Una risata dall'abisso - Luciano Funetta

risata

 

Volete davvero sapere chi c'è dietro i più grandi capolavori della letteratura del secolo passato? Ve lo diciamo noi: Bernardino Asvero. Chi è Bernardino Asvero? Uno scrittore. Uno scrittore che non ha mai scritto nulla.

Un'anima inquieta che ha inseguito l'opera perfetta e non ha trovato nulla. Intrigante, scroccone, buffo, colto raffinato, sognatore e cinico: non ha scritto l'opera perfetta, perché è lo scrittore perfetto.

Vita di Bernardino Asvero, letterato - Capitolo IV

 

Roma, 1969

Caro Pecora,

sono qui, nella mia casetta, sempre più solo e sempre più felice ogni volta che mi capita di scambiare quattro chiacchiere con uno scocciatore. Nelle ultime settimane me ne è appunto piombato addosso uno. Lo racconto a te perché sei meno di un amico e più di una conoscenza casuale, il che fa di te una di quelle disgrazie che il destino ha messo sulla mia strada per alleviare la bellezza di questo mio esilio. Non dimentico le scarpe che mi hai regalato e che io continuo a non indossare, tanto sono brutte. Così distante come sei mi sembra di poterti confidare ogni cosa. Ad esempio di una lettura molto gustosa che mi è capitato di avere tra le mani, arrivata direttamente dall’Inghilterra, un manualetto sull’arte dell’impiccagione compilato dall’illustre cittadino britannico Charles Duff, che un giorno ti presterò. Darà uno scappellotto al tuo umanesimo e ti sarà di conforto durante quei viaggi in tram che, parole tue, ti fanno invecchiare di botto.

Se ho interrotto le mie occupazioni superiori per scriverti è per la faccenda di quello scocciatore. È raro che uno scocciatore mi piaccia e quasi mai tengo conto delle scocciatrici che mi fanno le poste al bar o al mercato americano. Addirittura alcune di loro parcheggiano sotto casa mia alla sera e aspettano di vedermi uscire. Quando è così, chiudo bene le imposte e rimango in casa, divertito dalla stupidità delle vostre donne che vogliono salvarmi. Una di quelle sere, mercoledì scorso, – me ne stavo barricato nella mia piccola fortezza a gas, rileggevo le bozze del mio Tempio etrusco e fumavo le Gauloises regalatemi da Elsa durante la nostra gita a Bomarzo – qualcuno è riuscito a intrufolarsi nel palazzo per infilarmi una busta da lettera sotto la porta. Era una notte crudele, bella calda come la pancia di un cammello, e c’erano ombre dappertutto, nell’appartamento, che mi tenevano compagnia insieme a quel libretto sulle impiccagioni. Quasi speravo che tutta la città restasse al buio, sprofondasse in un black out totale, e io dalla finestra avrei potuto osservare gli abitanti trasformati in scimmie o in mostri senza pelle stuprare e rubare a tutto spiano. Che divertimento sarebbe, mio caro Pecora, un black out totale in questa città! Farebbe bene alle nostre anime. Ad ogni modo, pensavo al black out quando vidi la busta. Non mi ero accorto di niente. La vidi all’improvviso, sul pavimento a pochi centimetri dalla fessura sotto la porta, bianca come un miraggio africano. Dapprincipio pensai a un messaggio amoroso di quelle tristi scocciatrici, ma quando l’aprii vi trovai solo un cartoncino unto, con due righe scritte da quella che sembrava la mano di un demente: «All’attenzione di Rodolfo Wilcock, scrittore. Necessario incontrarci. Esemplare di trapezista rottamatore avvistato nottetempo. Domani sera, ingresso sfasciacarrozze Babalar. Non manchi. Suo, Bernardino Asvero».

