Un attimo di bagliore
in un bosco fitto d’inverno.
(Felicità)
Quella mattina l’aria odorava di polvere, sudore, ruggine ed erba seccata dal sole.
Io ero lì, in una bolla del tempo vuota, incostante e perfetta, con il frinio delle cicale che assordavano anche il silenzio.
Avevo la gola arsa da una sete distante, gli occhi stropicciati fino a piangere, ma non sentivo niente: restavo lì.
Ero il soldato, il capitano o un esercito intero e, per nulla, avrei lasciato il campo di battaglia in quell'area sbiadita, davanti alla chiesetta stropicciata dal tempo e dal sole, nascosta tra le canne e le pieghe della terra.
Ero certo che lo avrei aspettato anche un secolo intero o un anno sulla bicicletta di mio cugino che, se non fossi stato attento, la catena si sarebbe mangiata le stringhe delle scarpe.
Labu era l'unico che non era scomparso con il caldo.
Lo avevo avvistato su quella strada sassosa in cui vorticavo, come a non trovare l'uscita.
Labu era sfrecciato in senso opposto e come l'apparizione della Madonna era scomparso nella nuvola della mia polvere. Ma in quell’attimo ci eravamo scrutati con un’occhiata potente, senza perdere parole ed equilibrio. Lo avevo visto enorme su quella bicicletta.
Con Labu non ci avevo mai parlato, anche se andavamo alla stessa scuola elementare.
Lui faceva la quinta, nonostante suoi dodici anni, i peli dorati sulle gambe e due scarpe smisurate dalla punta scolorita.
Quella mattina, lo avevo incrociato e in un attimo, con un rimescolio nello stomaco e una sgommata da motocross, avevo cambiato rotta e lo aspettavo in quello slargo.
In quel calore, mi sentivo come nei libri di Tex del nonno; lo vidi arrivare con l'evanescenza di un miraggio nel deserto. E, quando fu vicino, riconobbi il viso anonimo e tornito solcato da rivoli di sudore color del bronzo, che sembravano disegnare la mappa di terre sconosciute e la frangetta schiarita tagliata male a definirne i contorni.
Nel piazzale, anche lui mi vide e si fermò.
Ci fronteggiammo l’uno con l’altro.
Io ossuto e risoluto appoggiavo a malapena la punta del piede a terra con il riverbero del sole dritto negli occhi, la fronte madida e il manubrio della bicicletta in pugno insieme ai sette anni. Adoperai fino in fondo lo sguardo minaccioso e lui mi sembrò fare lo stesso, ma con un ghigno molto più guerriero e tutto il piede piantato a terra; quasi sembrava un toro impaziente davanti al matador.
A scuola, le maestre impassibili nella forma e algide nella sostanza, bisbigliavano tra loro pensando di non farsi sentire, ma qua e là quei discorsi perdevano parole, come le mani giunte quando volevo bere dalla fontana.
Così anche i suoi compagni di classe: andavano fuori se lui entrava o rientravano se Labu faceva capolino per uscire. Ma Labu non sembrava turbato o forse non capiva e con il suo sorriso insipido li seguiva rumoroso.
Matilde della quinta B era la più cattiva anche se era una femmina: gli prendeva le penne dall’astuccio e gliele piantava d’improvviso sulle braccia per far ridere i suoi amici maschi da cui stavo lontanissimo.
Quando lo avevo raccontato alla mamma, lei glaciale mi aveva intimato di lasciar perdere perché Labu era “strano” e aveva la 104: gliela avevano appena data.
Quella rivelazione fu ancora più oscura.
Lei non aggiunse altro, io non chiesi altro: le parole mi si erano seccate in gola e tutti sembravano d’accordo che era meglio non parlarne.
Così, quando ci fronteggiammo in quel mezzogiorno di fuoco, io aspettavo trepidante che lasciasse la presa della bici ed estraesse rapido dalla tasca la sua 104 lucida con cui, prima di uccidermi, mi avrebbe abbagliato.
Ma nulla!
Forse per la polvere o il sole, lui starnutì soltanto.
Io non lo persi di vista.
