Asvero a Fiume - Massimiliano Di Mino

fiume

Dove il nostro poeta incontrò Keller, Comisso, D’Annunzio, nonché l’amore

Ci fosse sole o tormenta, notte e giorno, sembra che la sua maggiore occupazione, se non l’unica, era quella di girovagare per Fiume senza posa fermandosi di tanto in tanto nei bar, nelle pasticcerie e nei ristoranti aggirandosi con fare circospetto e pretendendo di ispezionare la cucina e chiedere conferma ai gestori degli ingredienti utilizzati. Ma quella della cucina sembra ancora fosse solo l’ultima delle sue curiosità, lui soprattutto camminava; per questo era noto a tutti, anche se la maggior parte delle persone non gli rivolse mai la parola. A scoraggiare la pur minima formalità o scambio d’opinione era, soprattutto, una sua certa posa da giovane capriccioso che procede le ispezioni con sguardo scostante e piglio forastico.

Alto e ben piazzato, lo si poteva considerare un bel ragazzo. Teneva molta cura della sua divisa, che riusciva a mantenere, a dispetto dei chilometri giornalieri consumati, linda e inamidata. Del resto l’uniforme era oramai l’unico accento a ricordare il suo ruolo militare: arrivato nella città olocausta, aveva abbandonato ben presto la compagnia d’appartenenza e ogni incombenza di milite per procedere nelle sue atletiche contemplazioni e nei suoi bislacchi studi sul fare umano. Non si sapeva con certezza neanche dove alloggiasse, ma spesso fu visto la sera in compagnia della Betty che, sebbene fosse nel mestiere dall’età di quindici anni, e abituata a far compagnia a tanti soldati perduti che parlavano diverse lingue e dialetti, si disse spaventata da questo tipo strano che invece di andare al dunque, altro non face

va che raccontare di un suo amico poeta che entrava e usciva dal manicomio, un grande illuminato, ma suonato come una campana; Betty diceva che anche il giovane, che si chiamava Bernardino Asvero, scriveva poesie, e una di queste, che contava ben quattordici versi (tra i quali qualche distico, aveva assicurato), era dedicata a lei. Ma di quest’ultima cosa la Betty sembrava tutt’altro che spaventata.

Non vi era dubbio, anche questo Asvero era un matto, ma di quei tempi, a Fiume, non si lesinava di certo in eccentricità: urlare nelle piazze, giocare con le bombe a mano tirandosele come confetti, provare nuove e orientali droghe, e cercare di viaggiare nel tempo spostando il mondo attraverso un orgiastico moto dell’unione celestiale dei corpi, erano affari di tutti i giorni, e altro non poteva essere in quella piccola parte del mondo occupata e comandata da un poeta. Eppure una sottile minaccia aleggiava nella ribelle città: la noia, la grande noia, sembrava essere negli ultimi mesi divenuta il male oscuro, che presto avrebbe inghiottito le nostre anime prima che Fiume stessa. D’Annunzio ci aveva regalato da poco la carta costituzionale: bellissima e applaudita a lungo, ma ben presto fu chiaro che non c’era legge che poteva quietarci dal lungo tedio che ci affliggeva. Neanche le droghe facevano più il loro dovere, notò il tenente Guido Keller, che minacciava ogni giorno di appropriarsi di un aereo e andarsene chissà dove.

Keller era un famoso aviatore, il primo ad entrare insieme al Vate nella città; ed era toccato a lui incoraggiare lo stesso D’Annunzio a prendere il comando, e questi lo aveva subito nominato suo segretario di azione. Eppure, mai come in quei giorni, la noia: di azione, non ce n’era neanche l’ombra.

L’altro tenente, Comisso, che annoiato lo era sempre stato, invece ragionava su come la noia fosse sempre stata una questione contingente alla condizione umana, qualcosa che c’entrava con l’accettazione di sé.

Il soldato Giuliano si diceva d’accordo con entrambi, scuotendo affermativamente la testa quando questi prendevano parola, ma dal canto suo, non capiva questa voglia di andarsene e questa moda della noia, almeno fin tanto poteva passare il tempo con la Betty e con le sue amiche, a quei prezzi poi (ripeteva), che in Italia te lo potevi solo sognare.

