Occidente #6 ISAAC NEWTON - M. & P. P. Di Mino, M. Saura

Storia di un declino implacabile in dieci mosse

ISAAC NEWTON

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[sesta mossa]

Con il diavolo non si può venire a patti. Non subisce inganni. Lui è l’ingannatore. Non gli si sfugge. Non c’è scampo.

- È così – bofonchiò, scorato, Isaac, raccogliendo da terra un lume. Si diresse verso l’uscita del laboratorio. Fuori sembrava voler piovere.

 

La domenica pioveva spesso.

Il signor Barnabas, che voleva essere chiamato zio, tutte le domeniche, dopo la messa, lo prendeva in disparte per spiegargli cosa succede alle persone cattive. Questo, secondo Isaac, era uno degli aspetti più sgradevoli delle sue visite alla mamma.

In linea generale, era una giornata bruttissima, la domenica.

La nonna lo svegliava prestissimo e lo infagottava, anche d’estate, come se dovesse partire per il polo, lo assillava di non farla stare in pena e tutte queste cose. Poi ci si metteva anche il nonno che tutte le volte gli attaccava un lungo discorso su come comportarsi e non comportarsi con il vicario Barnabas Smith.

- Che Dio lo maledica! – aggiungeva, ed allora Isaac poteva partire.

Comunque, dopo la messa, il signor Barnabas, zio, lo prendeva e lo portava in sacrestia.

- Figliolo! – gli diceva in tono solenne. – Tua madre è molto preoccupata per te. A scuola vai male, sei pallido, tisico e quando mangi sbricioli e sbavi. Si è convinta che io possa fare qualcosa per te. Tu che ne dici?

La domanda era puramente retorica, ed Isaac aveva imparato a non rispondergli per abbreviare il rituale.

- Te la metto in maniera tale che perfino tu ci puoi arrivare. Chi si comporta bene va in paradiso, per gli altri c’è il diavolo. Hai capito?… ed ora calati le braghe.

Isaac ubbidiva e il buon pastore si levava la cinta. Di solito non ci metteva più di dieci minuti. Una sola volta gli era preso un qualcosa tipo una furia, e non la smetteva più, urlava, e la cinta si ruppe e Isaac svenne.

Quando la mamma li vide arrivare a casa, tutt’e due con la faccia stravolta, ed Isaac che zoppicava, si mise quasi a piangere e volle fargli pure i massaggini, ma tantissimi.

Ma questo fu solo un episodio.

Per lo più la mamma, per fortuna, non gli faceva i massaggini. O non se lo filava o, al massimo, si limitava a dargli i baci sulla bocca e i pizzicotti sulle braccia.

- Guarda come sei magro! – sospirava.

Questo significava che il pranzo era pronto. Arrivavano anche i fratellastri e si mangiava tutti come i porci. Tutti tranne Isaac. Un po’ perché non aveva fame. Un po’ perché si vergognava di sbavare e sbriciolare.

- Hai inventato un altro orologio? – gli domandava, per esempio, la sorellastra piccola, che si chiamava Hanna, come la mamma.

In verità ad Isaac di inventare orologi o cose del genere non gliene importava niente. La sua fissazione era di riuscire ad arrivare sul sole.

Si era fatto questa idea, sia da come ne parlava la gente, sia da certi fatti evidenti, che il sole doveva essere un gran bel posto.

Inoltre, se uno può spostarsi da Londra metti anche fino a Dublino, e nota bene che c’è di mezzo il mare, cosa ci impedisce di arrivare al sole?

Così, un giorno, si era detto che sarebbe bastato costruire una nave da cielo o, in alternativa, usare i raggi solari che scendono in terra, come funi per salire.

Insomma lui cercava di costruire navi, o apparecchi per acchiappare i raggi, ma, per sfortuna, gli riuscivano sempre e solo orologi, cannocchiali e giocattolini di sua fantasia come il Nano Puzzolente, un bambolotto di ferro con dentro un bollitore e il fumo che gli usciva da dietro, ma che aveva il brutto inconveniente di andare sempre a fuoco.

- Lascialo stare! – diceva ad Hanna uno degli altri due fratellastri. – Isaac è scemo.

 

Isaac alzò gli occhi al cielo. Si sentì infinitamente più vecchio dei suoi quarantanove anni.

Un fitta schiera di nuvole faceva scudo al sole, ed il cielo stesso sembrava voler precipitare a terra con tutta la sua rabbia. Non la rabbia del cielo. Quella di Isaac.

E, con la rabbia, il dolore, la disperazione, la sfacciata certezza che tutto, in un attimo, per il capriccio degli eventi, tutto era andato distrutto.

