La terra è fatta di cielo - Adriano Angelini Sut

la terra

Volete davvero sapere chi c'è dietro i più grandi capolavori della letteratura del secolo passato? Ve lo diciamo noi: Bernardino Asvero. Chi è Bernardino Asvero? Uno scrittore. Uno scrittore che non ha mai scritto nulla.

Un'anima inquieta che ha cercato l'opera perfetta e non ha trovato nulla. Intrigante, scroccone, buffo, colto, raffinato, sognatore e cinico: non ha scritto l'opera perfetta, perché è lo scrittore perfetto.

Vita di Bernardino Asvero, letterato -
Capitolo II

La morte è la curva della strada
morire è solo non essere visto
Se ascolto, sento i tuoi passi
esistere come io esisto
La terra è fatta di cielo
Non ha nido la menzogna
Mai nessuno s'è smarrito
Tutto è verità e passaggio.
Fernando Pessoa

 

Il giorno del suo trentesimo compleanno Bernardino Asvero uscì di casa molto presto. A Lisbona era arrivato due giorni prima. Un viaggio in treno che non finiva più. Aveva preso una stanza nel Bairro Alto perché voleva stare in mezzo alla gente. Poi s'era incamminato per le sue viuzze e s'era perso in quel dedalo labirintico dove di quando in quando s'imbatteva in umani dall'andatura fantasma. Quasi per incanto s'era ritrovato al porto e s'era messo a fissare il mare. Un gesto automatico. Lo faceva sempre da bambino. Si immobilizzava con lo sguardo perso.

All'epoca le sue strane associazioni mentali lo rendevano subito consapevole che la striscia orizzontale che vedeva in lontananza era un'illusione perché la forma della Terra era sferica. Da lì per estensione iniziava a congetturare su quante altre cose apparivano ingannevoli, e non erano ciò che in realtà mostravano. E ancora su su fino al pensiero ultimo della vita come illusione suprema. Del suo corpo.

Iniziava a toccarsi come a voler verificare che si sbagliava, che lui era presente lì in quel momento.  Che si sentiva, se si dava un pizzicotto, un pugno. La gente che passava lo guardava incuriosita e anche un po' intimorita, come fosse un appestato con una strana forma di malattia pruriginosa. Più volte era stato visto da sua madre che in ultimo gli aveva intimato di smetterla altrimenti l'avrebbe portato all'ospedale della mente. Lui tremava all'idea di ritrovarsi su un letto con la testa pressata da ventose attaccate a macchinari che credeva sapessero leggere tutto, persino le sue convinzioni folli sull'illusione. Prima s'immaginava una diagnosi spietata di infermità congenita. Poi optava per qualcosa di più tremendo e punitivo. I medici della mente avrebbero convenuto che il paziente era sanissimo e che la sua estrema razionalità lo aveva portato a conclusioni proibite e pericolose. Un tribunale, fatto di uomini in camicie bianco e altri in tuniche nere lo accusava di essere contro la vita perché la riteneva un'illusione. La punizione consisteva in una fustigazione giornaliera, almeno un'ora ogni mattina; la carne doveva imparare a sentirsi, a riconoscersi come viva e pulsante attraverso il dolore, altro che illusione.

Si scosse dai pensieri perché un gabbiano gli volò proprio accanto ai piedi. Un rigagnolo d'acqua minuscolo, un rimasuglio della pioggia serale incastrato fra i lastroni della pavimentazione, gli servì come abbeveratoio. Bernardino alzò gli occhi e un marinaio tirava una fune facendo uno sforzo immane e grugnendo con versi animaleschi. Le vele si allontanavano placide su quella tavola azzurra. Chi era e cosa ci faceva su questo pianeta, in questo cosmo immenso e senza fine? All'incognita sull'illusione si era sostituita una domanda che non si poteva fare perché non contemplava una risposta.

Le ultime elucubrazioni dei mistici, che lui purtroppo aveva letto, parlavano di un'anima che si incarnava in varie forme viventi a seconda dei suoi meriti o demeriti. E che per ritornare ad essere puro spirito come il Dio supremo che tutto aveva plasmato doveva attraversare cicli e cicli di rinascite e morti. Le azioni buone avrebbero fatto rinascere sotto forma umana, quelle cattive sotto forme primitive e prive di coscienza. Trovò una simile teoria spaventosa e immonda. Quale perverso Dio Demoniaco poteva divertirsi in questo modo? Sciocco e vanaglorioso con le sue forme e le sue manifestazioni a cui la coscienza umana poteva solo assistere come uno spettatore passivo e subirne o il fascino o l'indifferenza.

