Occidente #7 GARIBALDI- M. & P. P. Di Mino, M. Saura

Storia di un declino implacabile in dieci mosse

GARIBALDI

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[settima mossa]

 

 

Il Generale si alzò dal suo lettino, con lentezza, con infinita stanchezza, e si diresse verso la finestra. L’aprì. C’era un gran sole. Per essere gennaio faceva terribilmente caldo. Forse si sarebbe fatto un caffé. Forse si sarebbe lavato. Più facilmente si sarebbe fatto un caffè. Sospirò e fu mentre sospirava che sentì un urlo terribile provenire dal cortile. Sicuramente quell’imbecille del Maggiore Leggero ne aveva combinata un’altra delle sue. Il Generale maledisse se stesso e tutta la sua vita.

- Porc… - urlò, non trattenendosi.

- Porc! - gli fecero eco dei giovani, fieramente ritti sotto la finestra, salutandolo con la mano tesa.

- Ma andate a quel paese! - urlò il generale, e sbatté le imposte con forza e rumore sufficiente a velare l’urlo dei giovani, che ripeteva l’invito ad andare a quel paese.

 

Il Generale Giuseppe Garibaldi, Eroe dei due Mondi, di tutto quello che gli andava capitando non poteva far altro che maledire se stesso. La sua vita, alla fin fine, si era rivelata una condanna a ripetere sempre gli stessi errori. Magari ad accrescerli. La sua vita era la sua prigione. E, ormai, non gli rimaneva che aspettare la morte. Su questa isola schifosa e calda. Come ben gli stava. Garibaldi entrò nel tinello. Un buon caffé gli sarebbe stato di conforto. Fu investito dalla luce del sole. Poi, sotto la luce, che sfarfallava con vigore, vide il Maggiore Leggero a terra, che rotolava, piangendo.

- Ma che fai a terra? - si indignò Garibaldi.

L’ufficiale, a quel rimbrotto, levò il capo e, vedendosi in tale posizione umiliante davanti al suo generale, arrossì, ammutolì. Spaurì. Quindi proruppe in un pianto ancora più forte.

- Dai non fare così! – cercò di consolarlo Garibaldi.

- Generale… Generale…

L’uomo era pazzo. E Garibaldi lo teneva con sé solo perché non riusciva più a ribellarsi agli eventi. Un giorno, come tutti gli altri suoi ospiti, gli si era presentato davanti casa, urlando e sbraitando, e gli aveva ostentato tutte le sue ferite, ovvero una mappa di cicatrici in faccia, un braccio in meno ed una mano con solo tre dita superstiti. Temendo che lo stesse incolpando di quello sfacelo acconsentì a parlargli e il folle, che disse di chiamarsi Maggiore Leggero, nome che gli ricordava qualcosa, si mise a scusarsi per non aver potuto, date le sue condizioni, partecipare all’impresa dei Mille.

L’impresa dei Mille!

Ogni volta che il Generale ci ripensava gli prendeva un male. Uno decide di prendersi una salutare scampagnata militare, due navi, qualche fucile e via. Invece gli inglesi appresso, gli italiani appresso, poi gli si era messo appresso un gruppetto di facinorosi letterati, uno scansafatiche tipo quell’Ippolito Nievo, e quel puttaniere di Dumas, maledizione a lui e allo scolo, e quando si ritrova in Sicilia, Bixio si mette a fare il pazzo, della gente lo costringe a diventare massone, tutti urlano, tutti sparano e lui si è ritrovato a vincere senza capirci niente. Poi lo rispediscono a Caprera, questa isola di merda. Senza capirci niente.

- Insomma,  smettila di piangere! – urlò al Maggiore Leggero, che ora aveva preso a leccargli con cura il polso.

Normalmente leccare il polso, lo calmava molto al Maggiore, quindi Garibaldi decise di lasciarlo fare. Anche il giorno in cui era venuto a scusarsi per non essere stato dei Mille, maledetta spedizione!, poi gli aveva leccato il braccio e si era calmato. Per questo, sembrandogli calmo, lo aveva invitato a rimanere, chiunque fosse.

