Occidente #10 - M. & P. P. Di Mino, M. Saura

Storia di un declino implacabile in dieci mosse
Una modesta proposta per salvare il mondo

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[ultima mossa]

Spero di contribuire, con questo studio, alla presa di coscienza collettiva
ormai imminente. Ci sarà, ne sono certo, anche se forse l'umanità non
cambierà in modo decisivo fino al XXII secolo. Cosa succederebbe se
Cristo si presentasse oggi? Il Cristo è un Messia: se viene, è per salvare
l'umanità. Nessun individuo può salvarla adesso. Se il Cristo viene,
sarà un Cristo collettivo. Sarà l'illuminazione di tutta l'umanità.
Se l'umanità non si illumina, senza l'eccezione di una sola persona, finirà.
Il Cristo è collettivo oppure non è. E cos'è l'uomo? L'uomo deve capire
che il suo corpo è l'Universo, che il tempo è ciò che accade a lui,
il tempo intero, e che la sua coscienza è parte della coscienza cosmica.
Dobbiamo capire, anche se non lo vivremo, anche se moriremo prima
di vederlo, che l'uomo popolerà le stelle, e vivrà tanto quanto l'universo
- merita di vivere altrettanto – e costituirà una coscienza globale e sarà
la mente del cosmo. Se non abbiamo questo ideale, non vale la pena
di vivere. Dobbiamo avvicinarsi a questo ideale a poco a poco.
Noi non vedremo l'avvento della Coscienza Cosmica; non vedremo
i frutti di ciò che stiamo seminando. Dobbiamo sacrificarci, perché non
li vedremo. E' questo il senso del sacrificio che ci insegnano i Vangeli:
l'assoluta umiltà necessaria per agire pur sapendo che non vedremo
i risultati.

A. Jodorowsky. Los Evangelios para sanar.



Beati quelli che sanno il patimento non è un serto di gloria.

J.L.Borges. Elogio de la sombra.

 

 

Era la sera del 12 gennaio del 1983. Aveva piovuto tutto il giorno. Ed io non riuscivo a sentire il ridicolo di starmene in impermeabile ed occhiali neri seduto ad un tavolino di Chez Roquille.
Un cameriere continuava a importunarmi, con rara malizia, sul menù o quant'altro, quando li vidi entrare.
Erano vecchissimi.
Jorge fingeva, nell'incedere, una sicurezza ed una fierezza che era meno vanità che disperazione. Ad un certo punto, una mossa maldestra, e si sedette in braccio ad una signora. Sgranò gli occhi, orrendamente bianchi e vuoti, sulla poverina che, a sua volta, spalancò i suoi e cacciò un urlo amazzonico.
Fate piano! La mia testa! - Si mise a sbraitare anche zio Enrico, picchiettandosi la fronte come per rimettere a posto qualcosa. Era completamente calvo.
Il cameriere feticista del menù, a quel punto, accorse, agitatissimo, e salmodiando mille scuse ai riguardi di nessuno in particolare, prese per un braccio Jorge e per l'altro zio e li fece accomodare ad un tavolino.
Zio, infastidito da quel pedante, s'impettì sulla sedia e lo snobbò. Prese un'oliva da un cestino, e, con un gesto volgarmente giovanile, se la lanciò in bocca.
Ma sei cieco per davvero – chiese a Jorge, avvicinandogli la mano al piattino con le olive.
Qualcosa la vedo... TANA PER TOMMASO!
Una grossa oliva nera mi centrò in pieno viso.

