Occidente #5 DANTE E I FEDELI D'AMORE- M. & P. P. Di Mino, M. Saura

Storia di un declino implacabile in dieci mosse

DANTE ALIGHIERI E I FEDELI D'AMORE

[quinta mossa]


 

In questo momento stiamo fallendo. Non sarà la prima volta. Non sarà l’ultima. Ma è comunque molto doloroso. Tanto più doloroso, quanto più è tutto senza senso. Ci correggiamo, è contro il senso che per una vita abbiamo cercato. Guardaci, in piedi davanti a Papa Bonifacio, e guarda le nostre parole uscirci dalla bocca con le loro forme sicure e vane. Guardaci distesi in un letto, mentre consumiamo gli ultimi respiri. E guardaci pure mentre ci sentiamo al sicuro dentro la nostra bottega di notaio, in mezzo alle nostre carte, con i tappi nelle orecchie per non sentire tanto rumore. Potrebbe essere la storia di chiunque. Invece è la nostra. E, quindi, Lapo, alza il capo dalle carte e apri le orecchie. E tu, Guido, trattieni in petto qualche attimo di vita ancora. La cosa ti coinvolge. E quanto a te Dante, Bonifacio non ha nulla di buono da dirti, quindi senti il nostro caro consiglio, volgi la testa verso la grande finestra e spalanca, insieme alle orecchie, anche gli occhi e il cuore al nostro spettacolo.

Mettiamo che c’era un sole identico, se non lo stesso, un giorno di tanti anni fa.  Eri più giovane, più in forma. Forse non più bello, anche se avresti voluto farti vanto del contrario. Comunque eri vestito piuttosto a modo. Un po’ affettatino. Come se fossi appena corso dal sarto con l’ultimo romanzo provenzale letto per farti ritagliare addosso la foggia del tuo nuovo, cortese e senza macchia, eroe. Se ti osservi bene, fai un po’ ridere. O questo comunque fu l’effetto che ci feci quando con Lapo e Guido ti vedemmo camminare per le strade di Firenze tutto impettito.
No, Lapo, ora lo sai, non eri più bello tu, con le tue orecchie al vento e il vezzo di parlare in continuazione.
Né eri più simpatico tu, Guido, che, già grande, perdevi le tue giornate a zonzo, a cercare liti e discussioni in cui spuntare più ragione possibile.

Dante, Lapo, Gianni.
Dante di Alighiero Alighieri, figlio della più minuta nobiltà fiorentina. Lapo di Gianni, figlio e discendente di notai.  Gianni di Cavalcante Cavalcanti, frutto della più profumata nobiltà.   

Ci fermammo nel crocicchio dietro Santa Croce. L’aria era sospesa. E, nell’aria sospesa, all’improvviso, comparve una fanciulletta che, come dicevamo Dante?, par che sia cosa da cielo in terra venuta a miracol mostare. Ci sorrise. Rimanemmo come cretini a guardarla. E, poi a guardare il vuoto che aveva, miracolosamente, lasciato. Ci lanciammo tutti alla rincorsa, spingendoci l’un l’altro sempre più avanti, come smarriti, e, poi, ci ritrovammo fuori le porte, senza fiato, a scrutarci con odio e uno di noi mosse le mani, forse tu, Guido, che ti veniva più facile, e, forse tu, Lapo, che ti dovevi rivelare gran vigliacco, ti nascondevi, e tu, Dante, che già, probabilmente, ti reputavi superiore, tenevi tutti a bada.
Poi, sconfitti, ognuno del suo, cadevamo a terra e cominciavamo a ridere. A ridere.