- Volevo farle solo il caffé. – disse l’ufficiale, addormentandosi sulle ginocchia di Garibaldi, che dovette far molta attenzione per riuscire a liberarsi di quel peso, e usare molta cautela per prendere dalla madia un po’ di caffè, metterlo nel fazzoletto, riscaldare l’acqua e, infine, bersi il buon decotto. Che non lo fece sentir meglio. Purtroppo Aveva una giornata pesantissima. Molto più del solito. Bakunin, qualche tempo addietro, era venuto a trovarlo. Una breve visita, aveva detto. Ed erano mesi che non se ne andava, Anzi aveva fatto venire anche sua moglie. Prima. E, in seguito, il fratello di questa. Poi un cugino. E, via via, il padre, la madre e degli zii. I russi mangiano e bevono come bestie. E fanno un gran casino. A parte quel giovane Cafiero, discepolo del russo. Un ragazzino gracile, ma già con una gran barba. Molto noioso. Un vero prete. Difatti aveva subito legato con il suo Gusmaroli, bravo uomo, fedele, affezionato, ma che, con il tempo, si stava rivelando la maggiore fonte delle sue disgrazie. La verità era che Gusmaroli, dentro di sé, non riusciva a scordarsi di essere un prete e, nel momento stesso in cui aveva rinunciato alla tonaca e abiurato la sua vecchia religione, aveva sentito il bisogno di crearsene una nuova, e aveva convinto sciaguratamente non si sa quanta gente che il generale era la reincarnazione del Cristo, e tutti lo veneravano come un santo.

Qualsiasi cosa facesse.

Un giorno, per esempio, Garibaldi si era svegliato con i nervi tesissimi. Aveva bisogno di sfogarsi e ne ebbe subito l’occasione quando, appena uscito di casa, vide un giovane che bighellonava in mezzo ai suoi compagni, sporchi, nudi e avvinazzati sull’erba.

Il giovane sembrava malcerto sulle gambe e così rammollito dall’alcool da barcollare davanti ad un alberello, al quale era avvinto per i capelli e non riusciva a districarsene. Nessuno lo vedeva. Il giovane era inerme. Il generale gli piombò addosso e lo riempì di botte. Poi, pieno di vergogna, fuggì e si rintanò su una scarpata, immergendosi nei proprio malinconici pensieri. Malinconici pensieri dal quale si riebbe quando, verso il mezzogiorno, sentì dei giovani che passeggiavano sotto la scarpata e parlavano fittamente.

- Dicono che oggi il generale abbia punito Scannamozzo per aver offeso fratello albero… - diceva uno.

- E poi è corso a salutare fratello sole - aggiunse l’altro.

Così, ora, in questa isola orrenda, accorrevano i fannulloni di mezzo mondo per assistere alla prodezze di Garibaldi che parlava con le bestie, curava i mali, resuscitava i morti e leggeva i fondi del caffé. Come se non bastasse qualcuno, forse Gusmaroli stesso, in uno dei suoi eccessi, aveva deciso che sull’isola non esisteva più la proprietà privata e che i beni del Generale erano i beni di tutti ed ora gli toccava sfamare questa banda di merde. Del resto il generale non era nuovo a queste esperienze. La sua vita: eterno ritorno di nefandezze!  Avrebbe preso a morsi in petto un muflone, per la rabbia.

- N’n ce pénsare Pipino! – urlò Bakunin, comparendogli all’improvviso, in mezzo al corridoio e ai suoi amari pensieri.

- Come? – chiese gentilmente il Generale.

- Ogghi pàrlimo noi due! – gli disse Bakunin. - Vado cambiarmi.

Vado a cambiarmi, significava che andava al bagno. Il Generale, i primi tempi, si era molto stupito di questa usanza, forse russa, di cambiarsi d’abito ogni volta che si deve mingere o defecare. Meglio di cacarsi ostentatamente addosso come facevano i suoi, ma eccessivo. Decisamente eccessivo. A parte questo di Bakunin, non sopportava che lo chiamasse Pipino. Per dio, altro che Pipino! Lo poteva ben testimoniare Anita, sfiancata in quei di Ravenna. O la signorina Emma. Gran donna la signorina Emma! Aveva anche sperato di risposarsi con ella, e la fanciulla, lusingata, aveva fatto tosto venire sull’isola un gran numero di camerieri, uomini e donne delle pulizie e stallieri.

- Ma non abbiamo abbastanza stanze per contenere tutta questa gente! - aveva cercato di opporsi Garibaldi.

- Faremo costruire una villa!

- Ma a che ci serve, io sono sempre in viaggio, per così dire… - aveva cercato di scherzare.

- Bè, significa che cambi lavoro… Il rivoluzionario è desueto! – rispose lei, seria, serissima.

- Ma…

- Niente ma! E prendi lezioni di pianoforte.