La prima volta che vidi l'Oceano avevo otto anni. Anche a Napoli abbiamo il mare. Ma questo era grande, infinito, illimitato, oscuro. Io, fino ad allora, avevo conosciuto solo la fame.
Non voglio trovare implicazioni mistiche nella mia nascita, ma sono nato in una stalla, dicono, sono stato battezzato in una pozzanghera. Dicono che, la prima notte, mi hanno vegliato i cani. Quello che invece non mi hanno mai detto è chi furono i miei.
I preti che mi hanno allevato, che Dio li perdoni, dicevano che per tutto potevo essere adatto meno che agli studi e che, invece, la mia indole mi destinava perfettamente alla cura dei più bisognosi.
In pratica pulivo le merde di cavallo.
Questa benedetta indole sembrava destinarmi al peggio, almeno fino al giorno in cui, non so se scherzassi o cosa mi passasse per la mente, predissi la morte imminente di Don Oronzo.
Dopo un paio di giorni tutta Spaccanapoli era lì a dovermi ammirare con la mia nuova camicia bianca e i pantaloni bianchi da signorino.
C'era chi mi chiedeva i numeri. Chi voleva sapere l'amore. Chi gli affari. Chi per quanto avrebbe dovuto ancora condividere la stanza con la propria suocera.
Un giorno, mi vidi arrivare uno lungo lungo e dritto, che parlava con la voce nasale e fessa. Si tirava dietro uno basso, tarchiato, che preferiva mandare avanti la scucchia prima di iniziare un discorso.
Vuoi vedere il mondo? - mi chiese non so più quale dei due.
Pure fuori Napoli? - gli risposi.

Altro che fuori Napoli! Ci imbarcammo a Genova e, via di seguito, Barcellona, Valencia, Lisbona, San Paolo del Brasile, Montevideo, fino a Buenos Aires.
Sulla nave c'era tanta gente e tutti stavano attorno, adoranti, ai miei due mentori. Li chiamavano poeti, maestri, vati e tutti questi sdilinquimenti di una volta.
Io, appena potevo, fuggivo nei meandri della nave alla ricerca di topi.
Ed invece trovai zio.
Se ne stava dritto, perfettamente a suo agio vicino al fuochista. Aveva un lungo ciuffo che mi sembrava che gli si stesse per infiammare. La cosa mi divertì.
Stare dieci ore qui le altera la percezione? - domandò zio al lavoratore, così, all'improvviso.
Vidi il fochista lasciargli la pala e zio, senza battere ciglio, arrotolarsi le maniche e darci giù di buona lena.

Il 14 settembre del 1936 arrivammo, finalmente, a Buenos Aires. Partecipammo al 14.mo congresso dei P.E.N. Clubs.
E zio pronunciò il discorso ufficiale sull'avenir de la poèsie.
Il 29 settembre Victoria O'Campo ci accolse, in uno scantinato, per la presentazione della rivista Sur.
La sala, leggermente angusta, era gremita di gente.
La signora Victoria, imposto il silenzio, annunciò il primo intervento indicando uno dei miei mentori, quello lungo lungo.
Siamo onoradi de presentarve il grande poeta italiano Marinetti, padre del futurismo y de tutte le avanguardie, nonché artista finissimo!
Un boato si levò nello scantinato e il finissimo salì sul palco. Ammansì i suoi ammiratori. Calcò una pausa studiatissima e, all'improvviso, piegandosi su se stesso, rosso in viso come un peperone, cominciò a deflagare, Bum!, Biribùm, Strabum, Neobum, CiaCiaf, e Postbum.
Silenzio. Poi la sala venne letteralmente giù. Il pubblico era in delirio.
La signora Victoria, malcelando la commozione, riguadagnò il palco ed abbracciò il poeta. Dunque presentò il mio secondo mentore.
Ungaretti, incoraggiato dal pubblico, saltò di scatto sulla scrivania che fronteggiava gli spettatori e, digrignando i denti fino a rendere la sua scucchia un assoluto, citò con passione una sua lirica.
M'illumino / d'immenso.
Silenzio. Poi si levarono due applausi, a cui si unirono compiaciuti gli altri.
Fu la volta di Jorge.
Subito questo sconosciuto, alto e forte, attirò la mia attenzione, fino ad allora rivolta ad una bambina che si ostinava a mostrarmi le ginocchia.
Borges, con un gesto che raccoglieva millenni di pace, sfogliò un libricino e, dalle pagine di esso, con voce calma e infinita, parlò di sogni, tigri e specchi. Finì il suo racconto.
Mi accorsi che non stavo più respirando.
Silenzio. E basta.
Per fortuna zio salvò la situazione intervenendo con un energico applauso che quasi costrinse gli altri ad imitarlo.
Allora toccò a me. Venni quasi trascinato dai miei mentori sul proscenio.
Come avrei potuto io esibirmi dopo quello che aveva raccontato Jorge?
La signora Victoria mi presentò.
Ahora, uno scoperta mirabile del grande poeta finissimo Marinetti, et del suo ruggente collega.
Su, Tommasino, fa una piccola previsione a questa buona gente. - intervenne il finissimo.
Dai, dai, dai, dai! - mi incalzò Ungaretti.   
Erano veramente brutti. Non solo i mentori. Non solo Victoria. Ma anche il pubblico. Tutti. Di solito mi guardavo intorno e tutto veniva da sé. Le forme dei visi rivelano l'avvenire più di quanto non si possa immaginare. E se no, basta un po' di faccia tosta. Cercavo, cercavo disperatamente qualcosa. Nella sala. Nella gente. Sul soffitto. Dietro le strettoie delle finestre. Ovunque. Ma questa volta niente! E zio non c'era più. Perché proprio in quel momento pensavo ad Henri Michaux? Era la sua assenza a bloccarmi? O era lui l'oggetto della previsione che avrei dovuto proclamare?
Scoppiai a piangere. A dirotto. Marinetti, penso, cominciò a strattonarmi. Era lontanissimo.
Silenzio. Interminabile. Infinito.
Borges spuntò davanti ai miei occhi all'improvviso. Mi mormorò qualcosa come, seguimi!. Subito mi ritrovai giù per le scale. Quindi attraversammo una strada. Infine mi ritrovai sul sedile posteriore di un'automobile. Al mio fianco Jorge. Alla guida, zio.
Sai guidare?
Cosa?    
Sfrecciammo nella notte senza stelle.

