Delirium

Delirium

 

Da qualche giorno aveva preso a maneggiare una piccola bambola di pezza che si girava e rigirava nel grembo. Le lisciava le trecce e le metteva a posto la gonnellina, coprendola di tanto in tanto con la sua coperta di lana mista fatta un tempo dalle sue mani, ora nodose e secche come estremità di rami di ciliegio, in inverno.

“Cara la mia Rosina, puoi stare qua che stai bene, attenta a non cadere giù. Hai mangiato? Bene?”

“Mama, devi prendere la pastilia, non dimenticare. Signora, lì, sul davanzale, pastiglia, giù con acqua”.

“La Rosina dice che va bene, ecco mi preparo. Ma la Isotta invece, era autoritaria, sempre. E Gigi ha il banco della verdura, al mercato”.

Imelda avvicinava lentamente la sedia a rotelle alla finestra. Quella piccola cameretta era ormai la sua unica casa già da qualche anno. Tutto il suo mondo, di fatiche, di dolori, di resistenze, era lì dentro che aleggiava e riemergeva per vie misteriose e ancora inesplorate nella sua testa. Sul davanzale, accanto alla crema per le mani di infima sottomarca, alcune violette e pratoline in un vasetto, raccolte dai figli, raccontavano la prossima primavera. Fuori.

Fuori passava ogni tanto qualche compaesano lì sul marciapiede, allora talvolta buttava l’occhio dentro alla finestra dalla Imelda e, qualora ne ricordasse la gran loquela, il sorriso sempre gentile e una parola scacciapensieri sempre pronta, faceva un cenno di sorriso. Ma Imelda non vedeva, o almeno non distintamente, soprattutto da quando le avevano tolto il cristallino, e quindi sopperiva a questa mancanza sviluppando eclettiche doti mentali e nuove sintassi a noi sconosciute.

“Maria, ancora acqua, finita”.

“Non sono Maria io, mama, sono Lizabeth, dico tantissime volte, Lizabeth, ricorda mama. Ecco, ancora acqua”.

Lizabeth ondeggiava i poderosi fianchi spostandosi nei pochi metri della camera, si avvicinava a Imelda e controllava bene l’apparecchio per l’udito, le rimetteva a posto lo scialle sulle spalle e la copertina sulle gambe, che anche la Rosina ne beneficiasse.

In questo connubio di gesti, ai quali talvolta Imelda rispondeva con un lieve innalzamento delle labbra, forse una semplice smorfia sdentata, sembrava si reggesse il mondo intero. Erano le nottate in bianco passate da una vecchia veneta, il lavoro nei campi che scandiva le stagioni e raggrinziva, anno dopo anno, la pelle del viso, il quotidiano tagliere di polenta che non finiva di borbottare, nascosto sotto un canovaccio, accanto alla stufa. D’altro canto, erano le fittissime treccine, da fare e disfare nel tempo, di una donna nigeriana che tutto sapeva sopportare, era una traversata in mare che loro chiamavano il Viaggio e che doveva per forza concludersi con una salvezza. E la salvezza poteva forse trovarsi in quella stanza, in cui la perdita della memoria non spaventava ma si confrontava con la ricostruzione di una memoria comune, di cui lei stessa era inconsapevolmente un minuscolo tassello?

“Mariaaaaa, Mariaaaaa, guarda, avevo detto, ‘sta attenta, no andar per di lì, ‘tenta, tutto, tutto va a fuoco, Maria che disgrazia, fuoco, fuoco dappertutto, chiama qualcuno, dai, avanti!”

“Mama che dici, che dici Mama, dove fuoco?”

Da qualche giorno Imelda sembrava in preda a visioni sconvolgenti. Attorno a lei sfrigolavano vesti, tessuti, legno, pietre porose, brandelli di vario tipo. Vedeva distintamente innalzarsi in aria faville che si perdevano in danze frenetiche. Non riusciva a seguirne un senso, ma il tepore le sfiorava la pelle raggrinzita delle mani e del collo. Allora provava con tutta la forza ad alzarsi dalla sedia a rotelle per cogliere al volo quello slancio che le veniva da dentro, dritta e decisa come una soldatessa, e immancabilmente, una volta eretta in quel modo repentino, si perdeva in quella danza del fuoco, le membra venivano meno, i muscoli si arrendevano rilassati.

“Mama, mama, che fai? Oh Gesù, seduta dai, brava, no fare la matta, dai mama”.