Quella fu l’ultima volta che Garibaldi riuscì a trovare il coraggio. Colpì la donna con un grosso bastone, la fece incartare e portare via con tutti i suoi maggiordomi. Ma, poi, a causa di questa delusione, sprofondò in un dolore e un’apatia da cui ancora non si riprendeva. Comunque, col cavolo che aveva il pipino! Almeno quello! La sua vita era stata tutta una delusione. Un fallimento appresso all’altro. Ma il vecchio amico, no! La sua vita! L’ardore e lo slancio con cui giovanissimo si era dato ad essa, cercando di inverarne il bene e il bello, l’ideale.

- Giuseppe, tu hai la faccia del pazzo, e non è buono per un marinaio! - gli diceva sempre il padre.

E, forse, suo padre aveva ragione. La pazzia gliela accendeva in viso l’ideale, e ben altro destino questa faccia si meritava, che non quello di un marinaio mercantile.

- A ben altro destino siamo chiamati! - gli disse un giorno Mazzini, tanti anni prima.

Si preparavano attentati, sommosse, rivoluzioni. Giuseppe decise di essere in prima linea, guidato da Mazzini, che aveva deciso di essere in seconda, tra le braccia di una contessa inglese per la quale suonava la chitarra e che, per rimorchiarsi, intortava con dei deliri sull’uomo che conquista l’Italia, poi l’Europa, il Mondo e, poi, grazie ai superpoteri, parla con gli angeli, che sono abitanti degli altri pianeti. Risultato, Mazzini trombava come un’animale, Garibaldi, e chi come lui, veniva condannato a morte. Fu proprio per sfuggire alla morte che Giuseppe riparò in Brasile. Conobbe Anita. Era già sposata. Bella donna. Sessualmente vorace. Ebbero una figlia, che morì prematura. Due figli, che, per rancore contro tutto e tutti, chiamò Ricciotti e Menotti. Infine Teresa. Ma la donna non ne aveva mai abbastanza. Sesso! Sesso! Sesso!

E, così, Garibaldi ebbe la pensata, per distrarla, di tornare a fare il rivoluzionario. Prima contro l’Impero Brasiliano. Fallimento. Poi, trovata una brigata di paesani italiani che non erano riuscisti a fare fortuna, decide, per la democrazia, di invadere l’Uruguay e toglierlo alla dittatura argentina. Fallimento totale. Ricercato in tutto il continente, pieno di debiti e di disperazione, a quel punto, avendo sentito che in Italia la causa rivoluzionaria prendeva una piega più facile, decise di rimpatriare, e fu qui che ricominciò la sarabanda di sfighe e fallimenti. Mille volte aveva provato a fregarsene come faceva Mazzini e tutti gli altri. Ma, nel profondo, non ci riusciva. Non era né così vile, né così esaltato. Non riusciva ad agire per un personale tornaconto, né a cadere in preda ai deliri religiosi e massonici da cui tutti sembravano ammorbati. Così non gli era rimasta che Caprera, dove avrebbe aspettato la morte.

- Lei deve àgire! - gli disse, quel giorno, Bakunin, a tavola, dopo aver tracannato il tracannabile.

Tutti annuirono, specie il Vecchi, il grande difensore della Repubblica Romana, il vecchio trombone, da qualche giorno ospite anch’egli dell’isola.

- E che dovrei fare? Sembra che tutti siano stanchi di combattere!

- Non in America! - insinuò, con un sorriso cretino, Vecchi.

- Ovvero? - si informò il Generale.

- I Confederati scendono in armi contro i Suddisti schiavisti, per una nuova America, libera, di cittadini uguali e sovrani!

Garibaldi annuì. Dapprima superficialmente. Ma, poi, più il Vecchi si sbrodolava addosso, accumulando parole su parole a favore della questione Americana, più il generale si infervorava dentro di sé e, momento dopo momento, si andava immaginando eroe di una nuova situazione, ma questa volta tutt’affatto diversa. Una situazione in cui non c’era neanche un italiano, ma solo oriundi inglesi efficienti e rigorosi. Una situazione senza massoni, invasati religiosi, voltagabbana, parolieri, pazzi, suicidi, omicidi, traditori, ma solo pudici, casti, freddi inglesi. Una situazione piena di gloria e fasto. Si vide anche capo di questa nazione. Eroe immorituro. Finalmente felice.

Ma l’America è lontana.

- Sarebbe bello! - sospirò.

