«Leonardo è in ospedale» le aveva detto con la voce incrinata dall’agitazione la moglie di suo padre, una telefonata alle sei del mattino. Silvia aveva ancora sugli occhi il sonno rappreso della notte.
La donna le aveva spiegato con pochi dettagli cosa fosse successo e che questa volta non c’era più niente da fare, che si trattava solo di aspettare che il cuore cedesse definitivamente.
«Questione di pochi giorni o forse di ore» aveva aggiunto, per poi riattaccare senza neanche salutarla.
Silvia era rimasta seduta nel letto, la camera in penombra. Aveva guardato il cellulare ancora illuminato sul comodino. L’ultima volta che lo aveva sentito era stata più di un mese prima per gli auguri di Natale, come una persona qualsiasi: “a te e famiglia”, lei che una famiglia non ce l’aveva, lui che ne aveva una che non era la sua.
Aveva tirato via il piumone, messo giù i piedi sul pavimento freddo: “Questa casa è sempre gelida” aveva pensato alzandosi e avviandosi in cucina.
Aveva preparato la caffettiera, infilato la tazza con il latte nel microonde, aperto un pacco di biscotti al riso. Aveva tirato su le tapparelle, non una nuvola, il cielo iniziava a prendere colore.
Era rimasta incollata ai vetri macchiati dalle piogge dei giorni precedenti, fino a che il borbottio del caffè non l’aveva riportata alla realtà: “E quindi stai morendo”, una constatazione fulminea le aveva attraversato la mente.
Aveva guardato l’orologio sulla parete, il quadrante rosso con i numeri bianchi, in tinta con il resto dell’arredamento, le lancette ferme: «Morto anche tu» aveva detto tra sé e sé, accennando un sorriso storto.
Si era vestita con le prime cose che le erano capitate, un maglione pesante, i jeans scoloriti. Davanti allo specchio si era sistemata i capelli, legandoli in una coda stretta. Sugli occhi aveva tracciato una linea sottile con la matita nera, poi il mascara che le lasciava come sempre un grumo sulle ciglia lunghe, infine un lucidalabbra trasparente: «Ti dava fastidio persino che mi truccassi, papà» aveva detto alla sua immagine riflessa, quella dei sedici anni e con la pelle senza rughe.
***
Sono nella mia camera, a fissare l’armadio: «Mamma» urlo, lei è in cucina a mondare i carciofi per la cena. La raggiungo con dei vestiti presi a caso tra le mani: «Non ho niente da mettermi. Tutta roba che non mi sta bene, guarda qui, che schifo» posando tutto sul tavolo, alla rinfusa. Lei solleva appena lo sguardo, con gli occhi lucidi: «Silvia, siediti un attimo, devo parlarti».
Mi dice che con te è finita, senza mezzi termini, che hai un’altra, “quel bastardo”, così ti chiama da questo momento in poi. Trattiene le lacrime in un involucro di rabbia e orgoglio, ha una smorfia sul viso che non le ho mai visto prima.
Commento con qualcosa come “Meglio così”, perché non so cosa si debba dire a una donna tradita.
La lascio lì e torno in camera. Ributto tutti i vestiti nell’armadio, prendo il walkman, mi nascondo le orecchie nelle cuffie e mi sparo i Depeche Mode a tutto volume. Mi infilo le Nike, prendo lo zaino ed esco con la solita felpa enorme che mi copre tutta. Al baretto mi aspetta il mio moroso, Giulio con gli occhi blu e il chiodo che gli sta da dio. Il ragazzo che a te non piace.
***
In macchina aveva avvisato la collega che avrebbe fatto tardi: «Questioni di famiglia» aveva tagliato corto.
L’ospedale non era distante, prendendo la tangenziale, ma Silvia aveva preferito attraversare la città, per rimanere impantanata nel traffico, fermarsi ai semafori, ascoltare alla radio la musica con le pubblicità.