Tutto il senso di una vita.

Isaac chiuse la porta del laboratorio. Era andato a fuoco tutto. Tutti i suoi strumenti. Tutti i suoi scritti più importanti. Quelli fondamentali. Avrebbe dovuto rifare tutto da capo. Tutto. Se ne avesse trovato la forza.

Un intero laboratorio andato in fumo. Con il tempo si sarebbe trovato il motivo, la causa efficiente di questo disastro. Una giustificazione. Ma non c’era. Non lì dove la si sarebbe cercata. E poi lui lo sapeva. Lo sapeva che il suo lavoro questa volta era arrivato al culmine e che a colpirlo, prima negli affetti, ora nel lavoro, nelle due sole cose importanti di un uomo, erano forze opposte e invisibili.

Forze indicibili che, dopo averlo tormentato per tanti anni, ora, finivano per trionfare.

 

Zio Barnabas, invecchiando, prese ad avere sempre di più questa fissazione per il diavolo. Solo, ad un certo punto, cioè quando Isaac divenne un giovanotto, gli diventò più difficile argomentare questo suo odio e questa sua paura per il demonio con la frusta in mano.

Del resto, in capo a breve tempo, morì e la mamma divenne un’altra volta vedova.

Lì per lì Isaac fu contento di vedere come la mamma prese a volergli molto più bene di prima. Con il tempo, no. Specie quando voleva fargli i grattini in pubblico, o davanti al dottor Clark, il farmacista presso cui era impiegato.

Il dottor Clark rideva sempre a quelle scene.

Il dottor Clark rideva sempre, in genere, specie dopo che si chiudeva a chiave nel laboratorio e Isaac lo sentiva trafficare con delle provette. Poi, silenzio. Quindi il dottore usciva con aria ebete e sorniona. E scoppiava a ridere.

Ognuno è fatto a modo suo.

Per esempio il dottor Clark amava tantissimo il suo lavoro e voleva anche convincere Isaac ad amarlo.

Ma niente. L’idea di fare il farmacista a Isaac faceva schifo. Sempre meglio di amministrare i beni di casa, come gli aveva chiesto la mamma, ben intesi.

Ma non era quello lo scopo della sua vita.

Ben altri fini. Molto più alti. Per questo si era messo a studiare di brutto e stava cercando di farsi ammettere all’università. E studiava. Studiava appena il lavoro in laboratorio glielo permetteva. Studiava come un pazzo.

E, alla fine, ce la fece.

Si presentò all’esame di ammissione e lo vinse. Tornò a casa gongolante. Abbracciò la madre. Ma quella alzò le spalle.

- E l’amministrazione di casa? – gli chiese con odio.

Isaac si accorse di aver voglia di piangere.

- Ma mamma!

- Isaac, io non sborserò un soldo per mantenerti agli studi!

E questa fu la sua ultima parola. Punto e basta. Punto e basta sul fatto che entrava all’università come minor fellow, ovvero come una specie di inserviente di altri studenti. Una bella umiliazione. Bella davvero.

Ma gliela avrebbe fatta vedere lui. Lui a quell’imbecille di John Winckins, il major fellow che doveva servire come uno schiavo, con le sue arie da pavone e la sua demenza ridondante. Gliela avrebbe fatta vedere alla madre. A suo padre morto prima che lui fosse nato. Ai vecchi nonni che lo avevano allevato con un amore vecchio in casa da vecchi. A Clark e alla sua farmacia. A zio Barnabas, alle sue frustate, al suo maledetto diavolo.

Gliela avrebbe fatta vedere, soprattutto, a quel maledetto diavolo!

 

Se almeno si fosse messo a piovere forse si sarebbe sbollentito un po’. Isaac si voltò a guardare di lontano il suo laboratorio.

Provò, per un attimo, a considerare le cose con serenità. In fondo un laboratorio si ricostruisce. E i suoi studi, quelli veri, li aveva in testa.

E, allora, perché doveva essere così infelice? Era un uomo che aveva ottenuto tutto, in fondo.

Da minor fellow a docente universitario, da professore a studioso di fame internazionale. Il più grande studioso di ottica, lo scopritore della legge di gravità. Il grande rivoluzionario della scienza.

Tutte cavolate!

Ed ora anche gli onori e la carica politica. Direttore della zecca d’Inghilterra. Tutti inganni!

E lui che aveva pensato che, a cercare di nascondersi, a piegare il capo, il diavolo si sarebbe dovuto scordare di lui. Invece era lì, lo spiava, attendeva il momento giusto, mentre, fingendosi buono e docile, faceva carriera.