Vecchi sorrise, Bakunin ruttò. Andarono tutti a dormire. Il Generale ebbe sogni agitati.

 

Vecchi partì il giorno dopo, con grossi baci e abbracci. Bakunin lo seguì qualche settimana appresso. In mancanza di meglio aveva deciso di passare all’azione lui stesso.

- Brucchio qualche chiesa, per cominciare. Poi si vede - aveva annunziato al Generale.

Il suo italiano era molto migliorato. Il generale cominciò a sentirsi un po’ solo. Gusmaroli aveva messo in giro la voce che Garibaldi sapeva volare ed un gruppo di facinorosi spirituali aveva provato a precipitarlo da una rupe.  Il Maggiore Leggero, incoraggiato da quel clima, giurava di aver visto il Generale piangere sangue e, con raro rigore ascetico, decise di fare rinuncia ulteriore di se stesso, tagliandosi le tre dita superstiti. Garibaldi si sentiva sempre più disperato ed unico scampo a questa disperazione era il pensiero dell’America, che gli era rimasta impigliata in mente. Lui l’America la conosceva bene. Vi era stato nel ’49, dopo il fallimento della Repubblica Romana. Vi aveva conosciuto Meucci. Era stato suo operaio e con il grande scienziato aveva coltivato il sogno di fondare una comunità in campagna. Lui nella vita faceva sempre gli stessi errori! Una comune in campagna come quella che ora, qui a Caprera, marciva sotto il suo sguardo esterrefatto. Orribile la prima, come tremenda questa.  Vi era scappato con una nave da lui costruita, la Ugo Bassi, in memoria dell’unico prete con le palle che avesse mai conosciuto, un vero eroe, uomo dolcissimo e grande amico. Ugo aveva preso le armi e combattuto per il popolo accanto al popolo. Un eroe. Malgrado fosse italiano. Ecco dove era stato lo sbaglio! Solo ora se ne avvedeva. Gli italiani! La sua vita era costellata di italiani. Perfino lui era italiano! Ma in America, senza italiani, sarebbe stato diverso. Se tutto quello che aveva fatto, l’avesse fatto senza italiani nei paraggi, sarebbe stato diverso. Se ora fosse potuto andare a combattere in America, senza compaesani fra le scatole, allora, allora, allora…

Il Generale passava le giornate in questi pensieri smaniosi, ed un giorno gli piombò addosso una grande notizia.

 

Come tutte le grandi notizie la seppe in maniera piuttosto indiretta. Leggendola su un giornale. In un articolo in cui si diceva che Garibaldi partiva per combattere in America. Seguirono un gran numero di lettere di maledetti italiani spaghetti e mandolino che lo pregavano di rimanere. Infine sull’isola sbarcò Vecchi. Si portava appresso un ambasciatore americano, incaricato da Lincoln in persona di chiedere i favori del grande eroe.

- Ci devo pensare! - disse il Generale, per darsi importanza.

Non lo aveva mai fatto in vita sua. Quando c’era da menare non si era mai tirato indietro, fosse anche per difendere il diritto dei cani a pisciare in piedi. Ma, arrivato alla sua età, aveva voglia di tirarsela un po’. Di far rosicare qualcuno. Così, per prima cosa, si affrettò a scrivere a re Vittorio Emanuele II per chiedergli, con falso ossequio, il permesso di abbandonare la causa italiana a favore di quella statunitense.

- Fa’ come ti pare! - gli rispose in lettera, qualche giorno dopo, usando tutte le astuzie del suo cattivo italiano, il monarca sabaudo.

Così a Garibaldi, che cercava di togliersi il gusto di far ingelosire qualcuno, foss’anche un re mezzo italiano, gli toccò di inverdire per la rabbia. Corse dall’ambasciatore e gli disse che senza meno accettava, e che ben presto gli avrebbe fatto pervenire le sue condizioni. Si voleva ritirare a pensare. L’ambasciatore, scortato da Vecchi, fu fatto imbarcare.

Garibaldi rimase nuovamente solo.