Buenos Aires è un po' come Napoli. Ai miei occhi di bambino, in più, aveva il pregio di contenere anche Palermo.
Era come stare in Italia.
E' nel quartiere Palermo che ho conosciuto Don Isidro Parodi. Nel suo negozio di parrucchiere. Ci scappavo appena possibile.
Non che stessi male con zio Jorge. Ma un po' mi annoiavo.
Zio disegnava i suoi strani glifi tutto il giorno. Temevo sinceramente che lo avrebbero fatto diventare pazzo. Ogni tanto, però, saltava su di scatto e si metteva a pulire tutto. Ramazzava, spolverava, passava lo straccio. E mi preparava da mangiare. In continuazione. Mi chiamava anche in piena notte per farmi rompere le uova per le torte. Dopo di allora non ho più mangiato dolci.
Jorge anche, a modo suo, aveva certe premure per me. Io non potevo fare a meno di guardare a lungo questo uomo enorme e gentile. Anche lui, talvolta, mi guardava. Sembrava imbarazzarsi, quasi divenire rosso e confondersi. Poi mi chiamava con la sua voce piana.
Tomaso, vieni qui. Ti faccio vedere una bella cosa.
Mi prendeva sulle ginocchia e mi commentava per ore ore alcuni versi del nostro sommo poeta Dante Alighieri. Fu per questo motivo che, a Buenos Aires, appena potevo, cercavo di frequentare la malavita.

Volevo bene anche a Don Isidro. Nel suo negozio c'era sempre un mucchio di gente che veniva a chiedergli consiglio. Come a me a Napoli. Donne incinte, guappi inanellati, preti, gauchos a cavallo. Talvolta gli davo una mano anch'io, grazie alla mia piccola dote. E, poi, mi faceva sempre qualche regaluccio. Una gallina. Un bracciale. Un portasigari. Mi divertivo molto e la gente mi piaceva.
Un giorno stavo rincorrendo dei cani. Sentii, all'improvviso, che stava per succedere qualcosa.
Corsi verso la bottega. Due sbirri stavano mettendo a soqquadro tutto. Fecero inginocchiare Don Isidro. Gli piegarono le braccia dietro la schiena e lo ammanettarono.
Senza pensarci, saltai sulla schiena di uno dei poliziotti, che mi afferrò con un solo braccio e mi stese su un tavolino.
Chi sei tu? - mi urlò.
Non sapevo che rispondergli. Avevo paura.
Sono amico di Dante Alighieri.
Deve essere un capoccia del sud, mi sembra di averlo sentito. - disse all'altro.
Presero a corcarmi di botte. Poi si stancarono e, fra le risate, mi lasciarono scappare.
Tornai a casa a pezzi. Suonai il campanello e, dopo un po', mi aprì zio. Mi soppesò con lo sguardo. Mi prese per mano.
A casa avevamo un piccolo giardino. Mi ci portò. Sparì un attimo in cucina. Tornò e, dopo avermi indicato il muro, portò un cestino pieno di uova e mi fece il gesto di scagliarle con violenza.
Mentre rompevo le uova con tutta la forza che avevo in corpo, mi veniva da piangere.
Anch'io sono orfano. - mi disse.
Vogliamo piangerci addosso?! - irruppe Jorge, comparendo con un grosso cappello nero    
calcato sugli occhi. Poi ci esortò con un gesto del braccio, insolitamente energico.
Venite con me.

