Occidente #2 CRISTO - M. & P. P. Di Mino, M. Saura

Storia di un declino implacabile in dieci mosse

CRISTO

[seconda mossa]

Dai tempi di Ennio è passato qualche secolo. Roma è diventata un Impero. Il solo. Quello che dovrà accogliere il solo Dio. Questa è la storia del suo profeta.

16 di Nisan 3793 – Gerusalemme

Le persone non sembrano sconvolte più di quanto normalmente lo siano. La celebrazione della Pasqua li ha ebbramente soddisfatti nelle loro più profonde esigenze spirituali. Nonché in quelle gastronomiche ed etiliche. Se ne tornano tutti nei loro villaggi più buoni, più puri ed anche più grassi.
Il Sinedrio, con il beneplacito dei loro padroni, ha celebrato il suo ennesimo massacro, per il divertimento del pubblico festante. Il potere ha celebrato i suoi fasti. Si è mostrato spietato contro le tre canaglie. Ha ristabilito l’ordine. Ha infuso il crisma della sicurezza e della legalità. È stato magnanimo, liberando addirittura il Figlio del Signore, Bar-Abbà. Cala il secondo tramonto sulla morte del rabbuni, e cerco un rifugio dove nascondermi come un cane.

Devo cercare di parlare con gli altri. Devo capire cosa è successo. La situazione potrebbe essergli sfuggita di mano. Oppure sapeva tutto. Yosshua sapeva e mi ha deliberatamente allontanato per non dovermi dare ascolto. Pilato lo aveva mandato a chiamare più volte. Il romano, tra un eccidio e l’altro, colleziona rarità esoteriche. O magari i doveri coniugali gli impongono di soddisfare la sensibilità sovramondana della moglie.
Mi sono ritrovato allo sbando per il deserto con Giacomo. Avere con me suo fratello doveva essere la garanzia che non stesse cercando di ingannarmi. Non lo so. Non so più che pensare. So solo che è morto, crocifisso al palo come il peggiore dei malfattori.


17 di Nisan  – Gerusalemme

Pietro è riuscito a trovarmi. Mi ha mandato un uomo, un tale Giuseppe, detto Barsabba e, con il favore delle tenebre, abbiamo raggiunto un’abitazione. Pare che qualcuno ci protegga. Ci sono tutti. Mi baciano e abbracciano. Ci piangiamo un po’ addosso. Ci confortiamo. Ci spiamo. Penso che potremmo saltarci al collo, con le peggiori intenzioni, per un’inerzia. A quanto ho capito l’Iscariota avrebbe denunciato il rabbi per aver bestemmiato e per aver cercato di sobillare il popolo alla rivolta. Yosshua sarebbe stato portato davanti al tribunale romano, assolto, spedito al cospetto del Sinedrio e condannato. Pilato avrebbe ratificato la condanna e il rabbi ci avrebbe rimesso la pelle. Pietro ha un’idea su come sistemare Giuda.
Mi guarda carezzevole. Magari ha un’idea su come sistemare anche me. O Maria di Magdala.  Yosshua ha cercato di mettermi in guardia in tutti i modi contro costui. Siamo pari. Mi sono voluto illudere che i suoi apostoli, in fondo, fossero solo un gruppo di entusiasti, ingenui, cafoni.
Ed ora io, Giuda e Maria la rischiamo veramente.

Appena pochi giorni fa, prima che decidessero di entrare a Gerusalemme e che io sarei dovuto andare a convocare la tribù di Qumram, dovevamo celebrare la morte e resurrezione mistica di un nuovo fratello, chiamato Lazzaro, con una iniziazione.
Yosshua ci chiama. Incomincia a dire, in verità, in verità… Ogni tanto si incantava e diceva due o tre volte la stessa parola… insomma ci dice che è contento di farci assistere a questo evento… pensavo che lo sapessero tutti di cosa si trattasse, allora mi giro e grido agli altri qualcosa tipo, andiamo anche noi a morire.
Ammutoliscono. Poi Pietro, con la sua faccia da tagliagole galileo, mi si fa accanto e mi abbaia, cosa hai detto?  È da allora che mi tiene sott’occhio.

Le ore passano senza senso. Ci addormentiamo. Poi all’alba, sconvolta, entra Maria di Magdala. Ha un panno sotto un braccio. Urla. Tutti le vanno incontro. Cercano di calmarla. Le danno da bere. Si siede. Prova a raccontare quanto ha visto.
Urla che Yosshua è vivo. Che qualcuno, forse Giuseppe d’Arimatea stesso, nel cui giardino era stato sepolto, l’ha salvato. Due uomini lo sorreggevano per le braccia. Era distrutto, contuso, il viso irriconoscibile. Lo aveva chiamato e lui, alzando il viso, le aveva sorriso. Poi uno dei due uomini le aveva passato un sudario e le avevano detto di sparire. Mi faccio dare il sudario e lo srotolo. Pietro comincia a urlare. A dire che è pazza. Che sta delirando. Che parla solo per il dolore. Che ora che l’osso le è stato sottratto, da quella puttana che è, sta diventando scema. Filippo e Giovanni devono bloccarlo per non fargli fare uno sproposito. Il sudario è intriso di sangue. Ha un buco. Forse il segno del passaggio della punta di una lancia. Come se fosse stato ucciso con il ferro e non in croce. Che qualcuno lo abbia ferito per poterlo togliere dal palo prima che morisse soffocato? Non capisco. Infilo un dito dentro il buco.
Non può essere morto. Non so cosa è successo, ma non può essere veramente morto. Devo stare attento.
Pietro è sopra Maddalena e le dà uno schiaffo. Si solleva un boato di stupore, ma nessuno osa fare nulla. Il Principe degli apostoli si trattiene. Deve aver calcolato che non gli conviene infierire ulteriormente, almeno davanti a tutti. Il suo volto è attraversato da uno spasmo nervoso. Si allontana blaterando che, chi non è con lui, è contro di lui. 
La persona per cui mi dispiace di più è Maria. Io, Yosshua e Giuda avevamo uno scopo.
Lei è solo innamorata.