Qualcosa lo agitava. Stava per ottenere quello che voleva. Quello che, forse, sola ed unica occasione della sua vita, poteva renderlo felice. Eppure, qualcosa lo disturbava. Si sentiva smanioso. Quasi pazzo. Forse le troppe delusioni. E se proprio adesso avesse fallito? Era crocifisso dai dubbi. Per la prima volta in vita sua. Si diresse verso la solita scarpata. Cacciò dei giovani che giocavano a rincorrersi nudi e si mise a pensare. Certo! Aveva fatto bene ad accettare! Certo! Non avrebbe fallito! Ma, in fondo, a fallire non era mai stato lui! Non lui come militare! Ma come politico, ecco, come politico aveva sempre fatto schifo! Vinte le battaglie, aveva sempre perso le guerre. Non sapeva parlare. Si infervorava troppo. Era troppo diretto e sincero. C’era sempre qualche tranello a insidiare la sua perfetta riuscita. No! Questa volta non poteva andare così. Doveva anche pensare al suo tornaconto. Per una volta! Doveva mettere subito in chiaro quello che voleva. Voleva la libertà dei negri ed essere ufficialmente dichiarato autore di questa libertà! Ecco, questa era una delle sue condizioni… Non doveva farsi fregare un’altra volta. Finora si era sempre comportato come quelle bestie feroci che l’uomo non osa attaccare se non che con mezzi astuti e meschini. Come un leone o quel ragno schifoso grosso, dall’aria velenosa. Indicò, così pensando, in effetti un grosso ragno e il ragno, a modo suo, fermandosi un attimo, sembrò indicare Garibaldi. Poi gli saltò addosso e lo morse.  Il generale urlò.

 

C’era in Sardegna un ragno, ora sterminato, che era chiamato Argias. Un animaletto velenoso che dava uno stato di torpore lisergico e a cui erano devoti tutti i partecipanti di una sorta di festa orgiastica e sciamanica sul tipo della tarantata. Il suo morso dava prima spasmi, poi visioni. Per questo il Generale, appena ebbe finito di contorcersi contro un masso, si ritrovò alle prese con una visione stranissima. Infatti una strana creatura, si sarebbe detta una donna, gli stava sopra, come incombente. E sorrideva.

- Bene, bene Generale, mi fa il bambino!

La donna, paffutella e occhialuta, parlava con indefinibile accento straniero ed emanava come una forza insondabile. Ma non c’era da preoccuparsi, si disse il Generale, in fondo era solo una visione dovuta al veleno del ragno.

- Su, si alzi! - gli ordinò la donna. - Ho saputo che vuole andare in America.

- E non dovrei? – gli venne da ridere al Generale.

- Direi di no! Mi stia a sentire.

Il Generale, divertito dalla sua visione, decise di stare ad ascoltarla. Anzi, per dare un tono di divertita serietà alla cosa, si informò sulle generalità del suo incubo e, con suo sommo divertimento, si sentì anche rispondere appropriatamente.

- Madame Helena Petrova Blavatsky…

- Amica di Bakunin?

- Questo non interessa. La donna aveva un bel cipiglio. Bella donna. Energica. Formosa. Garibaldi le sorrise. Si poggiò su un gomito in posizione plastica.

- Allora cosa interessa, bambina?

- Che tu non vada in America. Lo capisci che non ti porterebbe a nulla? Ti sei mai chiesto il perché dei tuoi fallimenti?

Garibaldi arrossì. Nessuno gli aveva parlato in maniera tanto diretta dei suoi tormenti. Dei suoi più intimi dolori. Se lo sentì piccolo.

- Non sei mai stato radicale! – tuonò la donna.

Era decisamente bella.

- Non hai mai visto la cosa dal punto di vista fondamentale. Questo mondo è in mano al male e tu, pur avendolo davanti agli occhi, non hai saputo riconoscerlo.

Garibaldi non poté fare a meno di pensare al proprio peppino ed arrossì tantissimo. Del resto quella donna era troppo bella.

- Il Papa! Dobbiamo uccidere il Papa e liberare questo mondo. Capito?

Garibaldi annuì.

- E adesso baciami!

Era la prima volta in vita sua che Garibaldi aveva una visione, e dovette constatare che le visioni baciano benissimo.

 

Roma o Morte! Più morte che Roma.

Garibaldi, per amore, dunque, rinunciò al suo sogno americano. Le condizioni che pose a Lincoln, in pratica, erano di diventare lui presidente degli Stati Uniti.

