Gli imperatori di Roma - Marco Lupo

Volete davvero sapere chi c'è dietro i più grandi capolavori della letteratura del secolo passato? Ve lo diciamo noi: Bernardino Asvero. Chi è Bernardino Asvero? Uno scrittore. Uno scrittore che non ha mai scritto nulla.
Un'anima inquieta che ha inseguito l'opera perfetta e non ha trovato nulla. Intrigante, scroccone, buffo, colto raffinato, sognatore e cinico: non ha scritto l'opera perfetta, perché è lo scrittore perfetto.

Vita di Bernardino Asvero, letterato - Capitolo V

 

Avevano i piedi sporchi di sabbia e le labbra spaccate per troppo mare e una luna tutta crateri li aveva colpiti e fatti cadere sulla spiaggia deserta, davanti a una baracca dove un uomo chiamato Ruvido spacciava arance in bicchieri caricati a salve di vodka gelata.

Andiamocene dal Vietnam, diceva quello con le occhiaie, andiamo verso la divina Pietralata, verso la Tuscolana pazza e disperata. Victor, lo chiamavano, che assomigliava più a un torello che a un cavallo, e fumava cento sigarette tra un tramonto e un'alba. Guardavano la luna con le lingue asciutte e bianche, e maledivano Rebibbia e i lanciatori di segreti appostati tra una sbarra e l'altra e la monnezza nelle strade e i gatti sterili di piazza Vittorio e il viaggio studio nel manicomio di Aversa. Erano due poeti morti che guardavano un'isola impossibile: li chiamavano Victor Cavallo e Nico D'Alessandria.

Nico era un regista di pellicole bruciate in cui c'era sempre un mucchio di campi lunghi che si tuffavano nell'acqua del Tevere, che era nera e lenta come un esercito di cani affamati, cani senza cuccia e senza ciotola, cani sciolti che cantavano canzoni con la tosse, cani internati nelle prigioni per una scoreggia di troppo, cani cresciuti stropicciandosi la vita nelle cantine senza palco, cani che non mordevano e non piangevano, cani che erano liberi e non lo erano.

Nico era uscito dall'Accademia, e come tanti registi si era seduto in quelle aule nelle ore in cui un vecchio cineasta insegnava che lo scavalcamento di campo non era elegante. Nico, da grande, aveva fatto molti scavalcamenti poco eleganti e pieni di rabbia. Nico studiava le scene per ore, fumava hashish e pensava a come raccontare la pazzia, a come fare della pazzia un linguaggio.
Nico, aveva detto Emmer, non era un regista pazzo, era un pazzo che faceva il regista.

Io mi chiamavo Pier e mi chiamavano Pier. Per due mesi, in un'estate che iniziava a luglio e finiva ad agosto, ho seguito i due poeti morti perché avevano bisogno di sceneggiare una sceneggiatura per un film che sarebbe caduto in qualche sala periferica. Non mi avrebbero pagato e non mi pagarono.
Non dovevo scrivere, dovevo soltanto annotare le parole, i fatti, i nomi delle strade, i soprannomi degli uomini nascosti sulle sedie delle bettole. Dovevo annotare e schizzare profili e visi con una matita nera, e a fine giornata chiudere la pagina con una data in calce in basso a destra.

Pier, diceva uno dei due poeti morti, conoscevamo un tizio che scriveva e si chiamava Pier.
Come te, diceva l'altro, si chiamava Pier, era magro e costruiva impianti pubblici interrogativi.
E amava i sodomiti, diceva l'altro.
Assolutamente, chiudeva Nico.