Insieme a loro tre condividevo da qualche mese una casa a Cossala, un paese poco distante da Fiume, cercando di continuo qualcosa che potesse combattere quelle lunghe giornate, ma ogni proposta, che poco tempo prima avrebbe visto i miei amici entusiasti, ora cadeva nel vuoto.

- Droghiamo una mucca?

- Lascia stare, è come drogare un asino. Già fatto!

- Fondiamo una rivista!

- Un’altra???

- Facciamo una rissa con gli uomini di Host Venturi?

- Niente! Hanno paura e non si battono più con noi.

La mia, lo sapevo, era un’impresa ardua: appena aprivo bocca, le risposte erano sempre le stesse, e all’unisono: già visto!, già fatto!. Eppure, se anch’io non mi divertivo, il mio vero cruccio era risollevare il morale dei miei compagni, che, ero certo, se non avessero trovato un’ occupazione di loro gradimento, presto si sarebbero lasciati morire di fame pur di provare qualcosa di nuovo.

E fu in quel clima malato e pericoloso che, fra le tante proposte, mi uscì il nome di Bernardino Asvero. Spiegai chi fosse quel tipo strano che camminava e curiosava tutto il giorno, e Giuliano ne diede conferma a Comisso e Keller, e gli raccontò pure come quest’individuo avesse spaventato la Betty, e le avesse dedicato non uno, ma ben quattordici versi (tra i quali qualche distico, aveva assicurato).

- Un poeta, dunque! - affermò sfregandosi le mani Keller.

- ... E della peggior specie ...versi, puif! - aggiunse, tra il soddisfatto e lo schifato, il tenente Comisso.

E così, grazie a Bernardo Asvero, sembrava avessi trovato, per il momento, il modo di salvare la mia convivenza, e anche alcune giornate dei miei compagni.

- Bisogna approfondire... - sentenziò Comisso.

- … Studiare a fondo! - gli fece eco Keller, che in cuor suo già meditava una vendetta esemplare contro la poesia (e chissà?, forse contro il suo stesso amico Gabriele D’Annunzio ), rea, a suo dire, di aver inquinato la città, e averla resa noiosa e inoffensiva come un animale morto.

Quanto a Giuliano, che non capiva, proprio non capiva, come un poeta potesse dare più soddisfazione di una donna, propose un piano che, quanto a linearità e semplicità, non si poteva avere nulla da eccepire.

- Lo prendiamo e lo picchiamo.

Ma, quanto a fantasia lasciava ancora a desiderare.

- Figlio di un cane! Una volta che abbiamo una cosa buona tra le mani vuoi rovinare tutto! - si scagliò contro di lui Keller.

- Già, un poeta nella Repubblica della poesia, non è cosa facile a trovarsi! - concluse divertito Comisso, che aveva anche lui il vizietto di stilare versi di quando in quando, e c’era da giurarci aveva già in mente una vasta gamma d’idee sul come prendersela con il nostro Asvero.

A Giuliano, che era rimasto un tantino offeso dall’uscita furibonda di Keller, fu affidato il primo incarico.

- Giulianuccio, mio prode amico -cominciò Keller, che era tanto bravo ad offendere quanto ad imbonire chicchessia, - devi subito avvertire la tua bella Betty che, se rivede il nostro uomo, lo deve far parlare il più possibile…intanto, si scende tutti quanti a Fiume. Se ho ben compreso, non sarà difficile individuare questo poeta.

 

Scesi in città,le prime ricerche del nostro uomo non furono subito premiate, cominciai dunque a chiedere di lui a destra e manca. Chi giurava di averlo visto poco prima sulla stessa strada, chi affermava di non vederlo da parecchi giorni. Ma avevo promesso ai miei amici quel poeta e, costi quel che costi, pensai, sarebbe stato nostro. Decidemmo tutti di dar ragione a Comisso che, stanco di andare a caccia di un fantasma, spiegò che, per trovare uno che non sta mai fermo, era il caso di stare fermi noi. Decidemmo allora di raggiungere la tana dell’Ornitorinco, dove si poteva mangiare con pochi spiccioli e ad incontar la fortuna ti potevi trovare nel bel mezzo di una rissa. Ci avviamo silenziosi, ognuno accompagnato dai suoi pensieri e dalla propria personale delusione. Non sapevo bene cosa avremmo fatto una volta trovato il giovane, ma confidavo nell’estro di Keller e Comisso che, se non si pestavano i piedi a vicenda, erano capaci di trovarne veramente di belle, di compiere, loro sì, vera poesia. Che l’aria si era fatta bassa a Fiume e che il male oscuro si stava impossessando di tutti, era ampiamente intuibile: i clienti all’Ornitorinco si erano dimezzati e nel locale solitamente chiassoso regnava un irrispettoso silenzio borghese. Neanche gli uomini di Host Venturi, felici di menar le mani ogni volta che gli si presentava occasione, accettarono la provocazione di Giuliano, che, avvicinatosi al loro tavolo, andò ad augurargli e proporgli una felice e rapida digestione. La disperazione scese sulla nostra tavola.