Ci presentammo davanti al portone della modesta casa di Carlos Argentinos. Ci fermammo un attimo, in religioso silenzio. Jorge portava in dono un Cognac locale. Mi aveva messo in mano un torrone di Santafé e zio, invece, recava con sé una torta di sua squisita fattura.
Il nostro ospite è un raro pezzo d'asino. Ma è il cugino della mia amata Beatriz... Vengo a trovarli una volta l'anno. Solevo arrivare alle sette e un quarto e fermarmi un venticinque minuti; ogni anno comparivo un po' più tardi e restavo un po' di più; nel millenovecentotrentatré, una pioggia torrenziale mi favorì: dovettero invitarmi a cena. Profittai, naturalmente, di quel buon precedente; nel millenovecentotrentaquattro comparvi alle otto suonate e con tutta naturalezza rimasi a cena... Fatemi fare bella figura.
Jorge suonò il campanello. Argentinos ci aprì e salutò cortesemente. Era un uomo alto, imponente, e aveva l'occhio annacquato dell'assassino recidivo. Prese i doni rapacemente. Poi i nostri soprabiti. E ci condusse in un salotto. Ci sedemmo su delle poltrone e fu allora che mi accorsi che Jorge era sparito. Il nostro ospite cominciò a parlare tantissimo. Ci mostrò tutte le orribili stampe che aveva avuto il dubbio gusto di appendere alle pareti damascate della sua residenza. Ci mostrò dei candelabri, uno ad uno. Ci confidò di essere un poeta. Offese mortalmente uno sconosciuto che aveva un buffo nome, Alejandro Xul Solar. Ci offrì dei dolcetti stucchevoli. Si definì un vate. Tornò a parlare di questo Xul e disse che non ci voleva niente a fondare due o tre religioni dopo pranzo, e che lui, solo lui, Argentinos!, era il vero mistico.
Malgrado il raro prezzo d'asino ormai stesse urlando, non potei fare a meno di sentire un pianto indistinto venire da un'altra stanza.
Mio dio!, Jorge. - esclamò zio.
Corremmo tutti nel corridoio. Vicino ad un vaso senza un fiore, su un pianoforte, sorrideva un grande ritratto, dipinto con goffi colori. Ai suoi piedi Jorge che lo accarezzava fra i singulti.
Beatriz, Beatriz Elena, Beatriz Elena Viterbo, Beatriz amata, Beatriz perduta per sempre, son io, sono Borges...
Jorge, Jorge, tutti gli anni la stessa storia. - sbottò come un pazzo Argentinos.
Tutti gli anni vieni qui e ti metti a piangere, a casa mia, davanti al mio quadro. Ed in più mi porti pure degli sconosciuti. Un ossesso con un ridicolo ciuffo in testa ed un bambino... Un bambino... Si può sapere chi è questo bambino?
Jorge si mise a piangere ancor di più. Zio si aggiustò la cravatta e guardò male Argentinos.
E' un veggente. - gli rispose.
Argentinos scoppiò a ridere.
Un veggente! Un veggente! Non siamo in epoche di veggenti e fiere da baraccone. Comunque ce ne dia una prova. Non accetto buffoni nella mia casa.
Silenzio.
Hai l'infinito in cantina. - gli sussurrai, guardandolo negli occhi.