Quindi annotavo, e c'era sempre una pecora magra o una gamba lucida da descrivere, c'erano sempre le stesse storie che perforavano le ulcere dei condannati a vita nelle bettole dove la polvere incrostava i bicchieri, le lingue e i canti dei condannati.
Una sera, a casa di Victor, con un sole lunare che perforava le finestre e una tempesta di fumo che gravitava intorno a noi, Nico e Victor mi raccontarono del 1992.
Quell'anno Nico non sta bene e lo rinchiudono al Forlanini. Nico dorme per ore, sedato, si sveglia e cammina intorno al letto, poi si sveglia e cammina intorno al letto, poi si sveglia e si accorge delle mani legate, e capisce che stava dormendo. Accanto a lui, steso su un altro lettino bianco, c'è un uomo con i baffi gialli. L'uomo si fa chiamare Gerry. Parlano per ore, tra il delirio che nasconde Nico a Gerry e Gerry a Nico. Gerry gli racconta di suo padre, un maresciallo dei carabinieri, e gli racconta di come è stato internato, di come suo padre si sia assicurato che non uscirà presto.

Poi accade che Nico deve uscire perché sta meglio. Ma non dimentica Gerry. Anzi, lo ricorda spesso, finché non gli viene in mente un'idea per un film. Allora si ricorda del delirio di Gerry. Gerry era convinto di essere uno dei killer più spietati di New York. Gerry il bianco, diceva Gerry a tutti.
Così ci ritroviamo nella stanza che esclude i polmoni e racconta la storia di un uomo nascosto in qualche stanza del manicomio criminale di Aversa. Io scrivo. Scrivo di Victor che prepara il caffè, di Nico che accarezza le idee, della luce nera che entra dalle finestre appese sul Colosseo.
Parlando con loro comprendo con esattezza olimpionica la verità, il suono che produce la verità quando la fai schioccare con la lingua, e decido che dire la verità è più importante di ogni altra scelta. Così racconto a Nico e a Victor chi sono, dico loro il mio nome e il mio cognome. Dico loro che ho conosciuto Svevo mentre varavano una nave di nome “Moravia” e racconto loro di un uomo che produceva follia contaminandola con il piacere, dico che sono stato accanto a D'Annunzio, che ho invitato Rodolfo Wilcock a un appuntamento in uno sfasciacarrozze, dico di quella volta con Queneau e racconto di essere stato incalzato da Pessoa. Dico per minuti interminabili, mentre Victor e Nico mi guardano e sono fermi come il sonno e attenti come la pestilenza. Dico loro che non sono Pier, che non mi chiamo Pier, che ho rubato il nome a un altro.

Dicono, allora, all'unisono: chi cazzo sei?
Bernardino Asvero, esperto in evasioni impossibili. Una volta ho lanciato un uomo da una parte del Muro all'altra, l'uomo è caduto, si è rialzato e ha vinto una medaglia alla maratona di New York. Una volta ho scelto un campo di gelsi, eravamo in Romania, e ho detto ai guardiani del campo di liberare i detenuti. I guardiani mi hanno ascoltato e i detenuti si sono riempiti le tasche di gelsi.
Una volta ho salvato un ragazzo in una prigione cilena. Aveva i capelli lunghi e non ricordava il passato. Ho detto a un suo vecchio compagno di scuola, che faceva il celerino in quel carcere, che un suo vecchio compagno di scuola stava tremando nel buio.
Una volta ho salvato un futuro presidente della Repubblica italiana. Lui era un esperto di evasioni, come me. Ma quella volta l'ho salvato io.

Dissi che dovevamo preparare l'evasione di Gerry quella notte. Bastava una Fiat.
Una Fiat?, chiese Victor.
Una Fiat, certo, disse Nico.
Stiamo per salvare l'imperatore di Roma, dissi io.
Allora ci serviranno anche delle arance, due bottiglie di vodka, otto pacchetti di sigarette e duecento mila lire, disse Victor.
E venti grammi di hashish, disse Nico.

Spingevamo la macchina ogni volta che si spegneva, e sudavamo sugli interni di pelle perché eravamo mezzi nudi e la pelle si appiccicava. Nico guidava con mezza testa fuori dal finestrino e Victor gli preparava le canne strofinando i pezzetti di fumo con le mani, facendone dei fili lunghi quanto le cartine. Sedevo dietro e guardavo il passato sul tettuccio della Fiat.

