Blundstone boots, forging the nation
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Blundstone boots, forging the nation

#1 The Fatal Shore
Non sono solo cose, oggetti, manufatti. Sono prodotti dell’uomo, impressioni. Recano visibile il segno delle mani, della fatIca ,dell’idea che sottende ogni creazione. Non sono solo scarpe, sulla Riva Fatale tutti ne indossano un paio, ormai anche da quest’altra parte dell’oceano. Mia nonna diceva che mi sarebbero bastate un paio di scarpe resistenti, allora avrei potuto conquistare il mondo. Anche mia figlia ne indossa un paio, le abbiamo comprate nel nostro ultimo viaggio in Australia, se le indossa è perché le indossa il suo papà,  è inconsapevole, non sa che dietro un semplice paio di scarpe può esserci una storia molto lunga, una storia che è anche la storia della nostra famiglia.
Dovrei raccontarle della Riva Fatale, di una delle più grandi invasioni dell’Occidente, di un esperimento mai tentato precedentemente nella storia umana, la costruzione della più grande colonia penale oltreoceano e di un processo di indigenizzazione rovesciata, del massacro di Myal Creek del 1838: di quel tempo bastardo in cui i deportati inglesi, armati e sanguinari, su indicazione del Governo Britannico e a braccetto con le guardie che  li sorvegliavano, menomavano un terra della sua gente. Sono tanti gli avvenimenti che inevitabilmente fuggono questo testo: la guerra mossa contro gli indigeni della Tasmania in cui persero la vita ventimila persone, l’arrivo dei missionari, gli stupri e le violenze, la rabbit proof fence e la Stolen Generation
I genocidi hanno bisogno di pagine, tante almeno per contenere i nomi di tutte le vittime, tante ancora per inchiodare tutti i colpevoli.
Erano passati solo quindici anni da quel massacro quando John ed Elizabeth Blundstone sbarcarono sulla Riva Fatale con le navi dei primi migranti non detenuti. Si stabilirono a Hobart, in quella che sarebbe diventata la capitale della Tasmania, e iniziarono a importare scarpe dalla madrepatria. Scarpe. Sono delle semplici scarpe le protagoniste di questa storia. Nel 1878 in Collins Street a Hobart nasceva una delle prime fabbriche australiane, i coniugi Blundstone da importatori di calzature si facevano produttori. Le Blundstone, le indistruttibili scarpe da lavoro australiane sarebbero diventate un’icona così potente che avrebbe poi conquistato il mondo: quelle scarpe avrebbero fatto il viaggio di Elizabeth e John al contrario, arrivando a competere addirittura con le Dr Martens tra i giovani delle sottoculture europee.blundstone
#2 Stylish, serviceable, durable
Mia figlia sorride e ne indica un paio in una vetrina del centro, sono diverse da quelle che vendono in Australia, hanno l'elastico giallo e lo stemma della Ducati su uno dei lati: la casa motociclistica di Borgo Panigale le ha abbinate a una sua moto affiancandole a una serie di gadget costosissimi. La prima volta che le ho indossate avevo piùo meno sette anni e mi hanno fatto male, ricordo ancora le vesciche e gli amici che mi prendevano in giro a scuola. Penso a questo quando vedo le Blundstone sfilare nelle vetrine italiane tra gli abiti di lusso, penso che sono scarpe da operaio, penso a mia nonna.
Metà della mia famiglia risiede in Australia dal Secondo Dopoguerra. Arrivavano con le navi italiane nel porto di Melbourne, un viaggio che durava più di un mese, era la prima volta che prendevano la nave e che vedevano l’oceano. Raggiungevano parenti, mariti, mogli, figli e compaesani. Sulla nave venivano divisi per sesso e stipati in cabine zeppe e maleodoranti. Molti andavano incontro a matrimoni per procura, altri cercavano un rifugio felice dalla povertà, dai terremoti e dalle alluvioni. Tutti trovarono una casa e un lavoro: chi nei campi, soprattutto come tagliatori di canna da zucchero, e chi nelle industrie che si andavano sviluppando in particolare nei grandi centri urbani.