- C’è aria di fine!

- Ogni cosa finisce, ma non è detto che questo sia necessariamente un male. - disse Keller. - Il gioco è bello finché dura poco. Perché di questo sembra si sia trattato, di un gioco. A breve verranno da Roma per spodestare D’Annunzio e allora cominceremo ad ucciderci a vicenda, come nel Trecento: Italiani contro Italiani!

- Non mi faccia piangere tenente, - disse realmente commosso, non si capì bene da cosa, Giuliano.

- Piangi, piangi, a te cucciolo infedele è concesso… ma lontano da qui.

Scosso, forse, da quei ragionamenti che non riuscivo a controbattere, cominciai a sentire il peso delle mia promessa: dove diavolo si era cacciato Asvero?

Talvolta, pensai, è necessario rasentare la disperazione per ottenere quel che realmente si desidera, una palpitazione costante che diviene la più sincera tra le preghiere: appena aprì la porta dell’Ornitorinco, anche i tenenti, che non l’avevano mai visto, capirono che si trattava del nostro poeta, e fu tutto un fare spallucce e darsi calci sotto il tavolo come segno d’intesa.

Asvero aveva trovato posto nell’angolo più vicino all’uscita, e leggeva con fare miope la carta delle pietanze, avvicinandosela e allontanandosela dal volto, come per scovarvi qualcosa di cui un occhio distratto non potesse rendersi conto. Poi, richiamata l’attenzione dell’oste, prese con lui a confabulare su qualcosa che aveva letto sulla carta e, poco convinto, si avviò insieme al gestore nelle cucine.

Guardavamo la scena incuriositi, ma soprattutto consapevoli che l’occasione richiedeva rapidità d’azione.

- Che si fa? - chiesi agli amici.

Keller prese ad abbottonarsi colletto e maniche della divisa, che solitamente teneva tirate su, e a rassettarsi con le mani i capelli e la lunga barba. Il suo sguardo era già cambiato.

Mi chiesi: cos’è la poesia? È sogno, intenzione e pazzia; è intuito, folgorazione, uno stato di grazia, un segno, un fulmineo effetto. Bravo è chi lo sa seguire.

Il tenente Keller si alzò, ci fece segno di attendere fiduciosi e si diresse verso le cucine. Comisso, preso il comando in seconda, ci avvertì di seguire l’istinto e di non contraddire la recita di Keller.

- …e, nel dubbio, - disse, - lasciate parlare solo me!

Una volta entrato nelle cucine, Keller, tutto impettito, tanto che sembrava avesse acquistato qualche centimetro d’altezza, pregò l’oste e la cuoca, sua moglie, di uscire dalla stanza e di non permettere a nessuno di entrarvi. Giuliano, visti i proprietari disporsi fuori dalle loro cucine a mo’ di sentinelle, scoppiò in una fragorosa risata subito interrotta da una gomitata del Comisso, che stava man mano assumendo la faccia autoritaria necessaria all’occasione. Keller, rimasto solo nelle cucine con il poeta, diede il meglio, quale gli fu dettato dall’ispirazione del momento. Asvero era intento a girare un minestrone, e il Tenente, per prima cosa, gli consigliò di proseguire.

- Prego, prego continui pure, altrimenti si attacca e poi va tutto in malora… e non deve succedere! Mai… almeno che lei …lei non vuole che accada … capisce?

Asvero che, in realtà, non capiva nulla di quello che stava accadendo, annuì e farfugliò qualcosa continuando a vorticare il suo mestolo.

- La situazione è seria, serissima direi… da un minestrone, mio giovane amico, si fa presto ad arrivare alla guerra totale. Capisce? Ma certo che lei capisce!

