3.
Si capiva subito che quella era una sera diversa dalle altre. Più gente, forse trecento persone, arrivate da mezza Italia, chi dalla città e chi dalla campagna, e l'atmosfera sembrava proprio quella di certe notti quando percepisci che sei in mezzo a qualcosa che ricorderai anche se non sai ancora perché. Chiaro, avevo preso dell'acido, un pezzetto di foglio che Jordi aveva comprato da qualcuno che conosceva a Milano e non si sa bene perché in quei giorni era a Roma, e il mondo aveva assunto quella luminosità specifica del viaggio quando ti prende bene, e ogni cosa appariva al suo posto ma con una sfumatura in più.
La musica era più cupa e profonda delle altre volte, il dj veniva da qualche parte dell'est Europa e suonava una house che sembrava costruita per scorticarti la pelle, e dentro il capannone la gente ballava con una dedizione e una concentrazione che di solito vedi solo nelle chiese, in certe funzioni religiose, ma devi credere davvero nel tuo dio. Alex aveva sistemato delle luci nuove, strisce di led viola e arancio che correvano lungo le travi del soffitto e che sotto trip diventavano fiumi di luce che scorrevano sopra le teste della massa indistinta che pareva una persona sola, e invece erano tutti. Viv ballava vicino alle casse con gli occhi chiusi, Speedo invece non si trovava più, sembrava scomparso, ma probabilmente era solo da qualche parte che stava aggiustando qualcosa. O forse no.
Fu Jordi a notarla per primo. Me la indicò con un gesto del mento, in mezzo alla pista, che ballava da sola con la libertà che hanno alcune persone sotto l'effetto di md, e certe rare volte persino senza, il tipo di spensieratezza che non ti fa preoccupare di essere guardata. Si chiamava Claudia, lo scoprii dopo, veniva dal nord, era arrivata in città con un gruppo di persone che conosceva appena e che aveva già perso di vista. Aveva i capelli corti tinti di rosso e un modo di muoversi che sembrava non tenere conto della gravità nello stesso modo in cui di solito ne tengono conto tutti gli altri.
Mi presentai durante un momento di pausa, fuori nel cortile dove la gente usciva a fumare e a bere e a tornare appena un po' in sé prima di rientrare. Era seduta su un blocco di cemento con una birra in mano e rideva di una battuta che qualcuno aveva fatto, una risata vera, non quella roba sociale che si fa solo per cortesia. Jordi si sedette vicino a lei e iniziarono a parlare e io mi sedetti dall'altra parte e ascoltai soltanto, che comunque con l'acido ancora in azione aveva comunque un suo perché.
Lei era quel tipo di persona che prende le decisioni di getto, prima di rifletterci, prima ancora che diventino decisioni, di puro istinto. Quando Jordi le raccontò del laghetto, il buio in fondo al cortile oltre la vegetazione, e disse che lì sotto buttavano i rifiuti della fabbrica, roba tossica, anni e anni di porcherie, lei rise e disse “che storia fantastica”, e quando lui aggiunse che nessuno ci andava mai, che l'acqua era contaminata, lei rise ancora e aggiunse “ci vado io”.
La scommessa nacque così, ma forse non era nemmeno una scommessa. Qualcuno che aveva ascoltato la conversazione sostenne che non si poteva essere così pazzi, al che Claudia si alzò e disse solo “vediamo se hai ragione”.
La seguii insieme a Jordi e a quegli altri quattro o cinque che si erano aggregati, attraverso la vegetazione, fino alla riva, mentre tutti cercavamo di farle cambiare idea, che stava facendo una cazzata. La notte era calda e l'acido rendeva i contorni delle cose leggermente più vividi di quanto effettivamente fossero, e così la riva del laghetto aveva un fascino da dipinto fuori dal tempo, come se non ci fosse un rave a dieci metri, o la città poco più lontana, solo l'acqua ferma e il silenzio surreale che è quello che ci si aspetta da un vecchio quadro.
Comunque Claudia non ci ascoltava più da un pezzo, si tolse le scarpe, poi i jeans, poi la maglietta, e rimase in reggiseno e mutandine mentre gli altri avevano a loro volta smesso di provare a dissuaderla e al contrario adesso la incoraggiavano, probabilmente perché volevano vedere cosa sarebbe accaduto. Jordi le urlò qualcosa che non capii, uno degli altri fischiò. Claudia si avvicinò alla riva, toccò l'acqua con un piede, disse che era fredda, e poi si tuffò.
Il suono che fece quando entrò nell'acqua mi sembrò strano. Non era il suono che mi aspettavo, di una persona che si butta in un liquido. Era un rumore sordo, come se l'acqua fosse densa, come se avesse una consistenza diversa da quella che dovrebbe avere l'acqua. Non avevo mai visto qualcuno tuffarsi nell'olio, ma me lo immaginai così. Pensai che probabilmente era per tutte le pocherie che ci avevano buttato dentro.
Claudia rimase sotto per forse due secondi, e quando emerse stava già urlando. Uscì dall'acqua con una frenesia che paradossalmente le rallentava i movimenti, e cadde sulla terra della riva e continuò a urlare finché Jordi non le mise le mani sulle spalle e le disse “stai calma, stai calma, cosa è successo?”.
Lei rispose che c'era qualcosa sotto, qualcosa che l'aveva toccata, come delle braccia, non era sicura, perché sapeva che non c'era nessun altro in acqua, però avrebbe giurato che erano proprio braccia.
Sia Jordi che gli altri risero. Era quella roba di cui si faceva lei, commentarono, stava allucinando, l'acqua gelida con quello che aveva in corpo poteva fare questo, erano combinazioni capitate a tutti in una situazione o in un'altra, in un modo o nell'altro. Qualcuno imitò il suo urlo in modo affettuosamente crudele e si rise ancora. Claudia si lasciò avvolgere nella felpa che qualcuno le aveva portato e dopo qualche minuto anche lei sorrise, con quel sorriso incerto di chi non ancora è del tutto convinto ma non vuole sembrare la persona che guasta il divertimento.
Eppure io avevo visto bene la sua faccia quando era uscita dall'acqua. Prima che ci mettesse sopra il sorriso. Prima che capisse che era più facile ridere che spiegare. Avevo visto quello che c'era nel suo sguardo in quel momento e non era una paura indotta dalle sostanze, era un terrore vero.
Mentre gli altri tornavano verso il rave mi fermai insieme a Viv, che stava asciugando le braccia di Claudia con una maglietta, e fu allora che mi accorsi delle macchie scure sulla pelle, che potevano anche sembrare graffi o lividi, ma allo stesso tempo era lampante che si trattasse di qualcosa di strano. Viv disse tranquilla che era fango, che bastava lavare bene e sarebbero venute via. Claudia sembrò convinta di quella spiegazione.
Poi anche loro ritornarono nella musica e io rimasi solo sulla riva.