Fate attenzione, perché se ora Lapo abbassasse di nuovo la testa sulle sue cartacce, potrebbe cavarsela sbuffando, e se Dante si facesse prendere dalle malie dello sguardo del Santo Padre, questo buon Bonifacio, si smarrirebbe troppo e, cosa ancora più importante, se Guido si facesse sedurre troppo dalla quiete delle morte, dopo tante battaglie, potrebbe ridurre tutto a niente più che una bagattella. Sembrerebbe solo un riso di bambini o di sciocchi, ed una sciocchezza tutto quello che seguì, un sogno di infanzia sospeso oltre il dovuto, la speranza dei pazzi che il cielo del paradiso si apra in vita per effetto di un qualche amore impossibile. Verrebbe dunque la tentazione di pensare che il nostro fallimento è un fatto semplice della vita, una cosa che va da sé nelle cose del mondo, con i suoi alti e i suoi bassi. Certo gli alti e i bassi sono una distrazione sufficiente per non sentire il rumore dei nostri fallimenti, e se a te, Dante, ti distraiamo un poco, non è per levarti la pena di non pensare al dolore che hai inferto ai tuoi cari o non farti ascoltare la voce del Papa che ti condannerà all’esilio per il resto della tua vita.
E, Lapo, quanto a te, ti condanniamo volentieri alla tua noia. E tu, Guido, che muori nel rancore, questo rancore,sappi, è solo consolazione.
Mettiamola così.
C’erano dei giovani che un giorno, per caso o per destino, trovarono un tesoro e lo nascosero. Un segreto tutto nostro, e che ancor prima era stato di altri, anch’essi giovani che non avevano il coraggio o la necessità di spingersi più in la. Un tesoro, un tesoro che ci  faceva felici. Centoundici volte al dì felici. E, centoundici volte al dì, i giovani ci riunivamo per parlare di questa nostra gioia, e di questo nostro tesoro, e di come lo avremmo impiegato, per la nostra felicità, e per quella di tutto il mondo. Ci sembrava, nelle nostre parole, che questo tesoro, avrebbe aperto mille porte e che avesse una forza tale da poter rivoltare tutto, il maschio in femmina, l’uomo in dio, il cielo in terra, come in un carnevale, in una primavera di sfrenato amore. E ne parlavamo. Ne parlavamo. Ne parlavamo, forse, troppo. Quasi che le parole fossero al posto del tesoro.  Ne parlavamo così tanto che finimmo per scordarci del tesoro. E poi, ovviamente, a non capire più le stesse parole, o perché parlassimo. Per esprimerci come te, Lapo, divenimmo grandi, ovvero confondemmo le responsabilità con i problemi.  Passammo a più alti compiti, per dirla con te Dante, ovvero ci confondemmo la testa con i pensieri e i pensieri li facemmo freddi e astratti come spade. Ci spingemmo all’azione, la più valorosa e disdegnosa, giusto Gianni?, che se non lo meritasti tu tale tesoro, chi mai poteva meritarlo? Per esprimerci ancora una volta insieme, ci confondemmo, divenimmo freddi e superbi. Ci perdemmo, per così dire, perché se di una cosa fai due o tre o molti, fai solo due, tre o molte cose monche, confuse, fredde e superbe. Eppure guarda come queste cose monche sono felici di essere tali, pur nelle loro disgrazie, e si gloriano, in virtù della cecità di ciò che li contorna, della propria chiusa perfezione. Ed anzi si vergognerebbero a tornare uniti.
Non ci vergogneremmo forse? No?
E, allora, Dante, volgiamoci al Papa e diciamogli: “ Senti prete, ti voglio pure bene, ma ora a noi non ci interessa quello che devi dire. È che mi imbarazza quanto ci somigliamo, a dire la verità. Pensavo. Tu, per il tuo tornaconto, stai facendo uccidere, inganni, rapini e spargi dolore. E, in ricompensa, devi passare il resto della tua vita nel sospetto. Poi morire. Io, per maggior bene di tutto, aspirando alla pace, ho, qualche tempo addietro, fatto esiliare il mio più caro amico, gli ho tolto i beni e la pace. Si chiamava Guido. Ora sta morendo. Ho fatto lo stesso con la famiglia di mia moglie. Io, per la pace, per qualsiasi altro mio nobile motivo, ho prostrato nell’infelicità tutti quelli che conosco. Tra poco sarò esiliato. Poi  anchio morirò.”
Poi magari infine, Dante abbraccialo. E tu Guido, Tu potresti fare lo stesso con la morte. Potresti raccontargli che sei pieno di rabbia, ma non importa, anzi ti è già passata, e potresti andare a chiamare Lapo, buttargli al vento lo studio e andare a cercare quello zerbino di Dante, e metterti come una volta a litigare a chi fa canti più belli per la propria donna. Potremmo lasciare perdere papi, e carte e morte, e abbracciarci di nuovo tutti, senza provare vergogna. Abbracciarci davvero. L’uno nel corpo dell’altro, come fratelli e sorelle, e madri e padri. Come amici.  Un abbraccio che ci farebbe diventare rossi e vergognosi, per esempio per la timida ragione di Guido, che è andato cercare troppo lontano, nel coraggio, il modo per sconfiggere la paura. Nelle sue lotte, nelle sue glorie di politico, nei suoi ragionamenti sottili, averroismi. La paura di morire, nella speranza di venir ricordati dopo la morte per aver firmato un trattato fra Ghibellini e Guelfi, come se qualcuno fra qualche secolo dovesse ancora sapere cos’è un Ghibellino o cos’è un Guelfo, oppure doversi perdere in discussioni sulla paura, invece di tornare ad abbracciarci. E pensiamo a Dante come soffocherebbe di imbarazzo, per un bacio, chi di baci non ne può dare, chiamato all’alto compito di salvare una città, di caricarsi di una carica, solo un nome, come quello di Priore, per salvarla ai suoi nemici, che un giorno moriranno comunque, e con loro la città, e tutto quanto. Sorvoliamo pure su cosa potrebbero pensare i tuoi clienti, Lapo, tu così stimatissimo. Onore, oneri, gravi impegni da notaio, da politico, da pensatore responsabile. Gloria, destini, chiamate dal cielo, abili ragionamenti, pensieri e parole raffinate. Tutto questo solo per paura di provare vergogna, per paura di non poter non avere paura. Così, molto banalmente. Tutto questo, tutte queste parole come maschere e camuffamenti, per paura di essere troppo banali. Sciocchi come  bambini.