Al parcheggio, era rimasta seduta per qualche minuto in auto, guardando da lontano l’edificio squadrato, le finestre tutte uguali, i padiglioni laterali. Quello sulla destra lo conosceva bene, sua madre era morta lì dopo un lungo ricovero. Aveva giurato di non tornarci più in quel posto. Si era messa a cercare nervosamente delle monete nel portafoglio per il parchimetro, “Quanto tempo devo restare?” si era chiesta, facendo un conto approssimativo, sommando l’urgenza con il passato.
L’odore di disinfettante e di malattie le era entrato nelle narici non appena aveva oltrepassato l’ingresso. Si era stretta nel giaccone, cercando le indicazioni per la Terapia Intensiva Cardiologica, nel viavai disordinato dell’atrio principale.
Una volta lì, le era venuta incontro Clelia, la figlia di suo padre, medico come lui.
La donna si era protesa verso di lei per abbracciarla, con gli occhi lucidi, e Silvia non aveva potuto sottrarsi: «Mi dispiace, abbiamo fatto il possibile. Papà è un uomo forte, ma…», su quella pausa era riuscita a divincolarsi. Si era morsa le labbra, aveva fatto un passo indietro; poi si era tolta la giacca, poggiandola su una sedia della piccola sala d’attesa. Si era accorta di avere il maglione al rovescio, le cuciture a vista, come cicatrici mai guarite.
«Sì, papà era un uomo forte», l’imperfetto verbale le risuonava tra le costole bloccate dove non sentiva più i battiti del cuore. Si era corretta mentalmente con un tempo presente.
Infine era uscita dall’impasse grammaticale e intima con una sentenza: «Un padre imperfetto», ma Clelia non la stava più ascoltando, capo chino sul suo dolore inconsolabile. Le si era avvicinata di nuovo, le aveva preso la mano, stringendogliela: «Silvia, sono contenta che tu sia qui, papà ci tiene a te».
***
Un pomeriggio vieni a prenderti le ultime cose che hai lasciato a casa. Sai che la mamma non c’è, vi siete accordati così. Entri con le tue chiavi per l’ultima volta, ti chiedo di lasciarle sul tavolo. Il rumore che fanno sul vetro temprato mi rimbomba nelle tempie. Mentre raccatti qualche libro e altre inutili cianfrusaglie, ti pedino come tu fossi un ladro.
«Mi fa piacere averti trovata a casa» mi dici e poi aggiungi: «Stavi studiando?» mentre apri un cassetto in soggiorno.
«No, stavo uscendo. Se ti sbrighi, che sono già in ritardo» ti rispondo senza guardarti negli occhi.
E tu allora incalzi: «Se ti rimandano in matematica io non ce la faccio ad aiutarti»
«Certo, avrai da fare con quella lì», ti tolgo dalle mani un album di fotografie, «e comunque con la matematica mi aiuta Giulio, il mio ragazzo»
«Ti avevo detto di lasciarlo perdere quell’imbecille. Non fa per te, fidati»
Esplodo in una risata: «Fidarmi di te? Come ha fatto la mamma?» e ti lascio lì, senza darti il tempo di rispondermi. Esco, ingoiando un malloppo di lacrime che si impastano al rancore. Quello stesso pomeriggio, mollo Giulio che non è davvero bravo in matematica, che non è bravo in niente se non ad andare sulla sua Harley e a farmi gli occhi dolci.
***
Clelia, tornando in reparto, aveva chiesto a Silvia di aspettare ancora qualche minuto. La sala d’attesa, con le pareti verdi e il linoleum lucido, trasudava storie che lei non aveva voglia di ascoltare. Accavallando le gambe, aveva preso il cellulare accorgendosi che non c’era campo. Un uomo, un visitatore come lei, le aveva fatto cenno con le mani come a dire “non va”, abbozzando un mezzo sorriso: «Chi c’ha dentro?» le aveva chiesto, a voce bassa.
«Mio padre, e lei?» aveva risposto in maniera secca.
«Io la mamma», riempiendosi i polmoni di aria, «Non ce la farà. È molto anziana, ma certe cose fanno male sempre, a qualsiasi età, no? Suo padre? Che dicono?»
