Ilie
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Ilie

 

Entra a passo veloce nei locali dell’associazione. È decisamente in ritardo. Percorre il corridoio per arrivare alle scale. Il suo ufficio è al primo piano. Girando l’angolo va quasi a sbattere contro la psicologa. Accanto a lei, un bambino – avrà otto anni – la segue a occhi bassi. Quando lei si scusa con la collega, li alza, piantandoglieli addosso. Li ha già visti quegli occhi, ma non sa dove. Le sfuggono subito. La bocca ha una piega che un bambino di quell’età non dovrebbe avere, le labbra arricciate. Sta trattenendo le lacrime o, piuttosto, lo schifo.

Di chi sono quegli occhi?

Alla pausa caffè prova a informarsi.

 

“Che bambino?”

“Quello che era qui stamattina, con la psicologa, la Salvarani.”

“Ah, sì, era qui per la valutazione chiesta dai Servizi, sai per quel progetto sugli orfani di femminicidio.”

“È stato il marito?”

“Il compagno. Sai chi era la donna? Hai presente quella bionda, sulla trentina, all’angolo della concessionaria della Mercedes, sulla sedia bianca?”

“Cazzo, sì. Sono dieci anni che la incrocio ogni giorno venendo qui.

“Il bambino quanti anni ha?”

“Otto, ma non posso dirti di più.”

“Sì, certo, scusa. È solo che mi ha fatto una strana impressione.”

“Strana come?”

“Strana. Ora devo tornare al lavoro, ciao.”

 

Quella mattina non era passata dalla parte della Mercedes, aveva fatto il giro lungo per evitare la coda. Quando fa la strada per tornare a casa, la sedia quasi non si vede. È ricoperta di fiori. Non sente il profumo, ma sarà nauseante. Sono gigli e sono sfioriti. Una scarpa col tacco a spillo – rossa – una sola. Un peluche, le braccine spalancate in un abbraccio fantasma. C’è un portafoto, quadrato, 10x10, è bianco, ed è vuoto. Anche la candela (spenta) lì accanto è bianca. Presenta scanalature parallele lungo il corpo; lo stoppino è nero, piegato verso destra. Un foulard rosa bordato di porpora vibra leggero, annodato alla sedia.

 

La sera, a cena, il marito le racconta di una collega che ha deciso di prendere un bambino in affido e si è rivolta proprio all’associazione per cui lei lavora. “Curioso, no?”, le dice.

“Che ne pensi dell’affido?”, gli chiede.

“Tutto il bene del mondo”, risponde lui.

Lei si affretta a cambiare discorso. Le vacanze di Pasqua da organizzare. Le dita dei piedi nudi si aggrappano al tappeto sotto al tavolo come quelle di un funambolo sul punto di cadere alla corda. È morbido al tatto, il tappeto, e copre parte del pavimento della sala – hanno sempre mangiato in sala, la cucina troppo piccola per ospitare un tavolo –, un pavimento in listelli di legno a spina pesce ormai vecchi, sollevati in alcuni punti, ma sempre tirati a lucido, come lucido, e senza un granello di polvere, è il mobile in noce scuro di fronte al tavolo. Nessuna ditata di bambino mai arrivata a segnarlo.

 

Il giorno dopo è in macchina e guarda avanti. Si ferma allo stop. Una mosca sbatte contro uno dei finestrini posteriori producendo un suono secco, e forte. Forte è anche il rombo di un camion che arriva dalla sua destra. Il vento piega l’unico albero striminzito sopravvissuto al cemento. Il piede le balla sopra al pedale del freno: ancora una volta ha messo i tacchi troppo alti per venire al lavoro. Molto alto è anche il pilone sopra al quale stanno, raggrumate come emorroidi trombizzate, quattro antenne. Alte sono anche le telecamere sul cancello della Mercedes Trucks davanti a lei. Sgasa. Volta lo sguardo a sinistra. La sedia-altarino è ancora lì.

Accosta. Scende. Chiude la macchina, non si sa mai.

 

Chi sei? Che ci fai nella mia testa?

Sei tu quella che si è seduta sulla mia sedia.

Dimmi chi sei.

Davvero non lo sai?

Dieci anni che ti incrocio e ora mi parli solo perché mi sono seduta qui?

Non sei contenta di esserci finalmente riuscita? Credi che non mi sia mai accorta dei tuoi tentativi di incrociare il mio sguardo?

Sei brava a cambiare discorso.

Sono brava a fare tante cose. Nessuno si è mai lamentato.

Immagino. A vedere tutti questi fiori dovevi averne parecchi di ammiratori.

Clienti, erano clienti. Te lo chiedo di nuovo: perché avresti voluto parlare con me in tutti questi anni? Volevi salvarmi?

Fantasticavo su di te.

Fantasticavi. Su di me. Mi fai morire dal ridere.

Eri così altera. Guardavi oltre le cose. Oltre me – chiusa nella mia scatola di latta – oltre questa triste periferia. Oltre.

 

Si riscuote, si alza dalla sedia. Risale in auto. Farà tardi al lavoro se continua così.

Si siede alla scrivania. La giornata cola lenta come un rosario sgranato da una beghina cieca in un giorno di pioggia: cinque filze da dieci grani, un grano dopo l’altro, un respiro dopo l’altro, un minuto dopo l’altro.

Finalmente è ora di uscire.

Si ritrova ancora a quell’angolo, ancora seduta su quella sedia.

 

Stanotte ho sognato di essere te.

Non potrai mai essere me. Cosa hai sognato?

Che stavo seduta sulla tua sedia.

Come ora?

Sì.

E poi?

Arrivava uno dei tuoi clienti, Gregorio.

Che nome è? Nessuno dei miei clienti si chiama così.