Bernardo si incamminò verso l'interno. Era venuto a Lisbona per incontrare il suo maestro. Fernando Pessoa. La sua speranza era di trovarlo seduto al bar del porto. Raggiunse una panchina e si sedette. Il sole di quel mattino caldo picchiava forte sulla sua fronte alta.

Attese fino alle cinque del pomeriggio. Mangiò seduto ai tavolini di un piccolo ristorante che affacciava su un molo corto e defilato al quale erano ormeggiate per lo più barche da pesca scoperte. L'acqua era torbida ma non sembrava sporca. Pesciolini guizzanti ogni tanto venivano  a galla come sommozzatori in cerca di una boccata d'aria salvifica. Si alzò, tornò sul piazzale. Alle cinque e due minuti lo vide. Giungeva da una stradina secondaria. Il capello in testa, occhialini e baffetto. Una giacca leggera color senape era aperta su una camicia bianca chiusa da un farfallino nero. L'andatura lenta ma decisa. L'avrebbe riconosciuto fra mille, forse diecimila persone. Lo guardò sedersi a un tavolino, tirare fuori dalla tasca un taccuino e una penna che lasciò davanti a sé, come se li avessi portati appositamente per il cameriere che invece arrivò, zelante e riverente, e non tirò fuori alcun taccuino ma lo ascoltò con attenzione e alla fine si defilò svelto a preparare l'ordinazione. Bernardino aspettò qualche minuto. Diede tempo al cameriere di ritornare, depositare una tazzina di caffè e un bicchiere d'acqua. Si avvicinò. Prese coraggio. Guardò l'uomo. Pessoa alzò gli occhi e, come se fosse un amico che stava aspettando, gli sorrise.

«Maestro!», esclamò Bernardino.

Pessoa, impassibile, continuò a sorridere. Poi chiese:

«È qui per me?»

Bernardino avvampò di timidezza, come un ragazzino che si senta scoperto a combinare una marachella.

«Prego, si sieda – lo invitò il poeta – ma l'avverto che non ho le risposte che va cercando»

La frase lo lasciò di stucco.

«No, io non... - balbettò Bernardino – insomma... oggi è il mio compleanno e volevo regalarmi qualcosa di speciale, sono venuto fin qui da molto lontano per conoscerla»

Pessoa inarcò un sopracciglio, sorpreso. Bernardino si sedette. Le mani in tasca per nascondere l'agitazione.

«Ma lei parla bene la mia lingua, viene dalle lontane colonie?»

«Sì, ma ora vivo nel nord della Francia, la mia famiglia si è trasferita lì da un po'»

Seguì un silenzio di circostanza.

«Possiamo anche conversare nella sua nuova lingua se vuole»

«La vecchia va benissimo»

Nessuno dei due si decideva però a dire qualcosa.

Tornò il cameriere. Guardò Bernardino come a chiedergli se volesse ordinare. Il ragazzo anticipò la sua domanda:

«Una spremuta d'arancia, senza zucchero»

Il cameriere sparì di nuovo. Pessoa versò un cucchiaino di zucchero nella tazzina.

«Un regalo curioso, si è voluto fare – disse - È davvero così disperato?»

«Non riesco a liberarmi dalla tremenda voglia di vivere – rispose Bernardino - pur accarezzando ogni giorno l'idea di una dolcissima morte, che in effetti può essere l'unico momento in cui ogni cosa acquisterebbe senso»

«Credo che anche la morte sia sopravvalutata... - Pessoa sorseggiò il caffè e si fermò a guardare due barche che facevano manovra; una per entrare, l'altra per uscire – se vuole un consiglio... stasera si trovi una compagnia, vada a divertirsi, non inquini la sua coscienza con inutili pensieri; li lasci a chi ormai ha sprecato i suoi anni inutilmente e ha compreso che non c'è alcuna possibilità per la ragione di cogliere alcunché»

Bernardo lo guardò contrariato.

«Non sto dicendo che hanno ragione i mistici... - proseguì il poeta - poveretti non li biasimo... ma mi fanno pena. Quelli che credono nelle religioni orientali poi sono i peggiori, soprattutto se sono degli Occidentali convertiti. Sto cercando di farle capire che forse chi ha creato tutto questo aveva il solo scopo di divertirsi. Ma poi ha lasciato ad altri il compito di sviluppare un copione soddisfacente, con risultati terribili, direi».

