Il gioco
Featured

Il gioco

 

Certe notti Montevideo diventa una città irrequieta. Una città che respira, che vibra, che si distende come un animale in agguato. È una di quelle notti, quando Bordò e Romero entrano all'Escaramuza, un locale che odora di caffè e di pagine invecchiate. Romero entra per prima e si dirige verso il piccolo palco dove fra poco si terrà una lettura di poesia, Bordò resta indietro, osserva la scena, fa un giro lungo, passa dal bancone a ordinare un cocktail.

Il poeta che leggerà stasera è Ortega, uno di quei nuovi talenti che le riviste patinate pubblicano con entusiasmo eccessivo, uno che scrive versi senza angoli, senza fratture, poesia da salotto che imita Neruda ma senza essere Neruda, senza essere nemmeno Benedetti, nemmeno i lacci delle scarpe di Benedetti. Romero lo sa. Bordò lo sa. E sanno che Ortega non è uno dei protetti dell'establishment letterario solo per il suo stile rassicurante. È anche attraente, in quel modo che piace alle signore delle case editrici, alto, con i capelli lunghi, con una voce studiata per sembrare profonda – ha studiato teatro si dicono i due, certamente ha studiato teatro.

Romero si siede in prima fila, accavalla le gambe, scuote i capelli con un movimento che Bordò conosce bene. È iniziato il gioco. Bordò la guarda, sorseggia il suo drink, aspetta. Ha visto questa scena in altre occasioni. La prima volta aveva reagito male. Malissimo. Ricorda come il sangue gli fosse salito alla testa, come avesse dovuto trattenersi per non attraversare la sala e afferrare Romero per un braccio. Ma con il tempo ha compreso, con il tempo ha imparato le regole del gioco. E ha scoperto che anche lui può giocare.

Ortega sale sul palco, saluta, sorride. La sua lettura è come previsto, versi ben torniti, inoffensivi, che parlano dell'amore come di un fiore raro e dell'Uruguay come di una cartolina fuori dal tempo. Niente che ricordi minimamente la poesia feroce, viscerale, amata da Bordò e Romero, niente che somigli alla vita che loro vivono, al sesso che fanno, alla fame che provano. Ma Romero annuisce, sorride, tiene gli occhi fissi sul poeta. E quando la lettura finisce, è la prima ad applaudire, un applauso esagerato che fa voltare alcune teste nella sua direzione.

Ortega scende dal palco, si avvicina al pubblico per ricevere i complimenti. Quando arriva davanti a Romero, lei gli tende la mano, si presenta. «Mi è piaciuta molto la tua lettura», dice con una voce che Bordò riconosce come falsa, ma che a Ortega deve sembrare genuina.

Bordò osserva la scena dal fondo della sala. Non si muove. Non ancora. Osserva come Romero si inclina verso Ortega, come gli sorride, come lo tocca leggermente sul braccio mentre gli fa una domanda sulla sua poesia. Osserva come Ortega si riscalda sotto quelle attenzioni, come il suo sguardo cade sulle labbra di Romero, sul suo collo, sui suoi seni appena visibili attraverso la camicia leggera. E osserva la tensione che si crea fra loro, una tensione che lui conosce bene.

Il gioco è proprio questo infatti, Romero lo provocherà per tutta la sera. Flirterà con Ortega, gli chiederà di firmarle una copia della sua raccolta di poesie, lo ascolterà con attenzione simulata mentre lui le spiegherà il suo processo creativo. E Bordò aspetterà. Aspetterà che Romero lanci un'occhiata nella sua direzione, un segnale impercettibile per chiunque altro ma chiaro per lui. Un segnale che significa "vieni a prendermi".

Un'ora dopo, Romero e Ortega sono ancora a parlare, o meglio, Ortega parla e Romero finge di ascoltare. Bordò si è spostato di nuovo verso il bancone, dove può guardarli meglio. Vede come Romero continua a toccarsi i capelli, come si morde il labbro inferiore, gesti che conosce bene, gesti che di solito riserva a lui. Sente una fitta di gelosia, ma anche un'eccitazione crescente. Perché sa come finirà la serata.

Finalmente accade. Romero guarda nella sua direzione, un movimento rapido degli occhi. Il segnale. Bordò si stacca dal bancone, attraversa la sala, si avvicina al tavolo dove Romero e Ortega stanno parlando. Si presenta, con una cortesia studiata. «Mi è piaciuta la tua lettura», mente, con la stessa facilità con cui Romero ha mentito prima. «Soprattutto la tua capacità di rendere accessibile la poesia».

Ortega sorride, lusingato. Non sa che "accessibile" è il peggiore insulto nel vocabolario di Bordò e Romero. Non sa che per loro la poesia deve essere un pugno nello stomaco, una lama che ferisce, non un massaggio rilassante. Ortega non sa nulla.

Bordò si siede al tavolo, ordina da bere per tutti e tre. La conversazione continua, ma in maniera diversa. Ora è Bordò che conduce il gioco, che pone domande insidiose a Ortega, che lo spinge in territori dove la sua poesia da salotto non può arrivare. E Romero adesso osserva, divertita, eccitata.

Ortega comincia a sentirsi a disagio, anche se non capisce esattamente perché. Dice che deve andare, che domani ha un impegno molto presto. Si alza, si congeda, promette a Romero di mandarle una copia di un suo vecchio libro. E poi se ne va, ignaro di essere stato solo una pedina in un gioco più grande di lui.

Appena la porta del locale si chiude dietro Ortega, Romero e Bordò si guardano. Non c'è bisogno di ulteriori parole. L'aria fra loro è elettrica, carica di desiderio e di rabbia, di gelosia, di voglia. Si alzano in fretta, pagano, escono nella notte montevideana. Non arrivano nemmeno all'angolo della strada. Bordò spinge Romero contro un muro, in un vicolo buio che odora di pioggia imminente. Le sue mani sono ovunque, sotto la camicia, sotto la gonna, cercano la pelle, cercano il calore. Romero lo morde sul collo, gli graffia la schiena sotto la maglietta, gli sussurra all'orecchio: «Ti è piaciuto lo spettacolo?»

Bordò non risponde, non con le parole almeno. La solleva contro il muro, lei gli avvolge le gambe intorno alla vita. Il sesso è rapido, urgente, violento quasi, come la loro poesia, come la loro fame.

Dopo, mentre camminano verso casa lungo la Rambla, Romero gli prende la mano. Bordò annuisce. Sa. Sa che il gioco si ripeterà. Sa che questa gelosia, questa provocazione, questo rituale è parte di loro tanto quanto le parole che scrivono, quanto i versi che si lanciano l'uno contro l'altra nelle notti insonni.

 

Related Articles