Il giovane amico continuava ad annuire, sempre più spaventato, mescolando con ancor più energia nella pentola, e guardandola di sottecchi come per rassicurarsi non stesse scoppiando.

Keller cominciò, poi, a tirar fuori parole e paroline come da un cilindro, abile com’era a riempirle di significato e ad ammaestrarle come un esercito di scimmie a suo comando e, in un disordine compiutamente studiato, prese a parlare di tegami e rivoluzione, tagliata e passione, utopia e disincanto, cuore di fegato e poesia. Il tutto finché si accorse che Asvero era oramai completamente irretito e lui poteva sferrare l’arma decisiva: il “Noi”.

Gli effetti dell’utilizzo del “noi” erano stati più volte comprovati, tanto dall’esser diventato questo pronome, diceva Giuliano, il cavallo di battaglia del tenente Keller.

- NOI la conosciamo Asvero, NOI sappiamo tutto di lei… e cioè niente! E’ questo che fa di lei una cosa importante per NOI!

 

Asvero, che certo non si sarebbe mai permesso di chiedere chi fossero questi “noi”, prese il coraggio necessario.

- Perché? -

- Non sia modesto mio giovane amico. Noi l’abbiamo osservata, lei è un tipo che osserva. Un poeta! Non è forse lei un poeta?

Asvero rispose con tutto l’orgoglio e con l’ardore che gli dettava il fuoco sacro dell’arte.

- Si, sono un poeta!

- Ha visto! Ha visto…

Keller capì in un frammento di secondo che era arrivata l’ora della stoccata finale, quella che si infligge più per il piacere del pubblico che per infierire sull’avversario. Dopo il NOI era giunta l’ora del LUI.

- … LUI, Il comandante ha subito capito che eravate voi l’uomo giusto.

- Il...il comandante D’Annunzio?

- E chi sennò?!

- Lui mi conosce?

- LUI conosce tutto! Lui sa tutto! È Lui che vi ha indicato a Noi...

 

Completamente rapito, il povero Asvero stette ad ascoltare Keller, che gli spiegò come la situazione a Fiume stesse precipitando: l’economia, lo Stato italiano e quella donna, La Baccara, l’amante di D’Annunzio che mal lo consigliava e non gli lasciava tempo per le cose importanti. Era lei il problema disse, e lui, Asvero, era la soluzione.

- Ma perché il comandante, non l’allontana semplicemente da sé?

- Ma vuole scherzare ragazzo? In questo momento così delicato per il futuro di tutti NOI? Ci mancherebbe lo scandalo. Questo è un servizio delicato da affidare ad un animo delicato. A un poeta: dunque, a lei.

Keller, se avesse potuto, in quel momento, si sarebbe stretto le mani per congratularsi con se stesso. In una sola occasione stava combinando un grosso divertimento e, forse, sarebbe riuscito a togliersi per un po’ di torno Luisa Baccara, che era realmente invisa a tutti. Da quando la pianista aveva raggiunto D’Annunzio, era diventato quasi impossibile avvicinarsi al comandante e consigliarlo sul da farsi.

- LUI, il comandante, ha puntato tutto su di lei. Spero non vorrà deluderlo. Lei non conosce nessuno, a lei nessuno la conosce. Lei è Nessuno, ed ora è chiamato a concludere il sortilegio malvagio di questa maga Circe. Lui e Noi siamo sicuri che lei è l’uomo giusto.

- Ma come?

- Un rapimento. Per tutti dovrà sembrare che lei stessa abbia deciso di andarsene via da Fiume.

- Ma come si fa? al palazzo è pieno di guardie…

- Tempo al tempo, mio giovane prode. Tra due giorni ci sarà un concerto a palazzo, un concerto della Baccara… e lei, Signor Asvero, sarà tra gli invitati. E smetta di girare quel minestrone, che diamine è solo un minestrone!

Finalmente giunse anche il nostro turno. Keller, visibilmente soddisfatto, uscì dalle cucine, seguito da Bernardo Asvero, e ce lo presentò.

Comisso chiese a voce alta se era l’uomo giusto, e Keller, con un diabolico sorriso, cinse le spalle del giovane.

- Il comandante ci vede sempre giusto. Anche con un occhio solo ci vede sempre giusto! - disse.

Visibilmente inorgoglito della risposta, e tronfio di sé, Asvero chiese se avrebbe avuto l’opportunità di conoscere il Comandante.