Fu allora che le nostre vite furono sconvolte per sempre. Ci avventammo, come in un sogno, sulla porta della cantina. Argentinos cercava di impedircelo in tutti i modi. Urlava. Piangeva. Ringhiava. Spalancammo la porta. Argentinos cominciò a mordere zio e fu allora che lo picchiai in testa. Svenne.
Un Aleph è uno dei punti dello spazio che contengono tutti i punti. Ed era lì. Lì, ora, per sempre, in ogni dove, in nessun luogo, per sempre, mai più.
Inutile spiegare l'Aleph. Anche perché l'ha fatto Jorge in uno splendido racconto.
Usciti dalla cantina, tornammo a casa. Borges ci pregò gentilmente di lasciarlo in pace e sparì in una stanza. Dopo qualche giorno zio mi disse che saremmo dovuti tornare in Europa. Il viaggio fu lungo e senza avventure. Zio con me era sempre buono e premuroso, ma c'era ormai una distanza, un infinito miserabile e miracoloso, che si frapponeva fra noi.
A Parigi vissi con lui per qualche mese. Conobbi sua moglie. Forse questo essere dolcissimo fu quello che subì in maniera più violenta il cambiamento che era avvenuto in Henri. Un giorno la donna tentò il suicidio. Sentii esplodere quel dolore nella mia testa. Non potei fare a meno che scapparmene via.
Ero solo. Avevo visto tutto. Passato. Presente. Futuro. Contemporaneamente. La nozione del tempo non aveva più senso. Non sarei più stato in grado di prevedere un bel nulla. Non avevo più un bel nulla con cui campare. Un conto è prevedere il futuro. Un altro è dire che il futuro non esiste. Sono dovuto arrivare a questa considerazione ben presto. Per salvarmi da una fama di pazzia. Forse dalla pazzia stessa. E, in fondo, cosa mi diceva che non avevamo vissuto un sogno? O che lo avevo vissuto io solo?
Tornato a Napoli, non avevo altri punti di riferimento che il Collegio degli Esposti in cui ero cresciuto. Mi recai lì immediatamente. Cercavo cibo, un letto e conforto.
A Don Oronzo era successo Don Bozzo.
Il ricordo del povero direttore, morto folgorato in piena piazza Plebiscito, in un giorno senza pioggia, riviveva ancora nelle antiche pareti dell'istituto.
Ma l'energico Bozzo l'aveva saputo ben sostituire.
Era un piccolo uomo, grassottello, dalla struttura compatta, come quella di uno stercoraro. Non aveva collo. I suoi piccoli occhietti erano furbi, ma sembravano sempre sul punto di abbandonarsi al sonno. Quando parlava, sbavava. Ma senza dar troppo nell'occhio.
Mi accolse con gentilezza. Si ricordava di me attraverso i racconti popolari. Si disse felice di fare la mia conoscenza. Mi offrì un rosolio ed io, non so perché, scoppiai a piangere e gli raccontai tutto. Del tutto. Dell'Aleph. Dell'Infinito.
Asciugò le mie lacrime. Mi prese per mano. Mi disse di seguirlo ed io, sconvolto dall'emozione, lo feci. Mi cingeva le spalle. Arrivammo in uno stanzino. Pensai, chissà perché?, che sarei divenuto vescovo di Napoli. Sarei stato bello parato e pittato come un vescovo. Lo stanzino era buio.
Guarda. - mi disse il prete-       
Mi fece entrare. Chiuse la porta e mi ci lasciò per un mese. Mi davano da mangiare una volta al giorno. Tutto insieme. E dovevo dormire su una panca su cui entravo a malapena.
Potevo scrivere. Immagino che le lettere le controllassero con cura. Ne inviai una a zio ad una a Jorge. L'unica mia premura fu di chiedergli se anche loro avevano vissuto quello che io avevo vissuto. Se avevamo visto l'Aleph.
Penso che Bozzo fu molto felice di leggere le loro risposte. Mi invitavano a non pensarci. Ad avere cura di me. Zio mi inviò del denaro, cosa che continuò a fare per anni. Nonché un malinconico ciuffo di capelli, che ancora conservo.
Un bel giorno mi fecero uscire.
Allora dove lo hai visto questo Aleph? - mi domandò Bozzo.
Non conosco l'ebraico. - risposi.
Mi lasciarono andare.

