Sembrava faticasse a salire. Lo tenevo con la coda dell’occhio, e quando rallentavo il passo per avvicinarmelo lo sentivo col fiato spezzato. Saliva lento, ma a passo fermo. Il sentiero si chiudeva nel bosco, nell’arco di fronde e rami, e le pietre per terra erano lucide dei raggi del sole filtrati tra le foglie. Lo sterpame di rami secchi scricchiolava sotto i piedi, e il fruscio di lucertole e bisce era tutto ciò che si poteva sentire oltre lo scroscio dell’acqua nell’alveo di pietre e massi. Lo sentivamo più chiaro sulla nostra sinistra mentre risalivamo il sentiero. E il cielo era limpido e immacolato d’azzurro, ma sotto il tetto degli alberi ne potevamo scorgere solo qualche frammento; era in quei momenti che il sole bucava le foglie mosse dal vento e faceva di chiazze di luce il bosco. Mi giravo e lo vedevo una sagoma rosa nascosta tra le foglie e i rami.
– Lo ricordavo meno scosceso – disse, quando mi fermai per lasciarmi raggiungere.
Una volta lo facevamo saltando le pietre come capretti, e io dovevo dar forza al fiato per stargli dietro.
– Siamo quasi arrivati.
Raggiunta l’ultima salita sapevamo di esserci quasi. Il ruscello gorgogliava felice nel letto roccioso e copriva tutti gli altri rumori del bosco, eccetto il danzare delle foglie nel vento. Egli scendeva il passo a tentoni, aggrappato al mio braccio, e le sue gambe erano tremanti ma solide. Con la mano spostavo un ramoscello innanzi alla strada e, oltre, il sentiero si apriva sulla valle e sul profilo delle montagne verdi. Il cielo era davvero azzurro ovunque sulle nostre teste e solo la scia bianca e deforme di un aereo lo sporcava, e il cerchio ipnotico di un falchetto che volava basso in cerca di topi; ma oltre il falco c’era solo l’azzurro. E il sole splendeva sul nostro lato della montagna e sulla nostra lama.
Ci spogliammo sul grande masso che torreggia la pozza, lasciando cadere i vestiti in terra, e ci cambiammo. Era piacevole l’aver sudato tanto ed era piacevole anche l’odore acidulo del sudore sulla pelle. Mi tuffai per primo; l’acqua era fredda e lavò via il sudore e la stanchezza. Tuffai la testa dentro, e il riverbero del sole illuminava le pietre antiche del fondale verderame; quando la rialzai lo vidi là, in piedi, sopra la roccia, che si specchiava nel riflesso e anch’egli voleva tuffarsi.
– È meglio che entri da lì – dissi. Galleggiavo muovendo braccia e gambe, e l’acqua densa e fredda della sorgente mi muoveva a fondo.
Rimaneva a osservare ostinato la superficie dalla roccia, poi scendeva docilmente per accompagnarsi dentro l’acqua. E sussultava a primo impatto; i suoi occhi verdi avevano lo stesso colore del fondale, ed erano occhi entusiasti di ragazzo.
– È fredda – disse – non è mai stata così fredda.
Il sole sembrava non muoversi mai. I capelli gocciavano sulla pietra rovente e il vento pulito rinfrescava la pelle ancora bagnata. Eravamo distesi sulla pietra nuda nel silenzio della montagna. Lui si lisciò i capelli: ne perse una ciocca folta nel palmo della mano, la strinse in un pugno, e pulì la mano dei capelli sfregando sul costume.
– Ti ricordi quando ci portavi qui da bambini? – dissi.
Lo ricordava, ma voleva comunque sentirmi raccontare.
– Facevamo i tuffi da quella roccia, e la mamma si arrabbiava perché si prendeva dei gran spaventi.
– Ricordo – disse lui.
– Poi ti tuffavi dalla stessa roccia, e la mamma si arrabbiava ancora di più, perché sapeva che l’avremmo rifatto dopo.
Sorrideva in silenzio. La piccola cascata scontrava sulle rocce e l’acqua gorgogliava bianca. Il profilo verde della montagna di fronte a noi sibilava il fiato del vento tra le foglie, e le foglie ballavano, e cantavano bianche.
– Quando ce ne andavamo ti osservavo arrotolare il costume bagnato: lo strizzavi, lo arrotolavi dentro l’asciugamano e ne facevi un fagotto – dissi. – E io arrotolavo il costume dentro l’asciugamano e ne facevo un fagotto, imitandoti. Mettevo il fagotto nello zaino e i vestiti non si bagnavano.
– E quando ti cambiavi – continuai io – passavi l’asciugamano intorno alla vita e da sotto ti toglievi il costume, e reggendoti su un piede solo indossavi le mutande. Io non capivo perché lo facessi: mi stringevo l’asciugamano intorno alla vita e provavo a sfilare il costume da sotto, ma non mi riusciva mai.
A quel punto pareva solo ascoltare. La faccia era rivolta al sole, era increspata nelle pieghe degli occhi e del naso. Il mio racconto era per lui un rumore tra i rumori della montagna, ma un abbozzo di sorriso era nascosto dietro le grinze della sua faccia al sole.
– Mi ricordo quella volta che facemmo la diga per fermare l’acqua del rivo e ingrossare la lama – disse.