Nico disse, avete presente la sensazione di cadere quando dormi?
Sì.
Sei steso e stai dormendo e qualcosa ti sveglia all'improvviso, ed è la sensazione di una lunga caduta, il respiro segue il tuo corpo che stava cadendo ma si è fermato, e la cassa toracica si è espansa e hai il collo bagnato e il sesso tra le cosce si nasconde immobile.
Sì.
Quel sogno è un pezzo di memoria, disse Nico.
Un pezzo di memoria, disse Victor, bevendo un sorso di vodka dall'arancia bucata e riempita.
Come un ricordo?, chiesi.
Come un ricordo, sì, come un ricordo primordiale, disse Nico.

Fermi. La macchina si era spenta e il buio ci accecava. Facemmo una ventina di passi in corsa, con le braccia stese sul culo della macchina. Un colpo e ripartì.
Come quando eravamo sugli alberi, disse Nico, come quando cadevamo nel sonno dormendo sui rami.
Fu un'evasione ridicola e perfetta, perché nessuno controllava Gerry e perché Gerry non aveva paura. Al ritorno la Fiat non si fermò mai. Filò liscia sulla strada che portava da Aversa a Roma, e Gerry aveva gli occhi lucidi e raccontava storie di corridoi impazziti e Nico lo ascoltava con mezza testa fuori dal finestrino mentre Victor gli preparava le sue dosi di immaginazione su un vecchio libro in francese di Rigaut.

Facemmo quest'ingresso trionfale in piazza Venezia, ballando come scemi sulla pelle calda dei sedili. Eravamo felici e non era possibile. Nico parcheggiò davanti all'altare della Patria e disse, questo è il parcheggio della mia vita. Dormimmo tre ore e ci svegliammo tutti insieme.
Trenta minuti dopo eravamo sul Lungotevere. C'erano tutti, e noi guardavamo Gerry che lanciava bottiglie nel fiume dicendo, lanciamo un messaggio. Nico era furioso e bellissimo. Urlava a Gerry cose incomprensibili. Gerry non lo ascoltava. Faceva cose bellissime come camminare. Camminava come un assassino perfetto, come un imperatore assassino. Ed era il migliore. Posso dirlo. Ho visto un imperatore che camminava come un assassino.

Gerry non vedeva l'ora di vedere il duemila, ma morì il 30 dicembre del 1999.
Nico visse ancora, ma poco. Alle prime proiezioni dei suoi film non c'era mai la stampa. Una volta disse, questo cinema va distrutto. Io non c'ero, ma so che lo disse. Victor visse poco anche lui.
Tra le ultime cose che feci, in quell'estate, c'è questo appunto in cui prendo nota dell'epitaffio di Nico:


Sono nato/morto al cinema con ”Rebecca, la prima moglie”.
Sono morto/rinato con il cinema-verità.
Sono stato vicino al cinema sperimentale con ”Prufrock” e Carmelo Bene,
e al cinema militante con ”Occupazione delle case a Decima”
e Zavattini nel bombardamento della cupola di San Pietro.
Da morto, al cinema, ho cominciato a sognare di vivere in un film
e tante volte la stessa sequenza finale.
Per radio ho dato parola all’immagine della follia con ”Processi Mentali”.
Mi hanno costretto a essere imprenditore e ho soppresso il contabile.
Ho pedinato la vecchiaia con ”Passaggi”.
Ho visto camminare per Roma l’Imperatore.
Ho fatto della mia vita un film, ”L’amico immaginario”.
Ho incoronato la Gradisca con ”Regina Coeli”
La mia gaffe preferita è ”questo cinema va distrutto!”


Prima o poi li raggiungerò in quel posto in cui cadiamo dormendo.

Marco Lupo


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