Grazie a zio potei permettermi di studiare. In pochi anni guadagnai le licenze medie e superiori e, a ventitré anni, mi laureai in medicina psichiatrica. Ero considerato uno studioso brillante e promettente. Partecipai ad un concorso a cattedra a Bombay. In India, a quei tempi, cercavano giovani intellettuali. Vinsi la cattedra. Ricordo quegli anni con ansia. Era tutto febbrile. Strinsi amicizia con  un mio coetaneo. Anche lui aveva vinto una cattedra, come storico delle religioni. Un rumeno. Si chiamava Eliade. In seguito è divenuto famoso per le sue estatiche farneticazioni. Lo vidi cadere nelle trappole della slatentizzazione all' improvviso, dopo quella maledetta riunione di santoni e buffoni indiani sul Gange. Nel frattempo qualcosa di simile capitava a zio. Non solo cadeva nel tunnel solipsistico della droga, ma spacciava, in libelli di pessima fattura, tutto ciò come fosse una manna terapeutica.
Borges, almeno, ebbe il buon senso di limitarsi a utilizzare la nostra allucinazione per scrivere raccontini.
In India non sei mai solo, come nella schizofrenia. Ci rimasi per dieci anni. Ero stufo di baba e zanzare. Dopo un po' tendono a venire a noia. La mia grande occasione si presentò un giorno in forma di comunicazione ufficiale. L'Università di Harvard, dopo alcuni miei studi immeritatamente  fortunati su Follia e razionalismo, mi invitava a prendere posto nel corpo insegnante della pregevole accademia americana.
Ad Harvard trovai la quiete, l'ordine. Il luogo adatto dove proseguire ed approfondire i miei studi. Tutto mi stimolava. Dagli studenti ai colleghi. Tra questi spiccò alla mia attenzione un tale dottor Leary, uno con la faccia da tennista. Almeno fino ad un certo punto della sua carriera lo presero per uno studioso serio, un po' troppo incline alla pacca sulle spalle, ma, tutto sommato, serio.
Non mi piacque fin dall'inizio.
Molti conoscono il modo in cui ha voluto degenerare se stesso come uomo, come studioso, come medico. Come ha degenerato la stessa arte medica, Harvard, i suoi colleghi. Me.
L'unica cosa che posso dire a sua discolpa è che non si rese conto di quello che faceva. Almeno all'inizio.
Cercai di convincerlo con tutte le forze di non andare in Messico. Sapevo benissimo cosa sarebbe successo.
La psilocibina ti ingannerà. Dammi retta!
Americano entusiasta e facilone, prese tutto come un'allegra vacanza. Lo seguii per cercare di controllare gli eventi. Ci fecero partecipare ad un rito sciamanico. Il cialtrone indio, che presiedeva al teatrino tirato su per noi sprovveduti turisti occidentali, andò in estasi e ci fece assumere i funghi sacri. Finsi di ingerirli. Timothy cominciò ad urlare, Why not?, why not?. Lo ripeté costantemente, rivolgendosi ad alberi, erbe, sassi, tramonti, per dieci giorni consecutivi.
In quel momento capii che era tutto finito. La quiete. L'ordine. Harvard. La medicina. Tutto.
Mi ritrovai in Argentina. Buenos Aires.

Casa di Argentinos era divenuta un'enorme, orrida residenza. Barocca e tronfia non meno del pezzo d'asino che la abitava.
Saranno state le otto di sera. Mi avvicinai, attratto dalle luci e dal suono di un ottone. All'interno una gran folla di uomini in sparato nero e donne ingioiellate si agitava in una qualche danza. Un signore, vestito in tunica, agitava una scopa, ridendo come una gallina, ci ballava tutto avvinghiato e innamorato e, poi, la passava in giro. Era Carlos Argentinos.
Sgattaiolai immediatamente, cercando di non farmi scorgere, in cantina.
Aprii la porta. Confesso di aver avuto il cuore in subbuglio. Una parte di me, ancora ossessionata, malata, sperava di trovare qualcosa. Quello che trovai, invece, fu il monumento della pazzia di un uomo. La cantina era divenuta una specie di tempio, tutto bianco, con le pareti coperte di specchi e, al centro, una statua che rappresentava, in una lasciva posa ellenistica, il pezzo d'asino.
Dell'Aleph nessuna traccia, come ovvio. Tornai subito in sala. Capitò che mi mettessi una mano in tasca. Avevo un pezzo di fungo, che mi ero involontariamente lasciato come ricordo della disavventura messicana. Lo spezzai e, senza farmi notare da nessuno, lo infilai in una brocca di Cognac locale poggiato su un buffet.
Uscii da quella casa. Era notte. Tutto il mondo mi sembrava un po' più solo.