Libero da questo impegno, in compagnia dalla sua visione, arrivò fino a Roma, dove prese tante di quelle bastonate che gli bastarono per il resto della vita. Combatté con onore.  La Blavatsky anche. Non male per una visione, secondo il Generale. Non male per una vecchia culona somigliante ad un molosso napoletano, secondo i suoi soldati. Ma la guerra finì. Finì l’ardore, la trepidanza e la speranza tutta. E sparì anche la Blavatsky, secondo i suoi biografi, per andare in America dove sarebbe diventata la più grande esoterista dell’Ottocento, secondo i soldati, fuggendo con un giovane ufficiale dopo avergli mostrato e agitato un pendolo davanti agli occhi. Secondo il Generale perché così fanno le visioni. Ma, di questo non si spaurì troppo. Le visioni, in fondo, vanno e vengono. E come se ne era andata, magari sarebbe tornata. Lui andò ad aspettarla a Caprera. Aspettare! Aspettare che tornasse era diventato una dei maggiori motivi della sua esistenza. Infatti, per il resto, la situazione, sull’isola, era degenerata. Gusmaroli aveva deciso che, secondo gli insegnamenti che giurava di aver sentito impartire da Garibaldi, la natura andava reputata malvagia e che nessuno doveva più accoppiarsi. In più tutti dovevano dedicarsi alla ginnastica indiana e brucare l’erba della terra. L’unica deroga a questa regola era stata data al Maggiore Leggero, debole a causa delle sue mutilazioni. A costui era stato, infatti, concesso di mangiare anche i funghi che, essendone poco esperto, alla fin fine si rivelarono per lui nefasti. Uno, velenoso come pochi, lo uccise.

 

Passavano i giorni.

La Blavatsky non tornava. Qualche volta Garibaldi aveva paura che l’effetto del morso dell’Argias fosse scemato del tutto. Ma alle brutte si sarebbe fatto mordere di nuovo. Andava in giro a cercare il ragno di merda, piu piu piu piu, come fosse un pulcino smarrito. E giù a pecoroni, il vecchio Generale. Ma l’Argias niente. Sparito. Questo era un fallimento con i fiocchi! Il Generale, del resto, non era uno che mollava facilmente. Del resto, si diceva, l’isola sta per sprofondare, io per morire, l’Italia per bruciare, il mondo per esplodere, l’universo per implodere e Dio per pentirsi del disastro perpetrato nel momento stesso della creazione. Cercare l’Argias e, attraverso questo, l’amore, era un modo come un altro per ingannare il tempo. Così passava le giornate in cima al dirupo, sotto il sole, ad invocare la sua bestia da visione. Un giorno un gruppo di giovani si uccise in massa, nella convinzione di farlo per maggiore gloria di colui che li aveva liberati dalla schiavitù del corpo: Garibaldi.

L’isola era sempre più un casino. Nessuno la coltivava. Era stato abolito l’allevamento. Cresceva alta l’erba. Le pecore impazzavano. In particolare una, tutti i giorni, andava ad insidiare il Generale. Chissà perché? Perché quella pecora lo guardava così? Ci voleva tanto a capirlo? Le visioni, non meno di tutto questo mondo che ci circonda, sono mutevoli. Sono belle, generose e mutevoli. Garibaldi guardava sempre la pecora. Era giovane, delicata, molto soffice. Forse era la Blavatsky. Forse, no. Il Generale si smarriva. Gusmaroli andava ripetendo che il mondo sarebbe finito. Tutti piangevano, spesso. Poi, un giorno, il Generale si fece coraggio. Prese sotto un braccio l’ovino. Lo sollevò. Lo portò verso la spiaggia.

Sarebbe stato bello fuggire con lei. Sarebbe stato bello che, magari sotto acqua, la pecora divenisse la sua bella Helena, o, magari, Anita, o anche una donna nuova, più bella di qualsiasi altra, più profumata e soda. E sarebbe stato bello che anche lui si trasformasse e che, in questa sua mutazione, divenisse un uomo diverso, pulito di tutte le proprie angustie, libero dai propri fallimenti. Libero perfino da questo sogno della pecora, di Helena, della sua gloria, delle sue imprese. La pecora belò contro il mare. Come svegliandosi, il Generale la guardò. Si sentì soffiare addosso. Una grossa pecora, nera e sporca, lo guardava. Come lo implorasse.

Garibaldi sorrise al bestione. Forse era la madre della sua tenera pecora. La pecorella che era stata per un po’ Melena. Che era stata per un po’ il frutto del morso di un ragno. Che era stata per un po’ il frutto di tutto il delirio di tutta la propria vita.

Il Generale si chinò a terra e liberò la pecorella.

Madre e figlia se ne andarono via insieme. Poi sparirono dietro una roccia.

 

Massimiliano Di Mino, Pier Paolo Di Mino, Marco Saura