L’ho battezzato io Gregorio. Che nome può avere uno che…

Uno che va a puttane, vuoi dire?

Non volevo dire questo.

E allora cosa? Lascia stare. Gli parlavi, almeno?

Perché, non lo sai?

Non posso sapere quello che sogni, solo sentire quello che pensi. Senza di te non posso vedere, senza di te non esiste più nulla di me. Vai avanti, dicevi di Gregorio, che faceva?

Piangeva. Si buttava in ginocchio, abbracciava le mie gambe, la sedia, e piangeva.

E tu?

Io gli mettevo una mano sulla spalla. Lui alzava la testa e mi guardava, a bocca aperta. “Sei tu”, mi diceva.

“Io chi?”, gli chiedevo.

“Tu. Lei.”

E poi?

Poi mi sono svegliata, di colpo, tutta sudata.

 

Ancora guidare. Di nuovo a casa. Di nuovo una cena. Una notte. Una nuova mattina, guidare, e l’ufficio, ancora una volta.

 

“Ciao, come sta andando con il bambino?”

“Che bambino?”

“Quello di cui parlavamo l’altro giorno, come si chiama? Quello di otto anni a cui hanno ammazzato la madre.”

“Ilie. I servizi stanno cercando i parenti, a noi hanno chiesto di trovare una famiglia affidataria. Non posso dirti altro.”

 

La donna torna nella propria stanza. Fissa il monitor cercando di dare un senso alle celle piene di numeri. Si distrae guardando una macchia sul muro, le ricorda una macchia di sangue, o un orsacchiotto.

Ha sempre odiato i peluche. Anche da piccola, dopo King, pestava i piedi e gridava di buttarli, se gliene regalavano uno. Non le piacevano, come non le piacevano i pulcini e i cuccioli di qualsiasi animale. I cuccioli sporcano, sono fastidiosi, impegnativi. E rumorosi. E chiedono, sanno solo chiedere: attenzioni, cibo, carezze, consolazione. E, soprattutto, ti spezzano il cuore quando ti lasciano. Come King. Era impazzita di felicità quando suo padre le aveva portato a casa quel cucciolo di labrador. Poi il vicino l’aveva investito nel vialetto che condividevano. Si era distratta e King era scappato, finendo sotto le ruote. Era stata tutta colpa sua.

Chiude gli occhi, lasciandosi pesantemente andare sullo schienale della sedia ergonomica che ha combattuto due anni per riuscire a ottenere e che si piega sotto il suo peso.

 

Stanotte sono io ad averti sognata.

Come è possibile? I morti possono ancora sognare?

Non saprei, non sono mai stata morta, prima.

Cosa accadeva nel sogno?

Un girotondo. Un sacco di gente vestita di bianco. Donne velate, uomini in camicia bianca. “Brucia, brucia la strega”, gridavano. La strega ero io. C’era un bambino, lo tiravano da tutte le parti. “Il figlio della strega”, dicevano. Tu eri fuori dal cerchio e mi fissavi. Facevi un passo in avanti e gridavi “Cosa dite? È mio figlio, non è della strega.”

E poi?

Poi tutto finiva, il fumo si diradava e di me restava solo cenere. La raccoglievi e la mettevi in un’urna laccata di rosso. La portavi al mare, prendendo il bambino per mano, e versavi le ceneri in acqua. Il bambino piangeva. Tu, ti strappavi i capelli, maledicendomi. Piangevi anche tu.

 

La donna va in bagno, si butta dell’acqua fredda sul viso. Si guarda allo specchio. Anche lei porta i sottili capelli biondo cenere legati in una coda alta, ha le medesime occhiaie, più o meno la stessa età. Solo che lei pretende di essere viva, l’altra non più.

Smettila di tormentarmi, le dice allo specchio.

Non è mia intenzione. Sei tu che mi hai parlato per prima. Sei tu che continui a sederti sulla mia sedia.

Io non voglio nulla da te.

Invece sì.

Che cosa?

Lo sai.

 

La donna dice di non sentirsi bene ed esce di corsa dall’ufficio. Si chiude in macchina, parte. Vorrebbe andare lontano. Ha sempre sognato di farlo, ma non se l’è mai permesso e dovrebbe ora rinunciare anche alla possibilità?

Arriva a casa.

Vomita, le braccia abbarbicate alla ceramica del water, tanto pulito che ci si potrebbe fare il bagno dentro.

Lo sai. No, che non lo sa. Non lo vuole sapere.

Il marito torna, la sera, e la trova distesa sul divano. È di un nabuk rosa antico chiarissimo, dovrà rivestirlo, nel caso, si sorprende a pensare. Chiude gli occhi, finge di dormire. Il marito la copre con un plaid bordeaux dalle morbide frange. “Riposa”, le dice, “alla cena penso io.”

Le viene una febbre a quaranta. Suda, fa fatica a bere, non mangia.

Va’ via, le dice, cosa vuoi ancora da me?

Solo vedere come stai, risponde l’altra che potrebbe essere lei, che forse lo è stata o lo sarà.

Sto male, è colpa tua.

Io non sono più viva, non può di sicuro essere colpa mia.

Viva, lo sei. Ora che stai tramando per essere me.

Non dire sciocchezze. Alzati, fatti passare la paura e fai quello che sai, quello che vuoi anche tu.

 

Appena scende la febbre, il marito le vede addosso una luce differente. Allora gli parla dell’idea che si è impossessata di lei, gli dice dell’altra, che avrebbe potuto essere lei, gli racconta del sogno.

 

Tre giorni dopo, tornata al lavoro, Nadia bussa piano alla porta di un ufficio, una volta, poi un’altra, più decisa.

“Ciao, sono qui per avviare il percorso di affido. Che moduli devo compilare?”

 

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