- Solo conoscerlo, mio caro amico?, ma scherza? - rispose Keller. – Il comandante D’Annunzio non difetta certo in generosità, e se ha scelto lei, proprio lei, è perché ha già in serbo grandi, ma che dico!, grandissimi progetti sulla sua persona.

E Comisso, che voleva fortissimamente partecipare a quel divertimento, ci aggiunse del suo.

- Mi raccomando, signore: ora serve riservatezza. Massima, assoluta riservatezza! - disse al giovane.

 

All’uscita dal locale, Asvero dovette pensare e rimuginare parecchio su quella fortuna insperata che il fato gli offriva. In seguito, dovette anche considerare che ogni uomo la propria fortuna se la conquista, e che, questa grand’occasione, se l’era meritata di certo, perché il genio è sempre ricompensato, ed è per questo che, da veri poeti, bisogna rimanere sempre allerta, e con un occhio dell’animo sempre affacciato sui sogni: insomma già si vedeva in un grande salone riccamente arredato a sorseggiare un the in compagnia del maestro D’Annunzio: quale coincidenza poi!… entrambi gradivano una sola zolletta di zucchero nella bevanda inglese. E, ancora, il Vate che gli chiedeva consiglio su un distico che proprio non lo convinceva, e lui a incoraggiarlo a provare e riprovare; poi, insieme, a braccetto via a raggiungere il balcone, sotto il quale il popolo attendeva, affamato come una bestia feroce, una sua parola, un piccolo verso che, ricordando gli antichi fasti, lo avrebbe incoraggiato a immaginare un futuro sempre più glorioso. Il popolo in delirio e il grande Gabriele, sì lui, il primo ad applaudire: il dado è tratto!

Con l’animo leggero, e senza aver messo nulla sotto i denti, Asvero proseguì il suo pellegrinaggio soddisfatto e guidato solo dai suoi sogni.

Ma i sogni, benzina dell’impensabile, vanno anch’essi alimentati, pensò il tenente Keller, che, illustratoci il suo piano, che a ben considerare non aveva nulla di eclatante, ci disse che sarebbe stato lo stesso D’Annunzio a fugare ogni dubbio, se mai ne avesse avuti, al giovane.

Alzatici di buon’ora, tutti e quattro andammo in città a prelevare Asvero in una pasticceria, e ci dirigemmo verso l’hotel Europa, palazzo della reggenza del Vate.

Keller spiegò al giovane che sarebbe salito dal comandante per dargli la lieta notizia di esser riuscito a prendere contatto con la persona che gli avrebbe permesso di guarire dalla sua peggior malattia: Luisa Baccara. Alla timida domanda del giovane che chiese di poter conoscere e rassicurare di persona Gabriele D’Annunzio sulla riuscita dell’affaire, io stesso gli ricordai l’importanza della riservatezza.

Rimasti soli con il giovane, mentre Keller si avviava a palazzo, Giuliano prese occasione per prendersi la sua piccola vendetta personale, facendo cadere il discorso su un suo presunto poemetto, che contava ben cento versi, dedicato ad una signorina del luogo, tale Betty, poemetto che era stato ampiamente elogiato dallo stesso D’Annunzio.

Nel mentre, il tenente Guido Keller entrato nella stanza del Vate trovò il poeta sdraiato sulla propria scrivania dolorante e prostrato da lancinanti fitte (cattivi pensieri) d’emicrania. Alla vista del suo fidato segretario d’azione, il Celeberrimo subito gli chiese, con fare affettuoso, se non avesse per caso con sé un pizzico di tonico magico, un cumuletto di polvere bianca per alleviare le pene del suo povero Comandante, che ne era al momento sprovvisto. Keller cavato di tasca una piccola scatoletta, facendosi spazio tra giornali e mappamondo, apparecchiò per due quell’usuale colazione fiumana. Il comandante, prontamente guarito dai suoi mali, non negò all’amico Keller il piccolo favore che gli era venuto a chiedere, ovvero un cenno di saluto ad un giovane soldato, nonché aspirante poeta, che aveva da poco disertato l’esercito regolare per mettersi al servizio del suo immenso genio.

Ascoltando tale richiesta, D’Annunzio, che stava bissando senza complimenti la gentile offerta del tenente, scattò in piedi con foga.

- Un poeta!