Fu così che ricevetti il mio primo paio di Blunnies. Mia nonna mi spedì un paio di quelle che avevano dato ai miei zii, in casa ne avevano in abbondanza perché erano le safety shoes che le grandi imprese consegnavano agli operai australiani. Per questo rido vedendole esposte nelle vetrine italiane a quasi duecento euro. Grazie a mia nonna e ai miei zii ho indossato Blundstone per tutta la vita, ne ho indosso un paio anche mentre sto scrivendo, ed è vero, dopo il dolore iniziale diventano comode, morbide e sono indistruttibili. Negli anni mi hanno accompagnato in molte avventure, anche in Australia, attraverso il deserto; il mio piede è cresciuto al loro interno, e così ho iniziato a comprarle di tasca mia.
Le Blundstone non sono l’unica cosa che mia nonna mi spediva dall’Australia, mi mandava anche un altro capo, anch’esso derivato dalla divisa dei miei parenti operai, il Driza Bone: l’impermeabile “asciutto come un osso” utilizzato dagli operai del galvanizer. Anche col Driza Bone è stato un rapporto a lungo termine, i miei inverni non hanno visto altro. Nelle maggiori vetrine italiane non è ancora arrivato, eppure è un capo che negli anni ha contribuito, insieme alle Blundstone e ad altri accessori, alla costruzione del mito pionieristico dell’uomo bianco alla conquista dell’Australia, alla creazione del bushman quale rappresentate eroico di una cultura che ha avuto bisogno di correre in fretta alla costruzione di sé stessa, alla distruzione dell’altro, e alla sostituzione dell’altro nell’orizzonte della Storia.uluru
#3 Australian made & owned
«When you are in the Bush, miles from nowhere and then weather looks like it could turn nasty… It’s then you appreciate a though companion like Blundstone walking Boots. Right at the end of the day you notice the comfort only well designed and made boots can give. Blundstone walking Boots have taken on the toughest the Australian conditions can offersince 1870». 
Sono le parole recitate da una delle pubblicità degli anni Sessanta. Prodotte dal 1870, le Blundstone divenivano parte integrante del mito della costruzione della nuova nazione. I grandi marchi australiani, non solo quelli di abbigliamento, ma tutti quei marchi australian made & owned, oltre ad avere uno spiccato interesse economico filonazionalista, hanno contribuito fortemente alla costruzione di un discorso di tipo coloniale.
La cultura australiana occidentale è stata fortemente influenzata da un senso di straniamento e di mancanza di identità, senso di straniamento dovuto alla grande distanza dalla cultura europea e alla distruzione sistematica e senza soluzioni di continuità della cultura nativa. Nei decenni questo senso di incertezza è stato tradotto nella creazione di miti ad hoc per la costruzione di un’identità che avrebbe "forgiato la nazione”. Il mito del bushman è quello che torna con maggiore frequenza nella recente storia australiana ed è riscontrabile in libri, pellicole e serie televisive, basti pensare al compianto Steve Irwin o a Crocodile Dundee. Il bush è lo sterminato territorio arido dell’entroterra, l'outback impervio e selvaggio, qualcosa di non completamente posseduto dall’uomo bianco. Nell’outback non si trovano templi o palazzi, la civiltà aborigena non ne ha prodotti; i  suoi monumenti sono naturali: un paesaggio potente, fatto di terra rossa, di vegetazione rada. Un ambiente sguarnito di costruzioni umane, a volte surreale nella sua perseverante monotonia. Gli Aborigeni hanno percorso quella terra per migliaia di anni senza mai possederla ma appartenendovi: per questa popolazione le montagne, i ruscelli, i corsi d’acqua, non sono soltanto interessanti e piacevoli caratteristiche paesaggistiche, ma soprattutto il manufatto di quei progenitori ancestrali che crearono il mondo cantandolo. Il luogo mostra nel suo paesaggio le storie e le azioni di quegli esseri da cui ogni aborigeno discende, esseri che proprio da esso prendono nuovamente forma.
Per i coloni l'interesse più grande sembra invece essere stato quello di stabilire l’appartenenza alla nuova terra per liberarsi dal senso di appartenenza e sottomissione all’Europa. 
Il primo contatto reale tra Europei e Aborigeni avvenne all’indomani dello sbarco esplorativo sulla Riva Fatale del capitano Cook nel 1770: i Britannici battezzarono la terra in nome della Corona e ne assunsero il dominio incontrastato. Spettatori inermi dell’invasione, gli indigeni non intendevano essere allontanati dalla terra in cui avevano vissuto per migliaia di anni senza combattere, per questo il governo coloniale scelse di intraprendere una soluzione veloce e cruenta: lo sterminio.
