Il numero
Featured

Il numero

 

Aveva cancellato il numero di Bea un martedì sera di settembre, dopo aver bevuto da solo mezza bottiglia di vino e aver passato tre ore a fissare il telefono come se fosse un ordigno inesploso. L'aveva fatto d'impulso, in uno di quei momenti di lucidità paradossale che arrivano solo quando si è bevuto abbastanza da non avere più paura delle conseguenze.

Era entrato nella rubrica, aveva scrollato fino alla B, aveva aperto la tendina dove era comparsa, fra le altre, l'opzione Elimina. Aveva tentennato appena una frazione di secondo, prima di premere. Il telefono gli aveva chiesto conferma. Lui aveva confermato. Nessuna esitazione. Nessun ripensamento. Gli era sembrato facile, e Bea era sparita. Dal telefono, almeno.

Costa si era sentito stranamente leggero per qualche minuto, come se avesse finalmente compiuto un gesto simbolico importante, un passo avanti verso quella consapevolezza indefinita che tutti chiamano andare avanti. Si era versato un altro bicchiere di rosso e aveva brindato a se stesso, alla sua ritrovata forza di volontà, alla sua capacità di prendere decisioni difficili.

Poi, un'ora dopo, mentre gli effetti dell'alcol cominciavano a diradarsi, aveva realizzato il problema. Conosceva ancora il numero di Bea a memoria. Tre-sette-sette-due-cinque-sei-eccetera. Come era possibile? Praticamente non lo aveva mai digitato, non compariva nemmeno – in caratteri numerici cioé –  quando le telefonava. Eppure, tre-sette-sette-due-cinque-sei-eccetera, fissato in bella mostra nella sua mente.

Era una di quelle cose che il cervello immagazzina senza che tu te ne accorga, come le canzoni che impari senza volerlo o i percorsi che fai automaticamente ogni giorno fino al lavoro. Certo, aveva chiamato Bea così tante volte in tre anni – migliaia di volte, probabilmente – ma il numero? Era certo di non averlo mai impresso in memoria – del resto, che bisogno c'era? E ora invece aveva queste dieci cifre che conosceva meglio del suo codice fiscale.

Gli sembrò strano, ma all'inizio aveva pensato che col tempo se le sarebbe comunque dimenticate. Aveva letto da qualche parte che il cervello cancella le informazioni che non usa. Bastava mettere da parte quel numero, quel nome, non pensarci, e alla fine sarebbe svanito come svaniscono i nomi dei vecchi compagni di scuola o i compleanni delle persone che non frequenti più. Ma ormai erano passati quattro mesi, e il numero stava ancora lì nella sua testa, nitido come quando lo aveva registrato sul cellulare.

Adesso Costa si ritrovava seduto al tavolo di un bar vicino a Piazza Bologna, con davanti un the che si stava raffreddando e il telefono appoggiato accanto alla tazza. Era domenica pomeriggio, quella fascia oraria vuota e malinconica in cui Roma sembra fermarsi a riprendere fiato prima della sera. Aveva preso il telefono e aperto l'app per le chiamate. Aveva iniziato a digitare il numero, lentamente, una cifra alla volta, come per vedere se lo ricordasse ancora. Tre-sette-sette-due-cinque-sei-eccetera.

Il numero restava lì, completo, sul display. Non più associato a un nome, ma sarebbe bastato premere il tasto verde, un solo tocco e avrebbe sentito la sua voce. "Pronto?" avrebbe detto Bea, con quel tono interrogativo che usava sempre anche quando sapeva benissimo chi stava telefonando.

Costa aveva tenuto il dito sospeso sul tasto, immobile. Il cuore gli batteva più forte, come se stesse per compiere un'azione pericolosa, illegale. In un certo senso lo era. Dopo quattro mesi di silenzio, chiamarla sarebbe stato come forzare una porta chiusa, entrare in una casa che non era più sua.

Alla fine aveva cancellato il numero senza premere il tasto verde. In realtà faceva sempre così, era già la terza volta quella settimana. La quindicesima, forse la ventesima volta dall'inizio del mese. Aveva perso il conto. Era diventato una specie di rituale ossessivo – digitare il numero, guardarlo, immaginare cosa avrebbe potuto dire se avesse chiamato davvero, poi cancellare e rimettere il telefono in tasca.

Si chiedeva se anche Bea facesse lo stesso, se conoscesse ancora il suo numero a memoria, se ogni tanto lo digitasse, senza chiamare. Probabilmente no, Bea non era il tipo da rimanere attaccata al passato. Quando decideva che una cosa era finita, era finita davvero, chiuso, stop, senza strascichi.

"Non funziona più, Costa," gli aveva detto l'ultima volta che si erano visti, in un ristorante coreano verso San Giovanni. "E lo sai anche tu."

Lui aveva provato a obiettare, a dire che stavano solo attraversando un momento difficile, che tutte le coppie attraversano momenti difficili. Ma Bea aveva scosso la testa con quella sua espressione paziente ma ferma che usava quando aveva già preso una decisione e non c'era modo di farle cambiare idea.

"Non è un momento difficile. Siamo noi che siamo difficili. Insieme, intendo. Da soli magari funzioniamo pure, insieme no."

Aveva ragione, naturalmente. Negli ultimi sei mesi, più che parlato, avevano litigato. Si erano rinfacciati cose crudeli, cose che non si possono ritirare, ferendosi con la precisione di chi conosce esattamente dove colpire per fare più male. Ma sapere che in fondo si trattava della decisione giusta non rendeva la situazione più facile.

Costa aveva bevuto un sorso del the ormai freddo e aveva fatto una smorfia. Aveva chiamato il cameriere per ordinarne un altro, caldo. Mentre aspettava, aveva ripreso il telefono. E di nuovo le dieci cifre, digitate con la stessa precisione meccanica di prima, tre-sette-sette-due-cinque-sei-eccetera.

Questa volta aveva immaginato la conversazione. "Ciao Bea, sono io." Pausa. "Lo so che non avrei dovuto chiamare." Altra pausa. "Volevo solo sapere come stai." E poi? Cosa avrebbe detto dopo? Che le mancava? Che pensava ancora a lei ogni giorno? Che continuava a digitare il suo numero come un idiota senza mai avere il coraggio di chiamare? Cancellò di nuovo.

Il cameriere intanto aveva portato il the, e stavolta Costa lo aveva bevuto in pochi sorsi, bruciandosi la lingua. Aveva pagato il conto ed era uscito dal bar. Mentre camminava verso casa, aveva pensato a tutte le chiamate banali fatte a Bea in quegli anni, per dirle che stava andando da lei e se voleva che prendesse qualcosa al supermercato, chiamate durante la pausa pranzo solo per sentire la sua voce, chiamate infinite, inutili, necessarie.

Arrivato a casa, si era seduto sul divano e aveva ripreso il telefono, e l'aveva digitato di nuovo, quasi senza pensarci. Le dieci cifre erano diventato un monumento a qualcosa che non esisteva più, un memoriale privato che solo lui visitava, in segreto, nei momenti di debolezza.

 

Related Articles