Poi, aprendo con un gesto teatrale la porta finestra che portava sul balconcino, si affacciò per individuare Asvero. Keller glielo indicò, e il Comandante, sportosi pericolosamente avanti, gli urlò, accompagnandola platealmente con un gesto della mano, una frase che doveva piacergli particolarmente, visto che due strisce di cocaina, di solito, bastavano a fargliela dire.

- Chi ti porta a me? La poesia?

Asvero era al colmo della commozione, le gambe gli tremavano, e noi, che gli stavamo accanto temevamo che realmente sarebbe svenuto.

Io e Comisso trattenemmo a stento le risate, mentre Giuliano, che solo per averlo detto, ora si sentiva un poco poeta, s’ingelosì del successo di Asvero.

Restammo con il giovane fino al pranzo, che gli permettemmo di offrirci, e Keller facendogli credere di averlo organizzato insieme al comandante, gli spiegò il semplice piano del rapimento: la sera appresso, dopo il concerto, la Baccara si sarebbe diretta nella stanza che divideva con il comandante per cambiarsi d’abito e lui, Asvero, si sarebbe dovuto far trovare lì, dove con le buone o con le cattive, l’avrebbe obbligata a seguirlo; insieme sarebbero fuggiti dall’uscita secondaria del palazzo, e una carrozza, che avrebbero trovato fuori ad attenderli, li avrebbe condotti a Cossala; in seguito avrebbero deciso insieme come e quando rimpatriare la pianista in Italia.

Le ventiquattrore che seguirono furono lunghe per tutti: per Asvero, che tra un sogno di gloria e l’altro, doveva prepararsi per l’azione; e per noi, che ci divertimmo ad immaginare i più disparati esiti di quella inventata avventura.

Giuliano, a cui non ci riuscì di strappare una risata, decise invece di allontanarsi quella sera da noi per andare a ritrovare, tra le braccia della Betty e delle sue amiche, l’orgoglio che aveva perso dietro una bugia.

 

 

La sera appresso, l’appuntamento convenuto era per le ventuno, ora del concerto. Una volta entrati, ci confondemmo con gli altri ospiti, e, appena le luci scesero sul pianoforte della Baccara, Asvero approfittò per raggiungere la camera. La sala era gremita di un elettissimo uditorio. Il sindaco e le alte cariche militari si facevano tutte addietro al comandante a far ampio sfoggio di monocoli, pipe e bastoni da passeggio, arricciando nasi, alzando sopraccigli e sfregandosi baffi come ad indicare un gradimento all’ascolto superiore, incantato e quasi spirituale; e le dame, agghindate con tanta ostentazione come a far capire che loro e l’arte erano la medesima cosa, facevano a gara a chi agitava meglio il ventaglio.

Ma il proscenio era solamente per lei, per Luisa Baccara. Una veste lunga e di foggia orientale le copriva i piedi e cadeva morbida dietro di lei come a disegnare delle onde sulle quali si poteva fluttuare seguendo le sue note. La concentrazione era al massimo, e una piccola ruga, dettata dallo sforzo, le tagliava il viso già tratteggiato dalle luci del palco. Tanto era rapita dalla sua esecuzione, che non si accorgeva che la spallina della veste le scendeva sempre più giù.

Il programma della serata prevedeva due concerti di Bach, una sonata di Mozart e una improvvisazione di Hiller.

Ogni suono era colorato di un calore e un amore che non ricordo di aver udito più.

Io, Keller, Comisso e Giuliano ascoltavamo silenziosi e rapiti, distesi su dei divanetti, chiudendo di tanto in tanto gli occhi per riuscire meglio a divenire tutt’uno con quelle note. E quando li riaprivamo i nostri sguardi si cercavano come per assicurarsi di essere tutti testimoni di quello che si stava svolgendo in quella sala. La musica ci chiuse come in un circolo magico: i nostri pensieri, come i nostri sentimenti verso quella donna, divennero contrastanti.

- Non staremo facendo la cosa sbagliata?

- Forse siamo stati troppo avventati!

- Già, riprendiamoci Asvero… lo scherzo è bello finché dura poco…

- No!, - si fece serio il tenente Guido Keller, - …la musica non è per sempre, e quella donna è pericolosa. Non si torna indietro… anche questo è destino. Noi abbiamo condotto qui Asvero, e vedremo dove ci condurrà lui!