Decisi di tornare a Napoli. Con forza ed ostinazione mi rinchiusi nei miei studi. Capii che la mia carriera doveva svolgersi in senso unicamente accademico. Avere la pretesa di curare mi sembrò una cosa ridicola.
Una vita tranquilla. Ordinata. Il caffè. Il giornale. Lo studio fino a tarda notte.
Vivevo in un piccolissimo appartamento in pieno centro. Sembrava una cella del Collegio degli Esposti. E tutto ciò mi sembrava avere senso.
Per tanti anni il mio unico svago furono le visite domenicali di Francesco Cossiga. Lunghi discorsi che sembravano non portare a nulla. Francesco era un uomo sensibile e colto. Ci ubriacavamo quasi sempre. Aristide, il povero autista, doveva ogni volta raccoglierci e metterci a letto.
Altri incontri, altre avventure, non mi sono occorse. Una vita piana. Quasi incredibile ai miei stessi occhi. Ho passato metà della mia vita a viaggiare. L'altra a scordarmi di questi viaggi.
Ho avuto il coraggio, la forza, la necessità urgente di riprendere la via del viaggio solo il giorno del 12 gennaio del 1983.
Avevo saputo, quasi per caso, leggendolo su un giornale, che Jorge avrebbe tenuto un convegno al College de France, a cui avrebbe partecipato anche Henri Michaux. Amici mi dissero che, dopo il convegno, avrebbero cenato insieme al Chez Roquille, vicino al Sacro Cuore.
Entrambi gli scrittori ormai avevano ottantaquattro anni. Avevo letto da qualche parte che Jorge era divenuto cieco e che zio soffriva di emicranie oftalmiche. Il minimo per chi abusa di sostanze psicotrope. A modo loro si erano fatti onore nel frivolo campo della letteratura.
Perché volevo rincontrarli?

Dove vi porto, zii? - gli chiesi, con una dolcezza che mi venne del tutto naturale, all'uscita del ristorante. Era strano stare lì con loro.   
Borges, alla mia proposta, sembrò fermarsi a pensare con profonda gravità.
Portaci dalle ballerine. - mi rispose.
Salimmo su un autobus. Era vuoto. Cominciò a piovere. Mi sentivo stringere il cuore. Forse era del tutto normale che, ritrovarmi lì, con loro, era come tornare bambino. Era come cadere nuovamente, un poco, nella mia ossessione. Ossessione passeggera.
Scendiamo qui! - bofonchiò Jorge.
Qui no, non ci sono ballerine! - rispose zio Enrico, ingurgitando l'ultima oliva dal piattino sottratto nel ristorante.
No, scendiamo qui, ti dico.
Allora non sei cieco?
Sì, ma il fiuto per la fica non mi ha ancora abbandonato.
Ma io sono parigino.
No! Sei belga... Tommaso accompagnami, non ci sto con i vecchi.
Jorge si alzò in piedi, barcollando un poco. Mi porse un braccio e mi indicò l'uscita. Lo afferrai stupefatto. Scendemmo alla prima fermata. Mi fermai per vedere se zio ci seguisse. Tutto dritto sul sedile, si voltò sdegnoso. Gli sportelli si richiusero. Ebbi un momento di disperazione. L'autobus ripartì ed ero già pronto a slanciarmi alla sua rincorsa quando questo si fermò. Vidi uscire l'autista. Sembrava un uomo distrutto.
E' vostro quello che si rotola per terra? - ci chiese.
Jorge impallidì, si divincolò dal mio braccio e cominciò a correre verso l'auto. Cadde in una pozzanghera.
Perché l'Aleph ci ha separato per così tanto tempo?
Smise di piovere. Ma non me ne accorsi subito. Dei cani ulularono in lontananza. Ebbi la netta sensazione di avere otto anni.
Comprai tre gelati e ci sedemmo lungo la Senna.
Ma ve lo ricordate quell'Argentinos? - gli domandai, all'improvviso, senza sapere bene perché.
Non l'ha neanche assaggiata la mia torta, quel raro pezzo di bue! - sbottò zio.
Era un raro pezzo d'asino. - corresse Jorge.
Sì, ma non l'ha mangiata lo stesso... C'erano tre uova, cognac, panna, crema alla catalana e pure i canditi. -
Sì. Ma io intendevo se vi ricordavate... La cantina! - dissi, quasi scattando in piedi.
Sono cinquant'anni che non prendo un battello. - sbuffò zio.
Non cominciare! Io voglio vedere le ballerine. - si adirò Borges.
Jorge sei cieco!
E tu pelato, Henry!
A proposito Tommaso, ma ce l'hai ancora tu il mio ciuffo? - mi chiese zio, con noncuranza.
Ed io scoppiai a piangere a dirotto.