Ora, caro Pecora, non posso negare che quell’invito mi lusingasse, poiché veniva da un demente. Così la sera successiva mi feci portare in tassì allo sfasciacarrozze Babalar che dall’esterno, quando la macchina si allontanò lasciandomi quasi al buio, mi parve una immensa pianura recintata e srotolata all’infinito al limitare della borgata. Dentro la pianura si ammucchiavano i rottami di centinaia di automobili cadenti, coperte di ruggine, che scintillavano stupide sotto la luna. Il mio ospite misterioso apparve quasi subito. Era un uomo alto, con un’impressione di gobba o un’impressione di coda, e un’espressione di stupidità sul grande viso lunare che mi sorrideva. Dall’aspetto sembrava un maestro elementare che avesse trascorso gli ultimi due anni a insegnare l’algebra a una popolazione di cannibali o in uno di quei villaggi mirabili inventati da Enrico Michaux. Ci stringemmo la mano. Si chiamava Asvero e, disse, era un uomo di lettere. Gli chiesi cosa volesse, se quell’invito, seppur in piena notte, fosse una trovata pubblicitaria del Babalar. Il demente elementare scoppiò a ridere, così che potessi vedergli i denti marci. Signor Wilcock, disse, devo mostrarle una cosa. Cosa?, gli chiesi. Un essere umano, disse. O meglio, quello che una volta era un essere umano e adesso è un essere divino. La cosa non mi colpì, e gli dissi di farmi strada. Asvero spense la sigaretta sotto la suola e si accostò alla recinzione. Dal cappotto tirò fuori una tronchese e cominciò a tranciare il ferro delle maglie, senza preoccuparsi di essere visto. Quando l’apertura raggiunse dimensioni adeguate a far passare un ospite senza che questi si lacerasse il soprabito, Asvero passò e mi indicò di fare lo stesso. Ci addentrammo nella selva di carcasse accatastate delle automobili. Asvero camminava ondeggiando davanti a me. Poi a un certo punto, prima di quella che mi sembrò, in lontananza, una radura luminosa in mezzo alle lamiere, mi invitò a nascondermi con lui dietro una Fiat. All’improvviso mi venne in mente che forse quel cannibale voleva violentarmi. Lo guardai. Gli guardai il profilo e la pappagorgia che puntavano verso lo spiazzo sgombro. Era un cerchio di terra battuta, illuminato da un paio di fari parecchio potenti. Sembrava la pista di un circo. Adesso arriverà, disse Asvero con un sussurro, non si faccia vedere. La sua crudeltà è disumana, perché la sua vergogna supera ogni cosa.

Restammo immobili per qualche minuto, in attesa, in quel cimitero di vetture un tempo urlanti. Poi lo vidi. Avanzando solennemente la creatura si fece largo tra i rottami dalla parte opposta dello spiazzo. Quando la scorsi in lontananza, pensai che in vita mia non avevo mai visto niente di così gigantesco. Niente che si potesse chiamare uomo. Un individuo grasso oltre ogni immaginazione che indossava una tuta da trapezista sotto la grande testa calva raggiunse il centro dello spiazzo illuminato. Poi si guardò intorno e fece un inchino. Da quel momento lo spettacolo divenne impressionante. Avresti dovuto esserci, Pecora, anche se non avresti capito, o avresti capito altro. L’uomo si lanciò in una serie di capriole e piroette ad alta velocità, e, arrivato al limite dello spiazzo spiccò un salto prodigioso con il quale raggiunse il tetto di un’automobile, e da lì fece un altro salto ancora più alto del precedente, carpiato, che lo spinse su una catasta di macchine più alta, con un atterraggio leggero. Tutto avvenne in silenzio. Le evoluzioni dell’uomo non producevano il minimo rumore, tonfo o scricchiolio, fatta eccezione per il lieve soffio d’aria provocato dallo spostamento di quel corpo esorbitante. Di tanto in tanto, mentre l’esibizione proseguiva sempre più spettacolare, mi voltavo per guardare Asvero, quel demente letterato venuto dal nulla per portarmi al cospetto di un rottamatore-acrobata.