Non sbattei gli occhi, non mossi nulla, non respirai nemmeno, scrutai la sua mano che lenta dalla tasca tirò fuori solo un fazzoletto gualcito e sudicio con cui si soffiò il naso sonoramente.
Sorrise distruggendo i rivoli sabbiosi del suo volto e la mia imperturbabilità.
«Vuoi essere mio amico? É caldo. Andiamo da qualche altra parte? Io gioco» mi disse sibilando pacioso tra gli incisivi radi.
Non capii nulla e scesi dalla bici poggiando entrambi i piedi in terra e provando un sollievo dal fondo schiena per un sellino troppo alto, ma non mi rassegnai: volevo vedere la sua 104 nuova, così lo incalzai:
«Senti… ma dove la tieni?» indossando il piglio con cui avevo sentito anche gli altri parlargli, nonostante lottassi con i sussurri delle mamme: “Stai attento, Labu è strambo”.
«Cosa?» mi rispose perplesso, sempre con quel suono strisciante della lingua incerta.
«La 104… non credere di fregarmi solo perché sono più piccolo di te!».
Labu mi guardò con gli occhi vuoti delle rane.
«La 104!» ripetei con un grido spinto da un profondo selvatico, che sorprese anche me.
«E cos’è?» rispose senza dar peso al tono e con il viso flaccido.
Sembrava davvero sincero. Ma “Un capo indiano non si arrende mai”.
«Boh» mi rispose facendo spallucce e avvicinandosi a me. «Senti andiamo al fiume? Fa caldo qui!».
Lo guardai incupito, volevo vedere la 104 più di ogni altra cosa, non mi fidavo, forse era solo una tattica per distrarmi, avvicinarsi e stendermi con un solo colpo. Così lo minacciai con mio sguardo a fessura, che lui non vide nemmeno e si avvicinò a me tagliando la piazza in diagonale.
Fu lì che diventammo amici.
Era il ’93. L’Italia viveva nel ricatto delle stragi della mafia, l’Europa nasceva come identità unica, i Nirvana incidevano il loro ultimo e indimenticabile disco.
Ma noi vivemmo in una bolla del tempo tra scorrerie e avventure mozzafiato scappando da vecchi contadini a cui avevamo pestato l’orto e mangiato la frutta.
Lui si buttava in ogni cosa con un entusiasmo intenso e contagioso.
Per questo, con lui mi divertivo veramente, riportando a casa la sera un cuore colpo di una felicità che la mamma non sapeva accarezzare.
Parlavamo poco, perché non ce n’era mai bisogno.
Ogni tanto orgoglioso gli appiccicavo un calcio, lui si girava e sbuffava, oppure mi teneva il muso, ma dopo cinque minuti si era dimenticato e tornava da me.
Poi arrivò la fine dell’estate e tutto cambiò.
I miei compagni di classe ricomparvero alla spicciolata, raccontando di gite in montagna, bagni tra le onde, arselle, torri altissime e piazze sterminate di piccioni. E io?!
Io mi tenni alla larga fino a quando, un pomeriggio, con Labu sfrecciammo nel piazzale assolato della chiesa dove il Vezzo, il Marini e Matilde stavano giocando a pallone in una partita sbilenca.
Appena mi videro si fermarono per venirmi incontro e senza preludi si piantarono a muraglia davanti alla bicicletta:
«Ehi! Giochi una partita che siamo dispari?» mi disse il Vezzo sorridendo con qualche dente in meno di come lo ricordavo.
«Non sono tanto bravo…» risposi riparandomi gli occhi come dalla luce, nella speranza che non straripasse troppo dal bordo l’entusiasmo.
«Dai! Vieni, chi se ne importa!» aggiunse Matilde che si stagliava davanti a me come una statua possente e tratteneva in un abbraccio il pallone, che il Vezzo cercava di agguantare come un giullare.
Lei mi aveva sempre rimescolato lo stomaco, mi fidavo poco dei suoi occhi da cui potevi scorgere l’abisso:
«Sì!» dissi in equilibrio incerto, lasciando sfuggire un sorriso.
Poi, Matilde iniziò a fissarmi con il suo solito sguardo affilato, che difficilmente riuscivo a sostenere a lungo, così mi voltai verso Labu, rimasto muto, immobile e saldo sul manubrio a scudo.