 

Già, Asvero. Rimasto solo nella stanza era da più di due ore in attesa. La musica, che arrivava lieve nella stanza, serpeggiava, facendosi strada tra applausi e brusii, ma non riusciva a coprire le palpitazioni di cuore del nostro poeta. Due ore solo con se stesso sono lunghe anche per l’animo più fermo, mentre quello di Asvero doveva ricercare le sue convinzioni dietro a una promessa. Rapire una donna, dovette pensare, anch’essa un’artista poi, non è la maniera più nobile per farsi strada nel mondo delle lettere, eppure, si disse (e se lo disse con la voce di D’Annunzio) non era questo il tempo della scelta, ma il tempo dell’azione. E chissà quante altre giustificazioni riuscì a scovare il nostro in quella stanza: ora specchiandosi allo stesso specchio che ogni mattina ritraeva il Vate, ora sedendosi alla sua scrivania piena di oggetti ed oggettini e fogli, appunti, ordini; e, se non si permise di leggerli, fu solo per quel rispetto che un figlio deve a un padre.

Quando sentì un applauso più prolungato, capì che il momento fatale era giunto; si appostò con la schiena ritta dietro la porta, e cominciò forse a pregare.

La donna entrò, spalancò la porta senza preoccuparsi di richiuderla e di accendere lumi, e come una furia si disfece del lungo abito, rimanendo solo in intimo. Singhiozzando, si tuffò nel letto, che cominciò a tempestare di ritmici e possenti colpi. Asvero, bisogna dirlo, a vederla piangere e a vederla in una tale nudità che gli costringeva gli occhi dove, per il rispetto che un figlio deve ad un padre, non avrebbe mai dovuto posarli, si ritrovò impreparato del tutto. L’unica luce che entrava dalla finestra semiaperta illuminava la sua figura tremante, il colore della sua pelle sotto quel cono di luna era latteo, etereo e solo piccole venature azzurrine gli evidenziavano ora i seni, e poi i fianchi, i capelli spruzzati d’argento, sparsi sul cuscino, che incorniciavano il suo sguardo infuocato da un dolore che Asvero prendeva per mistero. Passo dopo passo, il ragazzo, senz’accorgersene, si trovò accanto al letto, e, alla fine, riuscì pure a parlare.

- Signorina, mi scusi… mi dovrebbe seguire.

Luisa, che fino a quel momento non si era accorta di nessuna presenza nella stanza, si mise a sedere sul letto e, finito di singhiozzare, rifilò un primo manrovescio sulla guancia del giovane.

- Pazzo! - gli disse, e subito offrì lo stesso servigio all’altra guancia.

- Signorina… davvero…, - provò a placarla il nostro, ma subito la sua voce fu soprafatta da quella di lei.

- Sa, cosa succederebbe se la trovassero qua… se Lui la trovasse qua?… lei è un pazzo!.

E, all’ennesimo schiaffo, seguì immediatamente un lungo, inaspettato bacio.

Ora la musica ad Asvero arrivò dritta al cuore senza brusii o applausi: era da lui che scaturiva. Ora arpe, poi clavicembali, e un pianoforte che trovava le sue note affondando lunghe e affusolate mani direttamente dal suo cuore.

Luisa gli sbottonava la camicia, e lui, che aveva d’improvviso disimparato a parlare, fu sopra di lei. Ora quel cono di luna disegnava anche il suo corpo, non più di un ragazzo, ma di un uomo. E sembrava che il suo nuovo corpo si facesse tutt’uno con l’immensità del mondo intero, per sempre, fino a mattina.

Luisa accese una sigaretta per entrambi.

- Sai quanti anni ho? - chiese lei senza attendere risposta. - Ventotto!... E lui ne ha 56. Quel maledetto orbo schifoso!

Asvero si ricordò allora di D’Annunzio, quello che fino a poche ore prima era stato il suo Comandante, il suo Vate, e anche suo padre.

- Sai cosa mi ha chiesto ieri, dopo il concerto, mentre tutti mi applaudivano? - continuava lei. - Di conoscere più approfonditamente mia sorella, la mia piccola sorellina. Quel mostro!

Asvero, che aveva ritrovato sotto la luce della luna il suo corpo come più nuovo e forte, si sentì il petto pieno di coraggio.

- Vieni con me Luisa, staremo sempre insieme!

E, dicendo ciò, le afferrò una mano.