Ma chi è?, sussurrai. Una volta era un trapezista, disse Asvero senza voltarsi, e il suo circo viaggiava in tutto il mondo. Poi un giorno gli diagnosticarono una malattia che nessuno aveva mai visto. Il suo corpo ingrassava in maniera inarrestabile. Tentarono di curarlo, ma poi si dimenticarono di lui. Il circo lo abbandonò e lui fu costretto a trovarsi un altro lavoro. Custode notturno dello sfasciacarrozze Babalar. Quello che vede, signor Wilcock, lo fa ogni notte. Pecora, tu che sei poeta dovresti riuscire a immaginarti cosa vuol dire ammirare un uomo soffocato dal suo stesso adipe, dal suo stesso peso gelatinoso e tremante, volteggiare sotto le stelle, muoversi acrobatico saltando qua e là in un deserto pieno di automobili morte. Se non ci riesci, allora ti consiglio di darti alla televisione. Quell’Asvero, nome dal significato errabondo, mi mise di fronte a quello che, in quanto scrittore, avrei già dovuto capire. Mi trovavo al cospetto del mio primo mostro. Non so cosa significhi di preciso questa parola, mostro, ma se il nostro trapezista esiste, se non l’ho immaginato come immaginavo il black out, vuol dire che come lui ci sono altri che danzano di notte e sono paradossi, e il mio Asvero è uno di quegli uomini che si aggirano per il mondo alla ricerca di mostri, qualsiasi cosa essi siano. Osservandolo con la coda dell’occhio avrei giurato che fosse un mostro anche lui e che quell’avventura, cominciata con una lettera sotto una porta, non fosse altro che una volontà del regno dei mostri di farmi visitare la sua corte. Restammo a guardare le evoluzioni del guardiano del Balabar per più di mezz’ora. Io ero infreddolito e sognavo, come nella notte di Aix che sicuramente ricorderai; il mio scocciatore, invece, si distraeva, fumava svagato una Nazionale pestifera, si abbandonava con la schiena contro la carcassa della Fiat e scrutava il buio tra le lamiere. Sembrava aver attraversato molte epoche, perché quel suo aspetto da maestro tisico lo faceva sembrare un giovane eterno. Caro Pecora, sarò ripetitivo, ma era dalla notte di Aix che così tanti sogni non mi assalivano tutti insieme. E tante rivelazioni, tutte terrene, ctonie. Dopo aver compiuto l’ultimo salto, il più leggiadro e pericoloso di tutti, il guardiano dello sfasciacarrozze guadagnò di nuovo il centro dello spiazzo illuminato, trascinando i piedi nella polvere, e si inchinò alla sua platea di ferrivecchi. È finito, disse Asvero, abbiamo visto tutto. Si sollevò e si incamminò nella direzione da cui eravamo arrivati. Barcollava come se stesse per crollare dal sonno. Una volta passato di nuovo il varco nella recinzione, lo guardai negli occhi. Non esisteva al mondo uomo più malconcio di lui, né uomo più stupidamente fiero. Di cosa era fiero, caro Pecora? Sai dirmelo? Lo immaginai mentre possedeva prostitute enormi, malate, in pensione. Le possedeva senza perdere tempo: quattro secondi e tutto finito. Perché hai voluto che lo vedessi?, gli ho chiesto. Non lo so, rispose Asvero, lei mi è simpatico, signor Wilcock. Mi piace come tratta le donne. E i suoi racconti, anche se li ho lasciati tutti a metà. Forse mi sembrava solo divertente passare una nottata con lei, dato che domani ho intenzione di partire. Dove va?, gli chiesi. A Torre Allagata di Sotto, disse, con la corriera a due ruote. Quelle furono le sue ultime parole, caro Pecora. Da un punto nella notte spuntò un taxi che se lo portò via, verso il centro, e io rimasi lì, davanti alla recinzione del deposito di rottami immerso nell’oscurità e custodito dal suo titano ballerino.

Ecco, ti ho raccontato del mio scocciatore. Se ti dovesse capitare di incontrarlo (ricorda: si chiama Bernardino Asvero), ti consiglio di seguirlo. Di certo ti mostrerà qualche stranezza. Un po’ di stranezza ti farebbe bene, Pecora. Lascia che a dirtelo sia un uomo normale, un uomo come gli altri che un giorno o l’altro si metterà a fare capriole sui tetti. E allora già vi vedo. Povero Rodolfo, direte, qualcosa gli è andato di traverso. Forse un latticino o un’oliva. E mentre direte questo salterete anche voi, avrete anche voi i vostri salti e i vostri tetti, verticali, di sghimbescio, di vetro o di gomma. Il vostro bel daffare, insomma, per non rischiare un capitombolo nell’abisso, ridendo.

Saluti, Pecora. Passa a trovarmi, quando puoi. Accetterò le tue sigarette e ti restituirò le scarpe, quelle scarpe orribili che neppure tu avevi il coraggio di mettere.

Tuo amico

Juan Rodolfo Wilcock

 

Luciano Funetta


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