Immagine di Paolo Ventura
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Il penultimo granello

 

Improvvisamente di nuovo un fragore. Netto, spaccò l’aria per occupare diversi isolati, talmente forte da sembrare vicino e lontano allo stesso tempo. Vibrò la strada sotto i piedi di Gregor che vibrarono con essa. L’intensità acustica ci mise un po' di tempo prima di dissolversi e rimase nell’etere presenza sospesa per poi sparire lentamente. Non aveva mai sentito nulla del genere. Gregor avvertì la forza della primogenitura delle emozioni. Fece in tempo a vedersi piroettare veloce come un uomo proiettile sparato a salve da un cannone del circo. Fece in tempo a ricordare - riflesso di amara ironia - che realmente una volta aveva assistito al numero dell’uomo proiettile in un circo. Proviamo a immaginare la scena: c’è un uomo che volteggia nell’aria a seguito di un’esplosione, un’esplosione che ha appena esaurito l’onda d’urto ed ora è l’inerzia che lo sta lasciando cadere nell’acqua di un fiume. La stessa acqua fatalmente lo sta aspettando, sembrerebbe persino accoglierlo placidamente, mentre è la seconda minaccia che ha investito la scena dopo l’esplosione. Guardando da fuori distrattamente però non sembra altro che un tuffo scomposto di un uomo nonostante questo sia poco sostenibile e non ha nessuna ragione logica visto il momento drammatico. Se fosse la scena in un film thriller, nel buio della sala sarebbe il momento che tutti hanno aspettato fin dall’inizio ad occhi sgranati e con il fiato sospeso… Noi spettatori sappiamo come stanno le cose, conosciamo i pericoli in agguato, siamo la sponda della verità che regge l’intero film. Ma è la realtà che reclama attenzione e non è sottoposta al magistero della finzione. Dunque è dentro un vortice di aria compressa, il suo corpo è intero, cioè integro, e ora sta precipitando verso il fiume. Quando inizia a scendere a mezz’aria sente forte la pressione intorno a sé, sul torace, sulla bocca, è una pressione violenta che gli impedisce quasi di respirare. E’ confuso, ancora non sa cosa gli stia succedendo e ancora di più non sa che cosa sarà di lui. È stato catapultato, non ha il controllo del proprio corpo e si ritrova a pochi metri sopra l’acqua morta, verdastra come melma. È questione di secondi, poi sarebbe iniziato nei suoi confronti lento e progressivo l’oblio, ma ancora non lo sa. La morte, la sorte a cui sono destinati chi prima chi dopo tutti, la stessa che avevano avuto i suoi nonni e poi sua madre e suo padre, questi saranno i suoi prossimi pensieri. Stava per iniziare cioè, il tempo in cui la sua vita, le cose fatte o condivise, l’intera sua esistenza come patrimonio evocativo si sarebbe lentamente disintegrata fino a rimanere a disposizione dei suoi discendenti, solo qualche sporadico episodio da ricordare. Gregor è costretto a confrontarsi, non con il rischio, come può essere accaduto in passato a tutti nel corso di una vita, ma con la certezza di essere finito, cioè di perdere la sua identità, il suo modo di stare al mondo. Un flusso di vita ininterrotto fino ad allora è messo fuori uso da un altro punto di vista. Il concetto stesso di vita, e dunque anche la sua vita che come quella di ognuno consiste nel non morire è in crisi. Tutto in quel momento preciso si concentra dentro quel banale ed inesorabile concetto. Ora a farsi largo in lui è una premonizione straordinariamente accurata e crudele sulsuo destino imminente.

Una folata di scirocco soffiava sui suoi capelli spettinandoli, il vento del XXI secolo raccolto in uno sbuffo. A pochi metri, da millenni, il suono del Tevere continua a testimoniare la storia della città fluttuando lento e cupo dentro gli argini, una corrente bruna lambiva Castel Sant’Angelo, scorreva verso l’Isola Tiberina, verso il mare giù a occidente. In un punto, un po' più avanti, le acque contrastavano con vigore un nudo dorso di roccia che affiorava e si infrangevano schizzando per declinare in una modesta ripida che schiumava chiara, per continuare il percorso - poco lontano dalle scene dell’antica civiltà romana, dalla pietra chiara degli archi romanici e dei battisteri e pure dalle ombrose e cupe facciate barocche, figurazioni di secoli di vita quotidiana vissuta a latere del fiume - per finire nel mar Tirreno dove poco prima era stato un modesto estuario circondato da misere baracche. Meno di trenta chilometri e gli umori putridi, l’eco dei peccati della città sarebbero confluiti lì. Gregor Infanti fissò quelle acque che lente colavano sotto di lui, gli sembrava un punto di vista maledetto ma anche straordinario. Si vide riflesso contro quell’acqua, sfocato, la sua faccia disperata trasformata dal terrore, con le rughe, tagli autorevoli dell’età. Da una clessidra rovesciata cadono gli ultimi granelli, Gregor vorrebbe avere stretta nel suo pugno una manciata di sabbia, quella che il vento e il tempo sgretola dai maestosi monumenti attraversati ogni giorno dalla vita, vorrebbe giusto quella necessaria al rabbocco, per rimandare la fine del penultimo granello e prendere tempo. Non si può far tornare indietro il tempo, ma almeno rallentarlo un po' pregava tra sé. Ora semplicemente avrebbe voluto tempo per vivere di più, non necessariamente meglio. Poi un’imprecisa sensazione di rassegnazione lo investì.

