Ho tutte le caratteristiche di un essere umano: carne, sangue, pelle e capelli.
Verso la fine degli anni Ottanta, in un angolo lucido e raffinato di Manhattan, si aggira un mostro in doppiopetto Armani, il suo nome è Patrick Bateman, e la sua psiche frammentata rappresenta uno degli specchi più inquietanti mai posti davanti alla società americana contemporanea. Il protagonista di American Psycho di Bret Easton Ellis è senza dubbio un serial killer nascosto tra le pieghe dell'alta finanza, ma allo stesso tempo rappresenta la quintessenza di un'epoca, l'incarnazione vivente delle contraddizioni di un sistema economico e sociale che ha elevato l'apparenza e l'acquisizione materiale a valori supremi, svuotandosi progressivamente di umanità.
Con il suo romanzo del 1991 Ellis viviseziona con bisturi chirurgico il cuore malato di un'America reaganiana che aveva fatto del greed is good il suo mantra, un'epoca in cui Wall Street non era solo un luogo fisico, ma una filosofia di vita. Dunque un quadro più ampio che non è solo quello di un uomo disturbato, Bateman, l'individuo perfettamente integrato eppure allo stesso tempo alieno, il professionista impeccabile che nasconde un abisso.

"Guarda quella indefinita tonalità di bianco; la raffinata consistenza della carta... oh mio Dio, ha persino una filigrana."
Eccolo il protagonista, ossessionato dai dettagli fino alla nausea. Il suo guardaroba è un catalogo vivente di marchi di lusso, la sua routine mattutina è un rituale maniacale che potrebbe facilmente occupare pagine e pagine di una rivista di lifestyle. I suoi pranzi, le sue cene, le sue serate nei locali esclusivi, sono coreografie perfettamente studiate di consumo ostentato. Ovviamente questo è solo l'involucro.
Ciò che rende così disturbante il personaggio è proprio la perfezione della sua maschera sociale, visto che non abbiamo a che fare con un disadattato, un emarginato, ma al contrario, abbiamo di fronte l'epitome del conformismo yuppie, l'uomo che ha interiorizzato così profondamente le convenzioni sociali e le aspettative del suo ambiente da trasformarsi in una superficie riflettente, un manichino animato che riproduce perfettamente i gesti, le parole e le abitudini che ci si aspetta da lui.

E qui sta il primo livello della critica sociale dell'autore: Bateman è il prodotto perfetto del suo tempo, l'incarnazione di un sistema che premia l'abilità di rispettare le convenzioni e di proiettare un'immagine socialmente accettabile, a prescindere da ciò che si nasconde sotto. Il suo esterno impeccabile – che lui cura con attenzione ossessiva, dai vestiti alla skincare, dai capelli alla scelta del ristorante – è la dimostrazione di come il valore di una persona sia ridotto alla sua capacità di conformarsi a standard estetici e consumistici.
La precisione con cui Bateman descrive i suoi vestiti, i suoi prodotti per la cura personale, i menu dei ristoranti esclusivi che frequenta, sono una cortina dietro la cui descrittiva patina lucida si percepisce un vuoto abissale, un'assenza di sostanza che egli tenta disperatamente di colmare attraverso l'accumulo e l'ostentazione. Le pagine intere dedicate a routine di bellezza, collezioni di dischi o ristoranti alla moda non sono digressioni capricciose dell'autore, ma il ritratto di un uomo che si sta aggrappando a queste esteriorità come a una zattera in un mare di insignificanza.