“Stupida schifosa, cosa fai? Cosa faiiiii? Il tetto vien giù, guarda la cucina, prende fuoco, avevo detto io, chiama i soccorsi, buona da niente, buona da niente!”

Imelda si dimenava e dava sberle a destra e a manca, mentre la voce acuta si affievoliva in lunghe vocali chiuse.

Capitava spesso al tramonto, quando il rossore della luce si rifletteva sui doppi vetri, sul quadretto appeso sopra alla porta di Giovanni Paolo II, sulle foto di famiglia, tra le quali spiccava tra tutte quella del nonno Mario morto qualche anno prima. Espressione fiera, pelle rubiconda e resa secca dal sole, Mario ogni tanto capitava tra quelle pareti, ma solo Imelda lo sentiva, e a noi non era dato sapere.

Sulle pareti, poi, un calendario del farmacista fermo a gennaio, a un inizio che non aveva mai voluto proseguire, al quale Imelda ogni tanto si allungava. La progressione dei numeri, macchie sbilenche ma ben distanziate, erano per lei una misura del tempo forse astratta ma pur sempre degna di valore.

“Quanti siamo Maria?”

“Al nove, mama, nove aprile”. Imelda non sapeva in realtà dove fosse quel numero, ma una di quelle ombre di varie forme indicava con certezza che un altro giorno stava passando, che il giorno successivo i raggi sarebbero ancora filtrati dalla finestra sulle sue gambe, che ancora ci sarebbe stato il fuoco a bruciare tutto, e lei doveva fare qualcosa.

Un lunedì, però, quel fuoco tornò potente e vivo, oltre ogni aspettativa.

Mentre Lizabeth era in bagno, Imelda si era alzata appoggiandosi al tavolo e aveva fatto qualche passetto verso la porta che dava sul corridoio. Gli occhi stralunati, di un colore legnoso che non era più il suo. I nervi della bocca sempre più tesi, per ciò che la nonna non sapeva dire, non sapeva credere. Il corpo come peso sospeso sostenuto da braccia che ritrovavano, per quegli istanti, una forza antica. Un passo falso. Una mano che passa dal tavolo al davanzale, aprendo il torace, restituendo la voce: “Nooooooooo, perché, il fuoco che brucia, tutto, tutto, tutto, Marina, brucia, guarda intorno, dappertutto, Maria fa’ qualcosa, Maria Signore, chiama i vigili, Mariaaa”.

Lizabeth arrivò perdendo le ciabatte. Afferrò la Imelda dalla vita ma lo sforzo fu inutile: le braccia e le mani rimanevano saldamente ancorate ai suoi appigli, e nemmeno la stazza di un’africana l’avrebbe schiodata.

Rimasero così, in una danza paradossale, con la nonna che puntava alla porta, forse per fuggire dal fuoco e la badante che con il suo peso la teneva inchiodata da dietro. Quest'ultima, con una mano libera per qualche secondo, riuscì rapidamente a chiamare i figli.

“La Marina, la Marina, tutto va a fuoco, e noi, e noi? Cosa facciamo noi? Avanti, su avantiiiii”, e ancora Imelda diede uno strattone versa la porta. Ada e Giovanni, sulla soglia, erano pietrificati. La loro madre, che da tanto tempo non li riconosceva nemmeno, sembrava risvegliata da una forza sovrumana. Giovanni agì d’istinto. Prese le gocce e con scaltrezza gliele infilò nella gola spalancata per le urla.

Qualche minuto dopo Imelda guardava fuori dalla finestra, lo sguardo assente, le membra esauste. Il fuoco non c’era più. I suoi figli, seduti accanto a lei eppure così distanti, le tenevano le mani.

“Non nominava Marina da tanto, forse ben oltre un paio d’anni”, osservò Ada.

“Non capisco, non capisco davvero”, aggiunse Giovanni.

“Pensi che possa vedere?”, chiese la sorella. Lui alzò le spalle con rassegnazione, e strinse ancora di più le mani della madre, sentendo chiaramente la forma delle sue ossa.

Marina, la figlia minore, se n’era andata qualche settimana prima, vittima di un subdolo tumore.

Ormai da tempo, nessuno aveva osato mai più nominarla, a Imelda. Che non ricordasse per fatalità, che non le venisse il crepacuore, protetta da una dolce demenza.

Che non sapesse che la sua più piccola figlia, così ribelle e forte, era stata cremata qualche giorno prima, in un’altra città, al tramonto.

 

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