il vasetto di tonno.

Mi avvicino, spalle larghe e petto in fuori, come se fossi il sommo esperto in materia di scombridi. «Posso?»

«Faccia pure.»

Prendo il vasetto. Giusto il tempo di ruotarlo, che mi ritrovo a ripetere gli stessi movimenti di Claudia.

«Non c’è», dice lei.

«Non è possibile: per legge ogni prodotto deve riportare la data di scadenza.»

Ma Claudia ha quell’aria beffarda di prima. «Questo no.»

Riparto dal tappo. Guardo il fondo del vetro, rileggo le scritte sull’etichetta, scruto il vetro in trasparenza.

«Ha visto?», dice Claudia.

«Le dico che non è possibile.» Mi siedo vicino a lei. Infilo la tessera della palestra nella tasca del giubbino.

«Si vede che a questo non l’anno messa.»

«Mi faccia guardare un’altra volta.»

«Non c’è», dice, e di nuovo sorride a quel modo.

«Guardi è impossibile. Non si può mettere in commercio un prodotto alimentare privo della data di scadenza.»

«Non c’è.»

Giro velocemente il tonno. Lo passo da una mano all’altra, con una mi gratto la fronte. Ma Claudia sembra avere ragione.

«Non importa, ci abbiamo provato. Guardi, ancora sei minuti e passa il treno.» La vedo che accavalla le gambe e dondola il piede.

«Ho tutto il tempo», dico. A costo di prendere il treno successivo, devo trovare la data di scadenza di questo stupido tonno. Ma ogni tentativo finisce in un fallimento e mi fa sembrare uno sciocco.

Passano due minuti, mi arrendo alla sconfitta, ma ecco che, nell’istante in cui glielo passo, mi accorgo di un particolare.

Intorno al coperchio c’è una scritta in nero, così piccola e sbiadita da sembrare una macchia di sporco.

Leggo a voce alta: «Trentuno marzo, duemilatrenta.»

Claudia avvicina il vetro agli occhi. Li apre e li chiude. «Potevano scriverlo più grande, però». Inspira ed espira:« D-u-e-m-i-l-a-t-r-e-n-t-a».

«Mi sembra una buona scadenza», dico. A malapena nascondo la soddisfazione che provo, mostrando un sorriso a bocca aperta.

Il treno della metropolitana ci avverte del suo passaggio con una lunga folata e la sirena. Quando mi giro nella direzione del vento, vedo la luce bianca dei fari e sento la voce: “allontanarsi dalla striscia gialla”.

Guardo Claudia, la saluto con un sorriso, ma lei mi ricambia con quell’aria beffarda e prima di alzarsi mi dice: «Io lo spiccio molto prima, sa? Potrei morire, nel frattempo».

Il treno e il vento si fermano. Appoggio entrambe le mani sul marmo della panchina. Guardo gruppi di passeggeri che escono, mentre Claudia si confonde, per poi sparire, nella folla che entra nei vagoni.

Il treno riparte. Lo seguo con gli occhi, statico come una statua di cera. Ci metto qualche minuto prima di alzarmi dalla panchina, prima di salire sulla scala mobile, prima di superare il tornello per uscire dal sottopassaggio.

Inizio a camminare. Cammino sul marciapiedi, cammino attraversando i giardinetti. Cammino mentre gli occhi guardano dritto, come un cavallo che traina una carrozza.

Incontro un ragazzo in completo verde, vuole vendermi un aspirapolvere. Una coppia di anziani mi dice: «Salutaci mamma e papà».

 

Entro nell’ascensore e premo il numero due. I tasti dei piani, una volta premuti, diventano di un rosso ipnotico.

Quando apro la porta di casa, i miei sono seduti a tavola.

«Che è successo?» Mia madre prende il bicchiere d’acqua che ha davanti, ma non beve.

«Ho incontrato Claudia.»

Mio padre, dall’altra parte della tavola, scambia sguardi interrogativi con mia madre.

Senza aggiungere altro mi avvio nel corridoio.

«Esci più tardi, allora?» Riconosco la voce preoccupata di mia madre.

Apro la porta della mia stanza. È una cappa; sui vetri si riflette il sole delle tre, ci sono gli aloni dello sgrassatore al limone che utilizza mia madre. Mi giro per chiudere la porta, la mia stanza è l’ultima, ma riesco a sentire le parole di mio padre: «Chissà per quale miracolo si era deciso a uscire, e invece!»

La risposta di mia madre non arriva, forse non c’è, forse ha risposto con la faccia.

La mia è sudata. Tutto il corpo è bagnato e freddo, come se fossi uscito della doccia, ma senza accappatoio addosso.

In mano ho la tessera, è color argento, mentre il nome della palestra è nero, è nero anche il numero. Lo digito sulla tastiera del cellulare.

Due squilli e mi risponde la voce di un ragazzo: «Sì, pronto?»

«Salve. Mi può dire, gentilmente, a che ora chiudete?»

«Siamo sempre aperti.» Sento la voce giovane che si allontana dal telefono, ora sono due le voci, poi ritorna quella del ragazzo: «Ah, ma forse lei ha chiamato per la palestra... I titolari l’hanno chiusa, ora c’è un supermercato».

 

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