Ecco i bambini.
Guido, Dante e Lapo. È domenica? Veramente tutte le giornate erano domenica. Ricordate? Ogni giornata, in fondo, era per sempre. Come ogni donna era Beatrice. A cui essere fedeli. Fedeli d’amore. Ogni giorno era un sonetto, o uno scherzo pesante. La lirica del cappello di un passante buttato in aria, o, ancora più cretini, il gusto ineffabile di giocare a nascondino nei cimiteri per sentire il brivido di niente.  E la seria compostezza delle nostre bevute fino a svenirne. E ogni scherzo pesante era la grave responsabilità della nostra venuta al mondo. Del segreto investimento a cui eravamo chiamati. Dei misteri aperti che univano ragione e pensiero e sentimento e azione e spirito e diletto. Era il possibile. La necessità rigonfia di libertà. Il duro lavoro della libertà. Sì, anche quel giorno era domenica. Non è difficile immaginare che facesse caldo. Ma non troppo. Guido smaniava e Dante lo prendeva in giro, dicendogli che si lamentava come i vecchi. Forse perché era vecchio. Guido si offendeva. Lapo rideva. Sembrava un bambino Guido, mentre aggrottava le sopracciglia e si alzava.
- Seguitemi - disse.
E gli altri gli vennero appresso, e camminarono parecchie miglia, finché non giunsero in riva all’Arno, fuori della città.
Si sedettero e rimasero in silenzio a guardare davanti a sé.
Poi calò il grande silenzio. Tutto divenne solido, ma gli alberi e le piante e il fiume, come cose buffe, presero a sbandare l’una nell’altra, ad intruppare e cadere, e tutti, e tutto prese a ridere. Pensiamo se ci vedessimo ora. Ora  mentre uno muore, l’altro sprofonda in una vita di carta e l’altro perde tutto il bene suo, Pensiamo se ci vedessimo ora ridere come ebeti e raccogliere l’erba da terra, e chiedere scusa all’erba, che ci perdona, e poi ci chiede scusa per averci strappato, ed il sole sopra, sotto, da ogni parte che ci culla, e Lapo, come è successo, che sopra a un ramo chiede a un cinghiale di non essere così arrabbiato e chiede conforto a Guido, ma Guido ha troppo da fare per via di una stella che, cadendo dal cielo, è diventato un cavalluccio marino da salvare. Lo prende. Lo porta a Dante, e nelle segreta speranza di crescere in questa fanciullezza per sempre, lo porge ad una fanciulletta, che corre, corre lontana, ma è sempre vicina, per ritrovarci abbracciati tutti, ancora una volta a piangere e a ridere.

Amici miei, Guido, io vorrei che tu, Lapo, Dante ed io fossimo presi  ancora una volta per incanto e messi in una nave che vada per volere nostro in ogni dove, carica delle nostre speranze, del nostro amore, delle nostre donne, di Beatrice, o comunque si chiami amore, amore, che se è amore, sempre risponde, sempre, sempre, sempre, nella bellezza dei numeri che studiavamo con commozione, delle più candide preghiere popolane, nelle sure, nelle poesie cortesi, nelle egloghe di Virgilio, nei pensieri cristallini dell’Aquinate, in quel ricco mondo di polveri e oro di pagine e parole, e negli sguardi delle persone, nelle pieghe amare dei loro sorrisi e pianti, nelle loro passioni e saggezze, in tutto il libro del mondo, in tutta la carne dei libri. Sempre. Tutta sembrava per sempre. Sempre. Un giorno sarà per sempre. Sarà all’infinito. Dopo la tua morte, Guido, la tua, Lapo, la tua, Dante. Dopo la nostra dimenticanza, sarà per sempre.
Per sempre, addio.

Massimiliano Di Mino, Pier Paolo Di Mino, Marco Saura {fcomment}