Risi ad alta voce. – Ricordo.
– Per una settimana avevo il dito viola come ora ho viola queste vecchie caviglie.
– Mi ricordo che inseguivo la tua unghia tra le cascate del ruscello mentre tu mi bestemmiavi dietro.
– E non abbiamo fermato l’acqua del rivo: la lama è sempre alla stessa altezza.
– Tutte le volte che venni, in seguito, la ricostruivo sempre da capo, e tutte le volte dopo il rio l’aveva disfatta.
– Il rio trova sempre il modo di disfarle, nelle sere di pioggia, quando è in piena. Deve scorrere.
– Forse la lama è già abbastanza grossa così com’è, e non ha bisogno di essere ingrossata.
– O forse non siamo buoni costruttori di dighe.
Scesi fino al punto dove la pozza casca nel resto del rio. Sollevai una grande pietra bagnata dall’alveo e la gettai nella corrente bianca.
– Potremmo riprovare ora – dissi.
– Non voglio che mi secchi un altro dito.
Il sole nascose un lembo dietro la cresta di alberi, dietro le punte dei pini; e la pozza era in parte in ombra e in parte al sole. Immersi la testa e il fondale era scuro e denso, e faceva paura nuotarci contro. Lui mi guardava dall’alto della roccia, arroccato al sole. Uscendo dall’acqua all’ombra, col vento addosso, tremavo fino a che non tornavo al sole, e i peli ritti sulle braccia si scioglievano nuovamente sulla pelle. Appoggiavo la testa sull’asciugamano affagottato e leggevo, e il libro era teso a coprire gli occhi dal sole che si spingeva dietro la montagna. Leggevo sulla nuda pietra e venivo distratto soltanto quando il fruscio di un cespuglio sembrava il passaggio di un animale, e allora alzavo gli occhi a osservare. Mio padre rompeva quella quiete con sospiri profondi e fischiettando a tratti. Rilessi nuovamente la stessa frase più volte: non era la frase che stavo leggendo, però, non ricordavo più dove fossi arrivato e avrei dovuto ricominciare la pagina da capo. Lui mi guardava e fischiettava, quasi a farlo di proposito. Si capiva che aveva smania di parlarne. Chiusi il libro e lo appoggiai accanto all’asciugamano bagnato. Io aspettavo che fosse lui a incominciare, ma tutto quello che riusciva a fare era guardarmi e fischiettare, e rompere la quiete della lettura. Decisi di affrontarlo di petto, senza girarci inutilmente attorno.
– Ora cosa pensi di fare? – dissi.
Il suo viso era solo fintamente sorpreso, e in breve già aveva capito dove si andava a parare e aveva la risposta pronta.
– Quello che ho sempre fatto, da sempre – rispose fieramente, granitico.
– Non hai paura? – chiesi.
– Come non ne ho mai avuta.
Guardava verso valle, dove il sentiero entrava nel bosco e dove più in là il paese era incavato nella montagna.
– Il rivo deve scorrere – disse – non si può fermare con una diga.
– Non sarebbe male rallentarne il corso, però, e lasciare che la lama si gonfi.
– Siamo pessimi costruttori di dighe noi.
Il suo sorriso celava qualcosa che tutti gli uomini prima o poi incontrano.
Era la nostra lama, quella. Scendeva dalla petraia del Colombano, dove la sorgente pulsa sotto le coltre e, filtrando, l’acqua esce cristallina, limpida e fresca e sorgiva. Una volta avevamo risalito il rio a ritroso, arrivando fino a là dove pensavamo nascesse. Da quel punto la nostra valle sembrava immensa, e il paese era un puntino che si confondeva ad altri puntini nel verde disteso. La petraia che aveva a culla il rio era colossale, lassù, e sconfinata. Mi arrampicavo sopra i massi per risalirla e sembrava essere il letto dei giganti.
– Ti ricordi quando tornavamo a casa e, guardando la petraia sul lato della montagna, ti dissi che era l’impronta dei dinosauri?
– Mi ricordo che te lo lasciai credere – disse.
Quando riscendemmo dalla petraia tornando alla lama incontrammo la prima acqua in superficie che sputava sul terreno roccioso. Lì nasceva il rio. Bevemmo l’acqua dalla fonte e mi sembrava di bere acqua per la prima volta, gelava i denti e faceva male. Poi il ruscello diventava rio, e s’apriva in grandi pozze che erano belle e inesplorate, ma non erano la nostra lama. E scendendo fino in fondo, il rio incontrava una delle sture, ed era strano pensare che quella stessa acqua l’avevamo di nuovo nella città di tutti i giorni. Era arrogante pensare che si potesse fermarne il corso con una diga di sassetti e legni.
– Ti ricordi perché lo chiamano il Rio dell’Agnello? – chiesi.
– No.
– Me l’avevi spiegato una volta.
– Non ho mai visto un agnello pascolare da queste parti.
– Neanche io.
Ci rivestimmo all’ombra. Il sole era scomparso ma splendeva ancora a macchie sulla parte orientale della montagna. Vicino al paese sentimmo i cani abbaiare e il concerto delle campane che le vitelle portano al collo.
– Mi piacerebbe tornare ancora, se me lo permetterà – disse, tenendosi il cuore in una morsa.
Quell’estate tornammo al rio altre tre volte, e a settembre non tornai più.