Bernardo fece un nuovo sguardo con espressione disorientata. Pessoa poggiò la tazzina, poi la riprese ma si accorse che il caffè era terminato, e la riposò.

«Noi apparteniamo ad altri maestri...»

Il poeta si fermò perché sopraggiunse il cameriere con la spremuta d'arancia. Dopo essersi congedato di nuovo, provò a proseguire ma Bernardino lo interruppe:

«Noi chi...?»

«Chi ha creato l'essere vivente non è lo stesso che ha creato questo grande contenitore... chi ha creato l'essere vivente viene erroneamente scambiato per una divinità. La vera divinità voleva giocare, nella sua smisurata potenza creatrice voleva strabiliarsi con i suoi prodigi...»

«Lei ha scritto – lo interruppe Bernardino - … che una causa infinita è creatrice di realtà, anch'essa infinita, e che una causa finita è creatrice dell'universo. Il creatore del mondo non è il creatore della realtà. In altre parole, non è il Dio ineffabile, ma un Dio-Uomo o un Uomo-Dio, simile a noi, ma superiore...»

Pessoa fece un'espressione sorpresa, prese il bicchier d'acqua e se lo scolò d'un fiato.

«Lei perché vuole sapere?»

«Perché non dovrei? Ritiene la conoscenza un privilegio...?»

«Affatto, ma gli esseri umani sono pigri, e poi che cosa c'è da sapere realmente? In cuor loro lo sanno: accettano di sopravvivere in uno stato di semi schiavitù che è più consolante e rasserenante che vivere sapendo di non poter far nulla»

«L'Uomo-dio forse può fare qualcosa...»

«Da un lato la capisco – fece Pessoa scuotendo il capo – dall'altro mi rimane difficile accettare qualcuno ostinato come lo sono stato io; tutto è sogno, evanescenza; chi potrà mai dire che questa conversazione sia stata più reale del sogno che ho fatto stanotte? Perché si danna l'anima a voler comprendere quando ogni attimo è semplicemente già terminato e svanito via?»

La barca che stava entrando finalmente entrò e ormeggiò e gli uomini che legarono le funi ai pali urlarono. Uno stormo di gabbiani prese a svolazzare, sembravano impazziti su un punto in cui l'acqua mulinava, torbida e agitata.

«Sapere che la vita è illusione non me la fa amare di meno...»

«E' per questo che stasera deve andare a divertirsi, mi dia retta... lo so Lisbona è una città un po' sotto tono ma la posso far parlare con alcune persone che conoscono qualche localino notturno ad hoc...»

«Non era questo che cercavo da lei...»

Pessoa prese il taccuino che aveva sul tavolo e lo aprì.

«Cosa vuole, che le legga una mia composizione? Vuole sentirsi dire ciò che ha già letto sui miei libri? E che magari non ha compreso, perché forse non l'ho compreso nemmeno io... Vuole che le dica chi è lei e perché qualcuno ha deciso di metterla al mondo? O chi è il Dio-Uomo?»

Vi fu un silenzio leggero e fresco, l'acqua sciabordava; durò poco perché gli uomini di mare subito si lanciarono strani ordini.

«Forse sono Io il Dio-Uomo, e ancora non lo so»

«Ecco, così mi piace...»

«Le donne... - disse Bernardino – non si fanno le stesse domande che ci facciamo noi uomini»

Pessoa rise. Allungò le gambe.

«Al contrario, credo che siano secoli avanti perché è da tempo che sono arrivate alla conclusione a cui le grandi menti di questo secolo sono giunte ma, come giustamente conviene ai saggi, tacciono e aspettano che gli increduli maschi smaltiscano la delusione... l'idea di essere impotente per un uomo è decisamente più terribile che per una donna»

«Ero convinto di poter diventare anche io un poeta», fece Bernardino fissando distrattamente la curva dell'orizzonte che adesso non vedeva più come linea.

«Era? - esclamò Pessoa – e adesso? Lei non può diventare un poeta. Se lo è, come uomo verrà scalzato via dalla sua irruenza. Il poeta è un posseduto a cui ogni tanto concedono attimi di lucidità nei quali non si ricorda nulla di ciò che ha scritto. Non è affatto una bella condizione»

Pessoa si abbassò gli occhialini e scrutò il volto di quel giovane dall'aspetto sincero. Era un ragazzo attraente e dallo sguardo vispo che però la sua corporatura robusta tendeva a fare invecchiare precocemente e che non riusciva a celare un animo martoriato e infelice.