Povero stupido! Non lui era stato a manovrare tutto, ma il diavolo. Era stato il diavolo stesso a fornirgli la capacità di elaborare teorie inutili. Teorie che gli erano valse una comoda cattedra in cui doveva insegnare due ore a settimana, senza alunni, così da avere l’illusione di tanto tempo a disposizione per arrivare ai suoi veri obiettivi.

Era stato il diavolo a fargli crescere nel petto il rancore e dargli l’agio per sfogarlo.

C’era un certo Wickins, si chiamava Wickins, un vero porco. Doveva fargli da valletto. Lo trattava come un cane. Ma poi era stato lui, Isaac, a diventare importante e Winckins a dover subire. E Isaac sapeva, se voleva, cosa e come si può far subire ad un uomo.

Non vanamente Barnabas Smith era stato suo patrigno ed educatore.

Il diavolo lo aveva pilotato, preso in giro, fin dal principio. Si era divertito con lui.

Ed ora, in pochi giorni, la stoccata finale. Prima gli aveva portato via la sua adorata mamma. Quindi gli aveva distrutto il lavoro di una vita.

 

La condizione di minor fellow, comunque, ha il suo lato positivo. L’aveva capito, Isaac. Nessuno a questo mondo vuole essere schiavo di un altro. E, così, Isaac, per migliorare da questa imbarazzate condizione, si mise a studiare sempre di più.

Apprese tutta la matematica di avanguardia e studiò vari aspetti delle discipline scientifiche. È vero che per un po’ dovette abbandonare i suoi veri obiettivi, ma era giovane ed una piccola pausa e una maggiore cultura, lo avrebbero aiutato anche in quel versante.

Per il resto, doveva solo sperare in un po’ di fortuna.

Ecco, un’altra cosa che aveva capito. In fondo cos’era quel diavolo di cui cianciava tanto zio Barnabas e che era costato tanto caro al suo fondoschiena?

La sfortuna!

Semplicemente la sfortuna. La sfortuna con corna e pizzetto. Con un suo aspetto fisico e una sua consistenza. Una sfortuna che poteva materializzarsi e perseguitarti.

Ma, secondo Isaac, se anche questa, nella forma appunto di un diavolo, avesse voluto proprio prendersela con lui, l’unica soluzione sarebbe stata mettersi a capo basso e lavorare.

Era così.

Ed infatti il giovane Isaac cominciò a farsi strada. I professori lo prendevano in stima. Gli si apriva davanti una carriera. Wickins, in capo ad un anno, aveva imparato a piangere come lo vedeva.

Il fatto era che lui aveva un cervello. E gli funzionava bene. Le idee gli scoppiavano dentro la testa come niente e, quando gli uscivano dalla bocca, erano dinamite.

Un giorno, per esempio, stava studiando Galileo. La cosa lo avvinceva perché Galileo era morto lo stesso anno in cui lui era nato, e questo doveva pur significare qualcosa.

Sul libro c’era scritto di un noioso esperimento dell’italiano per dimostrare che le cose cadono per terra, sempre.

Lì per lì la cosa non gli fece effetto.

Ma, dopo qualche giorno, gli capitò di leggere un libro di Keplero in cui si diceva che i pianeti girano sempre sulla stessa orbita. Sempre.

Questa regolarità nel cadere delle cose, sulla terra, e del girare dei pianeti, nello spazio, gli suggerì un qualcosa di vago, ma soprattutto si addormentò un attimo e sognò che Galileo e Keplero si stessero baciando in bocca. Si risvegliò di soprassalto, corse dal suo professore a dirglielo, che Galileo e Keplero erano uniti, e che le cose cadono in terra, i pianeti si ricorrono in cielo, e il professore gridò.

- Ragazzo mio non ho capito molto di quello che mi stai dicendo, ma vi intravedo la pista giusta!

Andava tutto alla grande. Isaac si sentiva forte, inattaccabile. Oggettivamente il diavolo contro di lui non poteva niente.

Contro di lui direttamente. Come doveva capire presto. Perché il diavolo la può prendere anche alla lontana.

 

Finalmente si mise a piovere e, in poco tempo, Isaac si ritrovò fradicio.

Del resto cosa avrebbe potuto fare? L’unica alternativa sarebbe stata di rimanere a casa con la mamma e amministrarne i beni come ella desiderava. Ma anche in quel caso non avrebbe potuto perseguire i suoi obiettivi.

No, in fondo aveva fatto l’unica cosa intelligente, aveva perso perché contro il diavolo non si vince. Il diavolo non aveva vinto corrompendolo. Aveva vinto con la forza.