- Non è possibile, mio piccolo soldato perduto. Ci troverebbero subito e…

- Ma io non ho paura…

- Sì, che ne hai… ora, per favore rivestiti e scordami per sempre…

- No, che non ti scorderò! Ti aspetterò. Ogni giorno e notte sarò qui sotto ad aspettarti, ad aspettare un tuo cenno pronto a liberarti!

- Ora fuggi! - disse Luisa, che, con fare teatrale, coprendosi gli occhi con l’avambraccio, riprese a piangere. - Fuggi, o non so cosa potrei fare!

Spaventato, il ragazzo si rivestì, ma, prima di accomiatarsi, le volle parlare ancora.

- Donami qualcosa che mi avvicini a te… qualcosa che mi ricordi questa sublime notte!

Luisa Baccara, che sembrava aver messo su una certa fretta, gli porse il primo oggetto che le venne a tiro: una piccola scatola d’acciaio damaschinato.

- Tienila pure tu: è un oggetto prezioso del mio torturatore. Dice custodisca il segreto della tenebra!

Asvero, pieno di gratitudine, prese la scatola e, in ultimo, le chiese un bacio. La Baccara glielo concesse, ma quasi subito gli fece notare che era quasi ora di colazione, e che lei era digiuna dalla sera precedente.

Il nostro giovane, diventato uomo, si dileguò come un eroe dei romanzi d’appendice dalla finestra, aggrappandosi alla grondaia, e fu così che fini quella breve storia d’amore.

 

 

La nostra storia invece non terminò a furor di noia come avevamo previsto. Aveva ragione Keller quando prevedeva che gli Italiani avrebbero sparato addosso ad altri Italiani. Tutto finì con quello che alla storia è passato come il Natale di Sangue. Fiume era stato un sogno, e come un sogno, sparì all’alba.

Guido Keller, finito tutto, girò il mondo con in serbo la speranza di trovare una nuova Fiume. Giovanni Comisso continuò a vivere scrivendo di Fiume e di altre cose. Quanto a Giuliano, sempre appresso alla prima e all’ultima gonnella, non si degnò mai di andare a ritirare le mille onorificenze che volevano premiare la sua poesia. Io e Betty invece, abbiamo un ristorante e quattro figli, siamo rimasti qui a Fiume, ora si chiama Rijeka, ma io la preferivo quando si chiamava Fiume.

Bernardino Asvero non so che fine abbia fatto, quello che è certo e che, come aveva promesso alla sua Luisa, rimase ad aspettarla, ad aspettare un suo cenno, sotto la finestra del palazzo per tanti giorni e ancor più notti.

Quell’inverno fu lungo e piovoso.

Il cenno, tanto sperato non arrivò mai, ma Asvero sotto quella finestra a prendere pioggia e gelo ci stette a lungo, e di tanto in tanto cercava nella tasca il suo dono, la piccola scatoletta damascata, e stringendola in un pugno gli sembrava di riuscire a rivivere tutto, di sentire e capire improvvisamente ogni cosa: quella notte, e tutta l’umanità, e la musica che empiva il mondo. Gli sembrava a volte che quella scatola veramente contenesse un grave e tenebroso segreto, e che aprendola avrebbe trovato dentro chissà quale arcano portento. Del resto la scatola non si apriva, e, ragionò Asvero, il suo potere, era quello dell’amore. E, a questo sentire, si commuoveva: ma le lacrime erano velocemente spazzate dalla pioggia.

Poi alla pioggia succedettero le bombe, ma Asvero rimase comunque lì ad attendere la sua pianista, e ben presto si ammalò, e non seppe neanche lui se a renderlo sempre più debole fu la tanta pioggia o il primo amore, ma un giorno mentre urlava il suo dolore alla luna, lo presero e lo condussero in un sanatorio: in fondo ce lo aveva portato la poesia, ma non quella di Gabriele D’Annunzio.

 

Molti anni dopo, in un caffè di Treviso, rincontrai il tenente Comisso, oramai era diventato un importante romanziere, ma la noia, disse, continuava a perseguitarlo. Dai caffè passammo alle grappe e ai ricordi di quei felici giorni pregni di delirio e scherzo, di spavento e morte e mi confessò che a ispirargli più di altri il suo libro più celebre, Il porto dell’amore, non fu né il Vate, né il tenente Keller ma Bernardino Asvero.

 

Massimiliano Di Mino
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