«Non è qui anche per lasciarmi le sue composizioni?”

Bernardino sospirò.

«Credo di non esserne più convinto»

«Ah... la poesia, che bestia immonda e vorace, e pensare che certe avanguardie vorrebbero stravolgerla, limitarla, ripensarla, annullarla. Eppure, come vede, lei è sempre la stessa, finge di assumere le forme più strane che l'essere umano vuol darle, finge di assecondarne i nuovi bisogni dettati dalle epoche e dalle mode e invece non fa altro che sfruttarne l'arma più potente che possediamo, come un vampiro dell'anima assetato del suo verbo»

Bernardino giochicchiò con la penna. Disse:

«Lei dovrebbe inventare un eteronimo che celebri questo tempo di industrializzazione, di tecnica e di velocità, ma dovrebbe farlo come un disperato che venga sommerso da questa marea ferrosa senza potersi opporre; e la cosa suonerebbe solo all'apparenza come una celebrazione; in realtà si trasformerebbe nella condanna senza appello per gli eccessi di questo tempo e per le derive che non riusciamo a prevedere. Lei può farlo, Maestro, il potere l'ascolterebbe, ne rimarrebbe inizialmente incantato, poi ne sarebbe sinceramente terrorizzato perché la forza della sua parola non ha eguali in quest'epoca»

Uno strano silenzio calò fra i due. Pessoa, visibilmente imbarazzato, guardava Bernardino e sentiva che qualcosa di sacro era intervenuto da chissà quali dimensioni; era lì, in quegli attimi, li inchiodava davanti a quel mare placido e a quel sole morente. Era stato scosso, quel giovane gli aveva porto un'idea grandiosa, all'improvviso, ed era lì apparentemente placido, gli piaceva perfino fisicamente, realizzò, ma ricacciò subito via il pensiero e soprattutto l'istinto e si voltò dal lato opposto. Sulla passeggiata del molo passava una coppia che guardava le barchette ormeggiate.

«Maestro!», lo chiamò Bernardino.

Pessoa si voltò lentamente. Disse:

«Che mestiere potrebbe fare...?»

Bernardo ci pensò un attimo.

«L'ingegnere»

Pessoa lo guardò compiaciuto. Aggiunse:

«Magari potrebbe essere un letterato portoghese ma nato in Inghilterra e che conosca la letteratura di quel Paese, la migliore che il mondo occidentale abbia finora prodotto»

Stettero di nuovo in silenzio. Altre persone si radunarono sulla passeggiata. Era quasi l'ora degli aperitivi e dello svago preserale. Un gabbiano volò fin sotto al tavolino dei due e si mise a cercare rimasugli di qualcosa.

«Non vuole lasciarmi i suoi scritti?», chiese Pessoa con più decisione.

«No Maestro, non sono ancora pronti, né so se mai lo saranno. Lei il regalo più bello oggi me l'ha già fatto con la sua presenza»

«Non sono abituato ad essere adulato, né credo di avere alcun merito per esserlo»

Quel giovane era un messaggero degli dèi. Pessoa ne era convinto. Qualcuno glielo aveva mandato come un dono. Poi all'improvviso si alzò.

«Credo che seguirò il suo consiglio – disse Bernardo – mi darà il contatto di qualche suo amico per questa sera?»

Il poeta sorrise.

«Certamente!»

«La vita è un'illusione meravigliosa che va vissuta fino in fondo e di cui dobbiamo assolutamente godere»

Pessoa sorrise. Aggiunse:

«Mi lasci il suo indirizzo, e io le do il riferimento per questa sera»

Si salutarono calorosamente con un abbraccio.

«Glielo prometto. Se darò seguito al suo consiglio, lei sarà il primo a leggere i poemi dell'ingegnere»

Un altro gabbiamo atterrò sotto al tavolino. Bernardino fece un inchino di ringraziamento e si allontanò. In quel momento vide il mondo così com'era. Una palla tonda senza più linee rette. Terra e cielo, un'unica cosa fatta l'una dell'altra.

Adriano Angelin Sut


>> Vai al capitolo I, Asvero a Fiume

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