Il 1788 per i Britannici fu l’anno della colonizzazione delle nuove terre e ancora oggi viene festeggiato come momento altamente patriottico; per gli Aborigeni esso fu l’anno dell’invasione che segnò la fine dell’età dell’oro e l’inizio della decadenza. La terra australiana venne dichiarata deserta e inabitata, più tardi rappresentata al mondo intero come Terra nullius, quasi a voler giustificare l’estinzione di una popolazione primitiva destinata inevitabilmente a soccombere. Da allora l’australiano bianco ha tentato invano di stabilire un rapporto adamitico con la terra conquistata, trasformandosi pian piano nel bushman, nell’europeo che si insedia nel bush e conquista il territorio indomabile, qualcosa di insubordinabile al potere politico sancito sulla carta della Terra nullius. Il pioniere tenta di piegare la natura al suo volere, l’immenso continente sconosciuto e ostile rappresenta una sorta di prova di sopravvivenza, il superamento della quale conduce alla nascita di una nuova identità culturale, non più inglese ma totalmente australiana. L’immagine dell’Australia che si ricava, dunque, appare legata a una rappresentazione quasi classica del mito dell’avventura pionieristica. Il mito del bush, poi, è stato facilmente intercambiabile col mito industriale dell’operaio che costruisce la nuova nazione: il cemento e le fabbriche conquistano, a loro modo, il circostante. Ed ecco che anche nei centri urbani, lontano dall’outback, questo mito sopravvive e si alimenta, mentre le donne rimangono a casa ad attendere il loro mithmaking-master per servirlo e riverirlo. Dopo aver usato la forza e i fucili per sterminare la popolazione aborigena e ridurla nell’area desertica del continente, l’Australia bianca ha dovuto superare il gap legato alla costruzione della sua nuova identità e le Blundstone, quali icone immaginifiche del nuovo mito, hanno contribuito alla scrittura della nuova storia: una scarpa indistruttibile per sottomettere la terra. Lo stereotipo dell’australiano duro, competitivo, resistente, avventuroso e con ai piedi un paio di Blundstone sporche ma ancora integre, con un cappellone Akubra e un impermeabile Driza Bone, fa parte dell’immaginario collettivo dell’intero paese. Da questo punto di vista la figura leggendaria che nasce dallo stereotipo si presenta come un elemento fondamentale, poiché fornisce un mito del sé che permette agli Australiani di avere maggiore fiducia nel proprio passato.
Sono stati eroi così abbigliati a dare un’identità alla nuova società australiana, un’identità che ha avuto il compito di contrastare le rimanenze "infette" della cultura aborigena, eroi che dovevano costruire una nazione, le sue strade, i suoi ponti, le sue città. Un’identità da esportare, promuovere e conservare nei secoli, con confini a prova di uomo, un’identità fatta di icone, e questo John lo sapeva bene, impegnato anch’egli nella costruzione della società perfetta nel nuovo mondo.

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#4 Pull on
John aveva solo venticinque anni quando aprì la sua piccola impresa in Collins Street a Hobart. La famiglia fu completamente coinvolta nella creazione della nuova nazione, bisognava fare figli, mettere al mondo i nuovi Australiani ed Elizabeth ne diede alla luce ben dieci. Il primogenito, Sylvanus, cominciò subito a lavorare col padre nella fabbrica di scarpe. Con l’aiuto del secondo figlio, William, la fabbrica si allargò aprendo un altro stabilimento, a pochi passi dal primo, in Campbell Street. Quando John Blundstone morì di pleurite nel 1895, riconosciuto come il creatore della più grande impresa di successo della colonia australiana, gli stabilimenti passarono definitivamente nelle mani dei figli che, nonostante la buona volontà, non avendo le sue doti commerciali, ben presto cominciarono ad accumulare debiti. Nel 1901 la John Blundstone and son dichiarò bancarotta e venne acquistata da Henry Cane, un noto commerciante di utensili e abiti da lavoro. Henry Cane gestì la società fino all’epoca della Grande Depressione, poi nel 1934, a causa delle gravi perdite economiche, fu costretto a vendere il marchio alla Cuthbertson & Son che lo possiede ancora oggi. La nuova gestione, unita all’ottima reputazione di indistruttibilità dello stivaletto, fece crescere ancora la Blundstone Warehouse: nel continente australiano ogni operaio, postino, ferroviere, ogni vaccaro e agricoltore, ne indossava un paio.