E chi glielo poteva impedire?

Da un punto di vista tattico, mettiamola così, Isaac poteva ritenersi un genio. Anche più di quanto lo era come scienziato.

Era riuscito a fondere i suoi veri studi con quelli che tanto piacevano alla gente, tipo la legge di gravità e roba simile.

Il lustro che gli avevano dato questi gli avevano permesso di vivere nell’agio e nell’onorabilità e, quindi, di dedicarsi ai veri obiettivi indisturbato.

Da ultimo, aveva fatto bene anche ad accettare l’incarico politico che il d’Orange gli aveva offerto.

In verità, ma l’olandese non lo sapeva neanche, il buon Guglielmo gli doveva tanto.

Se non ci fosse stato il fattaccio del ’66, a ben vedere, la sua gloriosa rivoluzione neanche ci sarebbe stata. Se la gente non fosse stata tanto prostrata e desiderosa di novità avrebbe trovato poco spazio per  il suo colpo di Stato.

Diciamo che stavano pari.

Guglielmo stava al potere. Poteva costruire la sua società progressista e moderna. Aprire banche, annientare indiani in America, e fare tutte queste cose buone per il trionfo della ragione, dell’educazione, delle buone maniere, della salute e del benessere degli inglesi.

In fondo, si disse Isaac, con i suoi studi, quelli che piacevano alla gente, si era prestato a diventare il simbolo stesso di tutto questo.

E lui aveva acconsentito ad esserlo, purché nessuno lo disturbasse.

Ma niente. Il diavolo non era riuscito a prenderlo con le buone e, per la seconda volta, lo aveva abbattuto con le cattive.

Il diavolo ha due modalità. Ti colpisce girandoti attorno oppure prendendoti per il bavero. Spesso, prima ti gira attorno e poi ti prende per il bavero.

Così finì per fare con Isaac.

Nel bel mezzo dei suoi studi e della sua ascesa, scoppiò un epidemia di peste. Isaac fece appena in tempo a scappare a casa sua, in campagna.

Era la metà del ’65.

Di nuovo a casa. Di nuovo con la mamma. Ma tanto non si dovevano parlare per forza. Anzi, Isaac non aveva tempo da perdere. La sua carriera era rimandata per un po’. Ma non doveva preoccuparsi. In questa pausa avrebbe proseguito i suoi veri studi.

Si attrezzò un quartierino nella casa natia e, il giorno dopo il suo arrivo, si mise al lavoro. Disse alla mamma che non doveva disturbarlo, le spiegò confusamente che doveva preparare uno studio di ottica e la madre, che non ci aveva capito niente, gli disse che poteva fare quello che gli pareva.

- Basta che non sporchi e ti paghi da solo il pranzo.

Sistemò i suoi libri. Si mise  giocare con una lente che aveva comprato in un mercato. Gli studi di ottica. La gente dava una grande importanza a questi studi. In un certo senso piacevano pure a lui. Si avvicinavano, per così dire, a certi aspetti del suo vero interesse.

Per esempio, si era già accorto da tempo, che una lente, se esposta alla luce del sole, ne condensa i raggi. Questo, ovviamente non significava che aveva capito come afferrare i raggi. In più la luce condensata aveva la tendenza a bruciare quello che si trovava sotto.

Sconfitto. Isaac era sconfitto. Meditò un attimo sul suicidio. Smise di piovere.

Passarono alcuni mesi lì in campagna. Mesi noiosi. Senza progressi. Forse l’università lo aveva rimbambito. Ogni volta che provava a studiare seriamente gli venivano in mente solo cose sulla gravità e, soprattutto, sull’ottica.

In giro si diceva che la peste era finita. Tutti erano allegri. Isaac no. Aveva spesso incubi. In questi incubi Barnabas liberava da una botola Galileo e Galileo mordeva Isaac. Pensava molto al diavolo.

- Per forza – gli disse un giorno Hanna, la sorellastra. – Siamo quasi nel 1666. 666 il numero della bestia.

Isaac, a cui non sembrava di aver mai confidato alla ragazza questi suoi pensieri sul diavolo, trasecolò. Si mise paura, per l’esattezza. E cominciò a riflettere con sempre maggiore cupezza su questo fatto del diavolo e del 666.

 

Isaac alzò il volto al cielo. Gli sembrò che le nubi si diradassero.

Fu fra il natale e il capodanno. Fu in quei giorni che capì tutto. Era una corsa ad ostacoli.