Ebbe un tremore. Nel buio della memoria ancora il flusso e il reflusso dei ricordi. Era arrivato il momento di chiedersi che fine avrebbe fatto, e insieme a lui le cose che sarebbero rimaste a disposizione dei posteri. Le orecchie fischiavano sempre più forte, all’improvviso, uno stridio che sembrava gli uscisse dagli occhi ma quando avevano iniziato a farlo? Non lo sapeva. Lasciò che il suono e le immagini della memoria lo invadessero. Pensò alla cucina di casa con il tavolo apparecchiato, un piatto, due posate e il calice per il vino lì da diversi giorni perché a differenza dei piatti, il bicchiere susseguiva diversi pasti. La sua vita in un colpo d’occhio, sentì un telefono squillare, gli sembrò una scena possibile, quello che vide era il telefono in bachelite nero posto in un angolo della casa dell’infanzia, solitario, trillava ignorato in una penombra buia. Poi si chiese cosa altro sarebbe restato a disposizione degli sguardi di suo figlio Roger e la sua ex moglie Marta nei giorni prossimi, quando lui non ci fosse più stato e in un silenzio composto, i suoi cari si sarebbero aggirati tristi nel suo appartamento e avrebbero frugato con una calma fiacca tra le sue cose mentre il suo corpo già con la pelle rigida e fredda, vuoto senza più lui dentro, ancora per poco avrebbe riempito una gelida e minuscola sala in un obitorio romano illuminato a neon. Ecco quella sotterranea corrente vitale che lo legava ancora alla sua ex moglie e non aveva mai smesso di scorrere nonostante tutto e ora si riaffacciava tra le rovine della sua vita.

Vide persone annoiate sottomesse al potente rito della tivù, sprofondate sui divani sfondati dopo giornate insulse o logorati dalla solitudine mentre rivolgono la parola a congegni elettronici in grado di interloquire con pazienza melliflua. Alexa metti quel brano, Alexa quando è nato quel remoto condottiero longobardo, ogni genere di curiosità e anche qualche défaillance difronte alle bizzarre domande poste con intento doloso. La sua testa era piena di voci e immagini che venivano da lontano. Tracce mnestiche. Sogni che svanivano in un attimo come le dispettose profezie della Sibilla cumana scritte sulle foglie di palma per essere rese presto illeggibili dalle intemperie. Gli sembrò persino il momento giusto per regolare vecchi conti, uno era il disagio verso un vecchio tormentone dance pop latino che ora era inspiegabilmente comparso tra i suoi pensieri. Un brano, il cui testo non era mai riuscito a sopportare, per quella superficialità travestita da ottimismo, diceva. Gli sembravano ridicoli quelle canzoni, gli davano l’impressione che anche nel dolore si dovesse indossare al collo una ghirlanda colorata. E poi a seccarlo, lo ammetteva, era il rischio di essere osservato mentre ballava controvoglia e fuori tempo, ma forse questo era un suo eccesso di arbitrio. Ma ora voleva solo mentire a sé stesso e sentiva il rammarico per tanta intransigenza, l’eco dei desideri non raggiunti nel corso della sua vita gli ronzava in testa, e sì, era rammarico il sentimento a cui aggrapparsi. Ma era il momento di fare certi conti? È il dolore che ci ricorda di essere vivi?

Era un sogno? Era la sfida complicata tra ciò che si è imparato in tutta la vita, nei lunghi settantasei anni, e ciò che si sta perdendo?

Ancora sperava in un miracolo, che tutto improvvisamente fosse diverso da quello che era, solo un attimo interminabile e poi tutto torna come prima. Si poteva finire così, senza un confine prossimo che annunciasse la fine. Senza bisogno di nessuna spiegazione, non una malvagia malattia che più o meno lentamente prepara e libera dalla sofferenza o lascia recriminare per la fretta che ha imposto ma comunque lascia tempo ai ragionamenti e alle maledizioni nelle notti insonni. La dolcezza della vita che si riconosce solo in condizioni certe fintanto che la certezza ha lineamenti riconoscibili. I finali sono più importante degli inizi? E quale era stato il suo inizio?

Quanta banalità può esserci nei connotati di una fine, la propria fine. La bobina di una vecchia pellicola del cinema muto che inizia improvvisamente a sfarfallare fino a spegnersi e in sala accendono le luci, un guasto che coglie di sorpresa il pubblico e lascia tutti senza immagini. Può essere così?

Ora il cielo sembrava fosse meno ampio o che si fosse ristretto. Possiamo essere vivi fino a quando non lo siamo più.

Prima qualcosa e poi più niente.

 

 immagine estesa di paolo ventura

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