Ma cosa si cela dietro questa superficie così attentamente levigata? Il vuoto dell'abisso. L'interiorità di Bateman è un paesaggio desolato, un deserto emotivo in cui sono assenti empatia, compassione o vere connessioni umane. È un uomo che ignora cosa significhi amare, che non comprende il dolore altrui, che tratta gli esseri umani come oggetti che si possono mettere da parte come un qualsiasi altro prodotto. La sua incapacità di stabilire legami emotivi autentici è il sintomo più evidente della sua condizione alienata.
È illuminante ad esempio come parli delle persone che lo circondano, i suoi colleghi sono per lui indistinguibili l'uno dall'altro – spesso li confonde o viceversa viene confuso con loro, in uno scambio continuo di identità che sottolinea quanto siano tutti intercambiabili e identici, maschere senz'anima che si muovono in un teatro dell'assurdo. Le donne nella sua vita sono riducibili a corpi da possedere e da esibire, estensioni del suo status sociale più che esseri umani con una propria soggettività.
In uno dei suoi rari momenti di consapevolezza ammette come il proprio equilibrio emotivo sia veramente appeso a una filo, e quella fragilità psichica è il nucleo oscuro che si nasconde dietro la facciata del perfetto uomo d'affari. L'assenza di una vera identità, di un sé autentico che vada oltre la performance sociale, è il vuoto che Bateman tenta disperatamente di riempire – dapprima con il consumo compulsivo e poi, in un'escalation disturbante, con la violenza.

Ed ecco che appunto arriviamo al cuore pulsante del romanzo: gli atti di violenza efferata raccontati da Ellis con un distacco clinico che li rende ancora più terrificanti. Quelli descritti sono atti reali o il prodotto di una mente disturbata? Il romanzo mantiene deliberatamente questa ambiguità, lasciando al lettore il compito di decidere se le atrocità commesse dal protagonista siano davvero accadute oppure il frutto delle sue fantasie psicotiche.
Da un certo punto di vista, poco importa conoscere la risposta. Che siano reali o immaginate, queste violenze rappresentano l'estrema conseguenza di un sistema che ha elevato l'individualismo competitivo e l'acquisizione materiale a valori supremi, erodendo progressivamente le fondamenta dell'empatia e della solidarietà umana. Sono l'esplosione di una rabbia accumulata, il grido disperato di un uomo che ha perduto la propria umanità nel tentativo di aderire perfettamente alle aspettative della società che lo circonda.
La violenza di Bateman infatti può essere letta come una reazione estrema alla sensazione di impotenza e di insignificanza che lo attanaglia, come il tentativo di un individuo alienato di lasciare un segno, di provare a se stesso di esistere realmente in un mondo in cui tutti sembrano intercambiabili, in cui l'autenticità è stata sacrificata sull'altare dell'apparenza.

Le confessioni brutali del broker newyorchese non rappresentano dunque solo il delirio di una mente malata, ma sono la coerente estensione di una logica socioeconomica portata alle sue estreme conseguenze. Il capitalismo degli anni Ottanta che Ellis descrive nel suo romanzo è qualcosa di più di un semplice sistema economico, è una forma di psicopatologia collettiva che premia comportamenti socialmente distruttivi. L'avidità, l'indifferenza verso il dolore altrui, l'ossessione per il successo individuale a scapito del bene comune sono caratteristiche che, in un altro contesto, sarebbero considerate sintomi di un disturbo della personalità. Nel mondo di Wall Street invece sono gli attributi necessari per avere successo.
Così Bateman è, al contempo, l'esempio perfetto di conformismo sociale e l'incarnazione di una devianza estrema, un uomo che segue meticolosamente tutte le regole scritte e non scritte del suo ambiente – dal modo di vestire alle opinioni socialmente accettabili, dal consumo ostentato alla frequentazione dei luoghi à la page – ma questa adesione perfetta alle convenzioni sociali è solo un modo ulteriore di evidenziare l'assurdità di una società che premia comportamenti fondamentalmente disumani.
In un passaggio rivelatorio del romanzo, il protagonista pronuncia un monologo apparentemente impegnato sui problemi sociali – fame nel mondo, AIDS, senzatetto – ripetendo luoghi comuni e opinioni preconfezionate che ha sentito altrove, senza che queste riflessioni abbiano alcun reale impatto sul suo comportamento. Questo esempio è il ritratto perfetto di una coscienza sociale ridotta a performance, a esibizione di opinioni politicamente corrette che non si traducono mai in una reale empatia o in azioni concrete. Ed è proprio questa scissione tra ciò che si dice e ciò che si fa, tra l'immagine pubblica e la realtà privata, il fulcro della critica sociale del romanzo, che finisce per raggiungere livelli patologici che mettono su carta l'estremizzazione di una tendenza diffusa nella società che viene messa sotto esame.