Il diavolo lo stava serrando stretto. Il suo obiettivo era quello, ormai chiaro, di impedirgli i suoi studi sul sole. Il diavolo era nemico del sole o, più semplicemente, ce l’aveva, per insondabili ragioni, con Isaac. Forse perché era un ribelle. Perché si era ribellato alle sue disgrazie e ce la stava facendo. Sarebbe diventato ricco e famoso e, poi, avrebbe realizzato il suo sogno. E, il diavolo, non sarebbe mai riuscito a corromperlo e, non potendovi riuscire, prima aveva interrotto i suoi studi con la peste e ora, e ora, e ora cosa avrebbe combinato?

Di tutto e di più.

Specie nell’anno dedicato a lui, in cui aveva pieno potere su tutte le cose. Doveva fare qualcosa prima che gli fosse precluso per sempre di realizzare i suoi obiettivi.

Fra il capodanno e l’epifania, capì anche come dovesse agire.

Inghilterra. Terra degli Angli. Degli Angeli. Il diavolo voleva colpire la terra degli Angeli. La terra del bene. Terra del Bene, si disse con un rapido ed efficace giro di pensieri, fin al punto di averlo fatto nascere, lui, Isaac Newton, realizzatore un giorno del massimo obiettivo che un uomo si possa porre.

Come gli aveva insegnato Barnabas, il diavolo sarebbe venuto e avrebbe preso il potere nella capitale.

Isaac decise di partire per Londra appena possibile. Appena avesse visto, studiato e sperimentato con esattezza fino a che punto una lente è veramente in grado di acchiappare i raggi del sole.

 

Isaac, si sentì un po’ meglio. C’era perfino un bel sole. Si mise a contemplarlo.

Non era del tutto sicuro di essere approdato a qualcosa. Ma ormai non c’era più tempo. O ora o mai più.

Aveva sperimentato la sua lente tutto l’inverno e tutta l’estate, nonostante la stanchezza, la peste, la fretta e tutte le diavolerie che gli si mettevano contro da quando era nato. Ma, verso la fine di agosto, decise, che era il momento di agire.

Isaac arrivò a Londra.

Per prima cosa doveva trovare il punto più alto della città. Più vicino al sole. Lo domandò a vari passanti.

- Dov’è il punto più vicino al sole?

La gente a Londra rideva molto. La gente era cattiva.

Poi, un buon uomo, che gli disse di essere il fornaio del re, gli indicò la cattedrale di St Paul e Isaac vi corse, riuscì ad entrarvi, eludendo furbescamente la sorveglianza di due preti che erano ubriachi persi. Poi, quando fu sulla vetta, cominciò a cercare di prendere più raggi possibili con la sua lente. Tanti raggi. Tantissimi.

Tutti i raggi del sole, il suo vestito di luce, il suo sogno smerigliato.

Forse si addormentò.

 

Sarebbe stato difficile. Avrebbe sofferto. Ma un giorno avrebbe realizzato quello che era nato per realizzare. Avrebbe costruito una nave, avrebbe acchiappato i raggi del sole, oppure avrebbe fatto altro, perfino il diavolo a quattro, ma sarebbe riuscito a volare fin sopra la stella più luminosa del creato.

 

Nel 1666 Londra fu devastata da un terribile incendio. La cronaca riporta che, probabilmente, questo ebbe origine a Pudding Line, nella bottega di un fornaio del re. Di preciso si sa che devastò Londra e distrusse la Cattedrale di St. Paul.

Lo stesso destino, si parva licet componere magnis, capitò al laboratorio di Isaac Newton, andato in fumo nel 1691, anno in cui morì anche Hanna, la mamma del grande scienziato.

Pochi anni dopo morì Guglielmo d’Orange, ma non il suo sogno di una nazione democratica, che anzi, oggi, grazie alla Banca Mondiale, ogni giorno compie balzi da gigante.

La storia raccontata è quasi per intero vera, eccezion fatta forse per quel che riguarda John Wickins, che abbiamo fatto intendere passivo succube delle frustate del grande scienziato inglese. Secondo altre fonti, la tortura che sicuramente egli subì fu quella di dover andare vestito per l’università da Nano Puzzolente. Di sicuro non si sa niente. Winckins, dopo svariati anni di morbosa convivenza con Isaac, fuggì dall’Ateneo nella notte e andò a prendere i voti ecclesiastici.

Quanto al sogno di Isaac, non è facile dire se ebbe successo o meno. Tutta la vita si dedicò allo studio dell’alchimia, rispetto al quale quelli sulla fisica erano solo una sezione. Solo oggi, però, i suoi scritti sull’ars regia, cominciano, timidamente, ad essere pubblicati e studiati.

 

Massimiliano Di Mino, Pier Paolo Di Mino, Marco Saura

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