Non sapevo cosa dire. Cercai parole alla rinfusa, ma erano talmente legate strette che non riuscii a liberarne nessuna.
«Lui non gioca con noi. É stupido, anzi stupidissimo!» sentenziò Matilde con la crudeltà di un agguato.
La mia voce invece era come l’eco lontano di chi va in montagna dove non ero mai stato.
Non dissi nulla, spensi solo lo sguardo.
Labu sembrò osservarmi senza vedere e si stropicciò il naso, in quel gesto colsi più di quello che lui avrebbe mai capito, ma che potevo fare?!
«Vattene via stupido!» affettò l’aria Matilde.
Labu restò immobile, mentre io mi mossi allungando le braccia per ricevere la palla che lentamente feci rotolare nel piazzale.
Voltai le spalle a Labu per non guardare ancora la giornata nuvolosa dentro i suoi occhi.
«Passami la palla» strepitò il Vezzo «Io e te siamo nella stessa squadra».
«Prendila!» gridai cercando di stare dentro una partita che per me era già finita.
Labu si allontanò, ma non so dire quando perché non mi voltai.
Tirai calci a quella palla senza giocare davvero.
Riuscivo a pensare solo a dove sarebbe andato senza di me e appena finimmo ripresi svelto la bici per andarlo a cercare.
Non lo trovai o forse non lo cercai davvero.
Attesi settembre in casa: un rifugio solo apparente.
Anche Labu smise di uscire.
Il 15 la sua mamma gli tolse il grembiule nero, il fiocco azzurro e lo mandò in città alla scuola media insieme alla 104.
Anche io buttai il fiocco blu in fondo alla cartella, ma restai alle elementari del Borgo a guardare fuori dalla finestra la facciata assolata della chiesetta sbiadita a tratti nascosta dalle canne mosse dal vento.
L’intensità di quella estate improvvisamente lontanissima mi mancò con un dolore quasi fisico allo stomaco che mi impediva di sollevare la testa quando camminavo verso casa.
In un tempo incerto, avevo scoperto la libertà in un’amicizia inaspettata e poi tutto mi era sfuggito, senza che nessuno capisse quello di cui avevo davvero bisogno.
Come sempre.
Ero certo che Labu mi avesse abbandonato o peggio ancora dimenticato.
“Lo merito” mi dicevo, mentre pensavo a lui quando camminavo da solo, quando ero seduto al mio banco, quando la mamma mi portava agli allenamenti.
Praticamente ci pensavo sempre.
Avevo consumato le dita e il banco di scuola a contare i giorni che ad aprile pesavano come mesi, a maggio parevano anni e arrivati a giugno cominciarono a spintonarsi come bambini in fila per il gelato.
E ora l'estate del ‘94 era lì con me, era tornata con l'ardore di un parente lontano e aveva invaso come una piena ogni angolo delle mie giornate, ma ero solo, solissimo.
Con il caldo, tutti i bambini delle case sparse, come dadi gettati sulla collina, erano evaporati verso il mare. Il Marini era andato dai parenti della Versilia e mi aveva già mandato una cartolina ingiallita che puzzava di arselle, il Vezzo era sigillato in casa perché la sua mamma diceva che sudava troppo con me.
Io tornai a girare nello slargo assolato come una mosca con la bicicletta tra l’odore di caldo, ruggine e frutta matura.
Lo vidi, si stagliava davanti a me con un paio di occhiali da sole sbilenchi.
Io mi fermai, mettendo tutto il piede in terra.
Silenzio, quello denso.
Il tempo in cui eravamo rimasti lontani sembrò condensarsi di nuovo in una bolla lanciata nel vento.
La guerra in Bosnia minava il cuore dell’Europa indifferente, Mandela diventava presidente, Senna si era appena schiantato girando a 400 km all’ora.
Nel piazzale assolato del Borgo lui si avventò su di me con un abbraccio ardente e maldestro: il suo corpo era cresciuto, come i rami di un albero verso il cielo, ma nei suoi occhi trovai sempre l’estate del ‘93.
La Colt 104 resterà sempre l’arma più potente che non abbia mai conosciuto.