Nel 1960 mio zio lavorava per la compagnia telegrafica australiana, portavano fili e tralicci a spasso per un continente immenso e selvaggio. Dopo il contratto, le prime cose che gli consegnarono furono una cassetta di attrezzi, un paio di Blundstone marroni, due paia di pantaloni milletasche grigi e una giacca Driza Bone.
Dal 1990 da Hobart iniziarono le esportazioni delle scarpe all’estero, e questo fece diventare le Blundstone un’icona riconosciuta in tutto il mondo. Ciò che rende questi stivali indistruttibili va sicuramente ricondotto alla loro fattura artigianale. Le Blundstone racchiudono le caratteristiche principali di quelle che vengono chiamate australian work boot, un tipo di scarpa da lavoro caratterizzata da un corpo anteriore e posteriore in pelle, collegato da una fibra elastica che avvolge le caviglie. Il disegno laterale elasticizzato è derivato da quello originariamente inventato in Inghilterra da Joseph Sparkes-Hall nel 1837. Sono scarpe senza lacci, dotate di due linguette per indossarle più comodamente. Alcuni modelli, quelli dedicati ai lavori più duri, hanno la punta in acciaio. Non vi è rivestimento interno, le tomaie in pelle sono trattate per essere resistenti all'acqua calda e alle soluzioni alcaline e acide, la suola è costruita in poliuretano. Le Blundstone sono rimaste pressoché invariate dai primi modelli del 1870, vulcanizzate all’interno e cucite all’esterno senza utilizzare neanche un goccio di colla. Le suole hanno un sistema antishock in doppio strato di poliuretano e gomma nitrilica, il sottostante carrarmato, in PVC, viene oggi costruito grazie all’ausilio di macchinari provenienti dall’Italia. Il risultato è uno stivale di fattura artigianale semplice, genuino e resistente che, superato il primo impatto, prende le forme del piede che lo indossa.

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#5 Blunder
«Ho lavorato in quella fabbrica ininterrottamente per trentanove anni, mi occupavo del taglio della pelle. Prima di andare ne ho presi alcuni pezzi per ricordo, li ho appesi in garage: spesso vado lì solo per sentirne l’odore, per sentire e ricordare. Il giorno in cui la fabbrica ha chiuso non ho fatto nulla, ho solo pianto». Peter Barr aveva iniziato a lavorare allo stabilimento Blundstone quando aveva solo 14 anni, dal 2007 ha perso il lavoro e vive con un sussidio di disoccupazione, è molto ironico che sia lo stesso sussidio che il governo australiano consegna agli Aborigeni “non integrati”, una buonuscita ben retribuita dalla società civile. Dal 2007 gli stabilimenti della Blundstone sono stati delocalizzati in Asia, dove la manodopera costa meno, facendo perdere il lavoro a trecentocinquanta operai. 
Capita anche a me di soffermarmi sull’odore di quella pelle, mi fa pensare a mia nonna, ai miei parenti che, dopo essere scappati dall'Italia, con grande impegno e fatica, hanno creduto di costruire altrove la nazione perfetta. Torno a guardare l’interno degli stivali che indosso mentre sto scrivendo, mi rendo conto che il mio è amore e odio per un semplice paio di scarpe, un po’ me ne vergogno. Sono corrose dal mio piede indelicato, ma si può ancora leggere cosa vi è impresso con vernice bianca: in grande "Blundstone the originals since 1870”, più piccolo e meno leggibile “Made in Vietnam”. Leggo quella scritta e penso che la popolazione aborigena ha percorso quel continente per secoli senza calzature, penso ai miei zii, alle loro mani rovinate dalla canna da zucchero e dai fili elettrici, alla lingua inglese che non hanno mai voluto imparare veramente, penso a mia nonna e a mia madre, alla distanza incolmabile di un oceano. 
Mi chiedo se si può, attraverso la storia di un paio di scarpe, provare a districarsi tra i rovi di un dolorosissima vicenda familiare, se si può accennare alla genesi controversa e sanguinosa di un intero continente, se un paio di scarpe possono rappresentare anche l’ultima delle azioni umane: il genocidio culturale. Mi chiedo se chi indossa le Blunnies nella vecchia Europa conoscerà mai la vera storia dell’Australia. Mi chiedo cosa resta a quei trecentocinquanta operai di Hobart che hanno perso il lavoro.

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