Qualche giorno fa sono salito a Campo Imperatore. Credo fosse domenica. C’erano trentacinque gradi, l’aria immobile e bianca dell’estate piena, quella luce che sembra non lasciare ombra alle cose. Eppure, le sbarre erano abbassate come d’inverno, quando la neve diventa muro e la montagna decide chi può passare e chi deve fermarsi.
Mi sono affacciato oltre la sbarra e ho visto una lunga distesa di lamiera: auto una dopo l’altra, serrate, immobili, a coprire tutto il verde. Sembrava il parcheggio di un aeroporto caduto per errore nel cuore della montagna.
Li ho immaginati lì, con le scarpe da trekking ancora intonse, le tutine troppo aderenti comprate da Decathlon, seduti a trangugiare arrosticini mezzi crudi e troppo salati.
Mi hanno fatto pensare al posto in cui vivo.
Io vivo al mare. Le mie figlie, a volte, se lo dimenticano, perché tra noi e la spiaggia c’è un lungo muro: il muro degli stabilimenti balneari. Sembra il muro di un carcere, una frontiera tirata su contro l’orizzonte.
Vi sembrerà strano ma a qualcuno piace. A qualcuno piace sdraiarsi come in un camposanto, uno accanto all’altro, su lettini unti di crema solare e salsedine. A qualcuno piace spaccare cocomeri dentro cabine di legno, anche quelle una dopo l’altra, ordinate, chiuse, come celle. In realtà il mare non si vede neanche dall’altra parte del muro: troppe cabine, troppi lettini, troppa crema solare.
Poi, certo, tornerà l’inverno. Torneranno la neve, il buio, il silenzio. Anche qui. Tornerà quella solitudine profonda dei luoghi quando la folla se ne va.
Ricordo una campagna di agitazione in cui mi ero imbattuto durante un viaggio a Barcellona. Credo fosse il 2017, i cartelli esposti sui palazzi del centro recitavano più o meno così: “Perché la chiamate stagione dei turisti, se non possiamo sparargli?”. Faceva ridere, sì. Molto. Ma anche riflettere.
A chi serve davvero il turismo? A che serve crescere, se crescere significa consumare ciò che diciamo di amare, se ogni passo verso il profitto lascia dietro di sé un luogo più povero, più stanco, più muto?
Queste orde massificate di esseri umani sono protagoniste o vittime del turismo? Sono invasori o prigionieri della stessa macchina che li spinge, li conta, li vende, li consuma?
E ancora: questa pratica così cara a chi ne detiene gli utili, estrae o porta ricchezza ai territori? E quale futuro stanno costruendo le comunità attraversate, invase, talvolta svuotate da tutto questo?
Che cosa resta, quando il passaggio degli altri non diventa incontro? E se la strada fosse, molto più semplicemente, restituire tempo ai luoghi e respiro alle comunità.
Conservare la memoria come si conserva il fuoco, affinché continui a scaldare. Opporsi con chiarezza alle forme di aggressione massificata delle nostre comunità e dei nostri territori.
Civitaretenga oggi conta circa cento abitanti. La più giovane si chiama Ludovica e ha da poco compiuto due anni. Cento vite, o poco più: abbastanza poche da potersi chiamare per nome, abbastanza tenaci da continuare a essere paese. Senza stringerci troppo potremmo vivere serenamente tutti insieme in questo convento.
Noi conosciamo il dono dell’ospitalità e dell’inclusione. Per questo siete qui. Perché la nostra è una comunità aperta. Fate attenzione, però: siamo gelosi. Custodiamo gelosamente la nostra memoria e le nostre tradizioni.
Le custodiamo come si custodiscono le cose vive: non per paura che cambino, ma perché non vengano svuotate. Non permettiamo a nessuno di raccontare queste storie al posto nostro, di trasformarle in cartolina, in folklore innocuo, in merce da esporre su uno scaffale. Siamo un laboratorio vivo, fragile e ostinato, in cui si sperimenta una forma evoluta di autodeterminazione narrativa della comunità.
Lo faremo in questi tre giorni raccontandovi storie, accompagnandovi nei nostri luoghi, ballando e bevendo con voi, accogliendo voi e le vostre storie come si accoglie un dono.
Come una cittadinanza speciale, provvisoria e profondissima. Come una promessa fatta sottovoce tra chi arriva e chi resta.
Fate attenzione, ma non temete. Qualcuno di noi ha il fucile a casa, ma nessuno vi sparerà. Non vi considereremo mai dei turisti. Da questa sera, e per questi tre giorni, proveremo a considerarci parte della stessa trama: chi è nato qui e chi arriva da lontano, chi resta e chi attraversa, chi racconta e chi ascolta. Tutti chiamati, per un momento, a entrare in un’esperienza profondamente umana: ascoltare, ricordare, condividere, appartenere.
Perché una terra non raccontata è una terra che non esiste.
Benvenuti a Civitaretenga! Benvenuti alla quarta edizione della Festa delle Narrazioni Popolari!
-Testo introduttivo di Luca Moretti alla VI edizione della Festa delle Narrazioni Popolari-