Parlarne con un estraneo le era sembrato semplice: «Anche lui, niente da fare. Stiamo aspettando che…» ma si era fermata sulla soglia di quella parola impronunciabile. Mentre osservava le mani di lui che continuavano a sfregare contro i pantaloni troppo eleganti per un ospedale, aveva aggiunto: «E non fa male, fa paura. Ho paura di non provare dolore». Lo aveva detto, lo aveva tirato fuori così come le era venuto.
L’uomo si era assestato sulla sedia, si era schiarito la voce, mentre sbloccava il cellulare: «Mi spiace…». E poi si era impantanato in interiezioni senza senso, per risolversi con una banale frase che lo togliesse dall’impaccio: «Mi scusi, esco un attimo, devo chiamare mia moglie».
***
C’è una festa di diciotto anni, un sabato sera. Il locale è dall’altra parte della città e non ci sono autobus per tornare. Mamma mi dice di chiedere a te: «Fatti venire a prendere da tuo padre, che almeno si renda utile» borbotta.
La mattina ti chiamo. Il telefono squilla a lungo prima che tu mi risponda, hai la voce che sa di sonno.
«Spero sia una cosa importante» mi rimproveri «ho fatto il turno di notte». Nemmeno un “Ciao, come stai”. Ti spiego di cosa ho bisogno e mi dici che va bene. Ci accordiamo solo per l’orario e ti do l’indirizzo, non ti dico neanche grazie.
Quella notte ti aspetto seduta su una panchina di legno scorticato, di fronte all’ingresso del locale, le altre ragazze sono già andate tutte via. Un lampione alle mie spalle disegna la mia ombra tremolante sul selciato, è l’inizio dell’estate ma l’umidità ha reso l’aria quasi fredda. Arrivi, accosti la macchina, i fari mi abbagliano e sfaldano i contorni della tua figura intrappolata nell’abitacolo.
«Hai bevuto?» è la prima cosa che mi chiedi. Ti rispondo a brutto muso che sono fatti miei e tu eviti il confronto, te la cavi con un insolito e laconico “Vabbè”.
Tiro giù il parasole per guardarmi nel piccolo specchio interno, mi ripulisco gli occhi dalla matita sbavata. Ho mal di testa e lo stomaco sottosopra.
Tra noi solo il rumore delle gomme sull’asfalto e di qualche macchina che ci sorpassa.
È un silenzio a cui siamo abituati: se non puoi dare ordini, non hai molto altro da dire. E io ho sulla lingua solo quel “bastardo” pronunciato dalla mamma che poi, piano piano, scompare dai nostri discorsi, come scompari tu dalla nostra routine familiare.
«Silvia,» pronunci all’improvviso il mio nome ed è come se lo sentissi per la prima volta dalla tua bocca «io e Ornella aspettiamo un bambino, anzi, una bambina. Ma tra noi, tra me e te, non cambia niente, lo sai». E invece è già cambiato tutto, da troppo tempo, e non te ne sei mai accorto.
«La chiameremo Clelia, come mia mamma. Era il nome che avrei voluto dare a te, ma a tua madre non piaceva, diceva che sapeva di vecchio».
Ti rispondo semplicemente: «Beh, auguri allora». E poi niente, solo il leggero gracchiare della radio che ha perso la frequenza.
Quando siamo sotto casa, usciamo entrambi dall’auto.
Ti avvicini a me, ti passi una mano tra i capelli. Vorrei dirti di Giulio, che l’ho lasciato perché avevi ragione, era un imbecille, ma il vento che occupa lo spazio tra di noi mi gela i pensieri.
D’improvviso mi afferri il braccio: «Guarda… La cometa di Halley, porca miseria se è bella!» stai guardando in su, mentre io giocherellavo con le chiavi, in attesa di qualcosa.
Alzo gli occhi anche io, da noi le stelle si vedono ancora, lontano delle luci fitte del centro: «Cazzo, è vero… si vede proprio bene!»
«Difficile che la rivedremo al prossimo passaggio» ti lasci scappare, una specie di battuta, non so se devo ridere, ma tu sei così serio che io non aggiungo altro.