Il vento mi sembrò freddo ed insieme caldissimo. Jorge mi offrì il suo cappotto. Forse tremavo? Zio aveva due occhi da furetto. Capii a cosa mirava quando gli vidi sfilare il cappello ad un giovane ufficiale che gli passò accanto sulla plancia.
O capitano! Mio Capitano! - cominciò ad urlare, correndo tra i sedili del battello. Borges batteva le mani, come se tenesse il tempo. Mi sembrava, mi sembrava come quei tamburi in Messico. Mi sentivo, mio dio come mi sentivo!
Zii, buoni un attimo! - urlai, saltando su un sedile. Forse ringhiavo. Sicuramente avevo le pupille dilatate.
Zii, zii, perché non torniamo a Buenos Aires? Diamo un sacco di botte a Carlos Argentinos e ci riprendiamo l'Aleph. Tutti, lo devono vedere tutti. Tutti. Lo devono vedere tutti. Sono sicuro che in tre lo vedremo. Noi tre possiamo salvare il mondo. Lo prendiamo, lo mettiamo, non so, su una carrozza, o su un bus, come Tim, un amico mio, lo mettiamo, cazzo Mircea, sono stato un cretino, lo mettiamo dove vi pare e lo facciamo vedere a tutti. Si salva il mondo, noi...
Vidi Borges muoversi con infinita indeterminatezza. Il suo dito. Il suo dito divenne lungo. Lungo. Lunghissimo. Sempre più lungo. Fino a sfiorarmi il volto.
L'Aleph è come il dito che indica la luna. Non confondere il dito con la luna, Tommasino. - disse zio Enrico, parlandomi dall'altro mondo.
Il dito di Jorge mi si conficcò in un occhio ed io caddi indietro.

Il battello si allontanò verso la luna. Sprofondai nella Senna. I pesci a denti di sega cominciarono a nuotarmi attorno. Ridevano. Poi non ricordo più nulla.

P.S.

Non voglio tediarvi ancora, ma approfitto di questo spazio per salutare la scomparsa di una cara amica ed inestimabile maestra: Maria Sabina.
Specificherò in altra sede il motivo e l'occasione di questa amicizia e discepolanza e dirò solo, di passaggio, che dopo quanto narrato qui sopra, fui costretto, per sfuggire alle poco cortesi angherie del mio ex compagno di bevute, Francesco Cossiga, a riparare in Amazzonia, dove conobbi la grande curandera.
Approfitto altresì per dedicare questo mio breve scritto a mia moglie e ai miei sei figli Enrico, Mirchetta, Timoteo, Giorgio Luigi, Isidoro e Beatrice.

 

Massimiliano Di Mino, Pier Paolo Di Mino, Marco Saura

Illustrazione: L'aleph di Veronica Leffe copertina del libro ' La conoscenza attraverso l'abisso' di Henri Michaux, La Scimmia 2009