Una delle caratteristiche più controverse del romanzo è per forza di cose l'ambiguità che permea il racconto degli atti violenti di Bateman. Man mano che la narrazione procede, crescono i dubbi sulla veridicità degli omicidi che egli descrive con tanta precisione, poiché notiamo incongruenze nei suoi racconti, vittime che riappaiono dopo essere state precedentemente uccise, testimoni che sembrano non notare nulla di strano, incrinature nella coerenza del racconto del protagonista. Il finale del romanzo lascia deliberatamente irrisolta la questione: Bateman è davvero un serial killer o un uomo mentalmente disturbato le cui fantasie violente rimangono confinate nell'immaginazione?
Non si tratta di un semplice espediente narrativo, ma di un elemento centrale della critica sociale del romanzo, dove l'autore sembra suggerire che, in una società in cui l'apparenza ha soppiantato la sostanza, in cui il valore di una persona è misurato esclusivamente dal suo successo materiale e dalla sua abilità nel conformarsi alle aspettative, la distinzione tra realtà e finzione diventa sempre più labile. Il fatto che nessuno sembri notare o dare importanza ai crimini di Bateman – siano essi reali o immaginari – è la dimostrazione più lampante dell'indifferenza e della superficialità che permeano la società descritta nel romanzo. In un mondo in cui tutti sono concentrati esclusivamente sulla propria immagine e sul proprio successo, la sofferenza altrui diventa invisibile, irrilevante.

A distanza di oltre trent'anni dalla pubblicazione, il personaggio di Patrick Bateman è un villain che continua a esercitare un fascino perturbante sulla cultura popolare, e la sua figura è stata ripresa, citata, parodiata in innumerevoli contesti – non solo nella trasposizione cinematografica diretta da Mary Harron nel 2000, con Christian Bale nei panni del protagonista, che con la sua interpretazione ha ulteriormente contribuito a cementare la presenza di Bateman nell'immaginario collettivo (e da quella pellicola sono prese tutte le immagini di questo articolo) – diventando un'icona che trascende il romanzo stesso.
Il personaggio, al di là degli aspetti più estremi e disturbanti, rappresenta tendenze e contraddizioni che sono ancora profondamente radicate nella nostra società, come l'ossessione per l'apparenza, l'equazione tra valore personale e successo materiale, la mercificazione delle relazioni umane, tutti elementi che non sono scomparsi con gli anni Ottanta, ma hanno semplicemente assunto nuove forme nell'era dei social media e dell'iperconnettività.

La critica feroce che Ellis muove attraverso il suo protagonista solo all'apparenza è confinata a un decennio specifico o a una particolare fase del capitalismo americano, ma al contrario tocca le corde più profonde della condizione umana contemporanea. La sensazione di vuoto esistenziale, l'alienazione, la ricerca disperata di significato in un mondo che sembra premiare solo l'esteriorità – questi sono temi che continuano a essere attuali ancora oggi, e probabilmente sempre lo saranno.
Quindi possiamo ragionare che ciò che rende Patrick Bateman così inquietante non è tanto la sua mostruosità, quanto il riconoscimento che, in una certa misura, è il prodotto di tendenze sociali che sono e saranno sempre tra noi. La sua figura ci ricorda costantemente i pericoli di una società che privilegia l'apparenza sulla sostanza, il consumo sull'autenticità, il successo individuale sulla connessione umana, disegnando al contempo un mostro alieno e uno specchio disturbante nel quale possiamo intravedere frammenti inquietanti della nostra realtà sociale, l'incarnazione estrema e patologica delle contraddizioni di un sistema socioeconomico che continua a plasmare le nostre vite.