Restiamo un tempo indefinito con gli occhi piantati nel blu-nero del cielo.
Poi torno a guardarmi gli anfibi: «Allora io vado, pa’»
«Aspetto che entri e poi riparto» mi rispondi con voce pacata.
Mi avvio verso il portone di casa, lentamente. E in quel momento, quando oramai sei alle mie spalle, sento che mi dici qualcosa: le tue parole mi arrivano in frammenti che non ricordo più.
Mi volto e urlo, guardandoti da lontano: «Eh?», ma tu mi fai solo cenno con la mano di andare, scuotendo la testa, come per dire “Niente”.
***
Un’infermiera era venuta fuori dal reparto per chiamarla. Silvia era scattata in piedi, sentiva gli occhi pesanti e un affanno del corpo.
Davanti alla camera di suo padre c’erano Clelia e la madre strette in un abbraccio. Aveva trattenuto il fiato e stretto i pugni: «Ciao, Ornella», realizzando che in tanti anni non aveva mai parlato con lei.
La moglie di suo padre, un’anziana signora così magra che sembrava perdersi nei vestiti che indossava, voltandosi verso di lei le aveva detto in modo accorato: «Silvia, ci sei anche tu! Entra, va’ da lui, il tuo caro papà», con un pianto che oramai tratteneva a fatica.
Silvia le era passata accanto, aveva sentito il dovere di tenderle la mano, ma il movimento era rimasto in sospeso. Era poi entrata nella stanza, i piedi quasi incollati al pavimento.
Suo padre era lì, una forma anonima sotto un lenzuolo troppo bianco.
Si era avvicinata al letto e lo aveva guardato. La pelle ingiallita, solchi profondi sulla fronte, le labbra sottili, quasi un taglio orizzontale su un viso che non aveva più niente di quello che ricordava.
Silvia ripensava a tutte le volte che lo aveva sentito parlare con quel tono perentorio che lei odiava. Le risuonavano nelle orecchie i suoi divieti, le sue regole, i suoi no senza possibilità di scendere a compromessi.
Stava ripercorrendo una cronologia di eventi sfilacciati, mentre osservava ciò che restava di suo padre sui monitor ai quali era collegato da un intrico di fili inanimati.
Aveva ficcato le mani in tasca, rigirandosi tra le dita un vecchio scontrino accartocciato. Si era fatta maggiormente dappresso, per escludere tutto il resto dallo sguardo: impercettibili movimenti del torace erano la prova che da qualche parte suo padre c’era ancora.
Dopo pochi minuti, era stata presa da una specie di impazienza fastidiosa: «Allora io vado, pa’» gli aveva detto o lo aveva detto a se stessa.
D’improvviso, un bip acuto aveva interrotto il silenzio. Lucine rosse sui monitor, rumore di passi lungo il corridoio, Ornella che entrava di corsa gridando “Leonardo, Leonardo”, i singhiozzi di Clelia.
Facendosi da parte, Silvia aveva lasciato passare le infermiere e un medico: la stanza si era riempita delle loro parole asettiche, dei loro gesti misurati sul corpo di suo padre che se ne stava andando.
Il suo corpo, invece, veniva come trascinato sott’acqua: ogni cosa intorno si stava allontanando, i suoni un rimbombo ovattato.
Le era venuto quasi da ridere, perché anche in quel momento non erano riusciti a incontrarsi, lei e suo padre.
“E cosa ci saremmo detti?” era stata l’ultima cosa che aveva pensato prima che il medico annunciasse il decesso.
Si era avvicinata alla porta per andare via. Sulla soglia, con i neon abbacinanti del corridoio che le ferivano gli occhi, si era bloccata, le gambe rigide, un brivido lungo la schiena: se lo stava lasciando alle spalle, come quella sera dopo la festa.
“Cosa mi hai detto mentre andavo via?” si era chiesta, mentre vedeva l’immagine di suo padre sfaldarsi e ricomporsi in un altrove dimenticato.
Si era girata un’ultima volta a guardarlo: «Eh?»