18 di Nisan – Gerusalemme

Mi sveglio prima che il sole sorga. Nessuno ha mai neanche nominato Maria la Galilea, la madre di Yosshua.
Se Yosshua è salvo, lei non può non saperlo. Di me si è sempre fidata. Mi ha sempre voluto bene.  Lei stessa mi ha iniziato ai segreti e assurto a gemello di suo figlio. Mi dirigo verso meridione. Attraverso le vie strette e cenciose della città santa. Le botteghe  aprono e la gente dà inizio alla sua giornata di inutili commerci. I carri trascinati sul selciato polveroso. I soldati romani che camminano dritti e fieri, guardando le donne e facendo raffinati commenti sulle loro grazie.
Salgo su per le colline. Dei vecchi siedono fuori gli usci delle loro abitazioni. Aspettano la loro redenzione. Mi fermo davanti a un uomo con la barba lunga ed un sorriso beato, incorniciato da lunghi baffi. Gli chiedo se sa dirmi dove posso trovare Saffira. Gli dico, inventando sul momento, che ho una lettera da Damasco per lei. 
L’uomo fa segno ad un ragazzo di guidarmi. Cerco di seguirlo. Cominciamo a inanellare un numero inverosimile di strade, vie e vicoli. Sparisce. Riappare. Come se stesse cercando di farmi perdere. Poi si ferma davanti ad un muro. Spunta una vecchia, zoppicante sul suo bastone, che mi squadra. Con il suo bastone segna una mezzaluna scolpendola nella polvere della strada. Mi inchino e la interseco con un altro identico segno, fino a disegnare un pesce.
La donna, rimanendo impassibile, fa un fischio. Sento aprire una porta alle mie spalle. Entro dentro la casa.
Una voce femminile, nel buio, mi chiede chi sono ed io rispondo di essere Tomaso Giuda, detto il Didimo, il Gemello di Yosshua.
La voce mi chiede cosa voglio. Ed io le urlo che devo parlare con Maria, la madre di mio fratello Yosshua. Dal buio esce una donna. È alta, i lunghi capelli ricci, rossi come il rame, le adornano le spalle. Mi abbraccia e si mette a piangere. Il profumo della sua pelle è intenso. Mi scosto dal suo corpo. La scuoto per le spalle. Il suo pianto è diventato incontenibile. Giura di non sapere che fine abbia fatto la maddalena.  Ha paura perfino per se stessa. Mi chiede protezione. Cerca di baciarmi.
Poi, all’improvviso, nel buio della casa riverbera una fiammata e dalla strada si ode un enorme frastuono.
Corro fuori e mi confondo fra la folla, che sbanda urlando. Vengo bloccato dalla massa impazzita di persone che corre da ogni parte, e duro non poca fatica e non poco tempo prima di riuscire a raggiungere una casa che finiva di bruciare le sue ultime fiamme.
Due piccoli corpi grondano sangue, schiacciati sotto le pareti di un muro franato.  Un cadavere  carbonizzato è steso in mezzo alla via. Mi avvicino ad esso, come ipnotizzato. Mi inchino. Al collo dell’uomo sopravvive, splendente, un grosso medaglione di ferro che rappresenta il bastone a quattro tacche. Strappo via il monile con il mio coltello e lo nascondo nella cintura. Mi giro, come se il mio atto avesse dovuto destare l’attenzione di tutti. Il mio sguardo incrocia i volti attoniti di uomini e donne, come buoi, pecore, maiali, bestie… poi un piccolo gruppetto si sposta. Sembrano coprire con il loro corpo una persona. Mi muovo istintivamente verso di loro come volessi inseguirli. Svoltano un angolo e li raggiungo fino ad essere in vista di un uomo intabarrato in uno scialle.
Spariscono in una scarpata.

Mi accorgo di camminare con le mani dentro la cintura ed il pugno stretto attorno alla medaglia di Giuda. Piccolo maestro, così finiscono i tuoi sogni. Sarebbero stati beati i poveri perché avrebbero avuto secondo i propri bisogni. Intanto tu hai avuto secondo il tuo coraggio. La tua beatitudine ora giace carbonizzata in mezzo ad una via sudicia.
Cammino per non so quante ore e capisco forse tardi che mi sto avvicinando al Sinedrio. Capisco tardi che è l’unica cosa che posso fare.
La scalea è presieduta dai soldati dei sacerdoti. Mi piazzo davanti ad uno di loro e gli dico che voglio parlare con Giuseppe d’Arimatea. L’uomo mi chiede chi sono, dice di avermi già visto, gli viene il dubbio che io sia, forse, un seguace del ladro Galileo.
Gli rispondo di arrestarmi, se crede questo, e di chiedere a Giuseppe di promuoverlo.
Impallidisce. Chiama un collega e gli bisbiglia qualcosa in un orecchio. Per mezz’ora è un andirivieni di soldati.
Alla fine mi introducono nel palazzo, e Giuseppe mi riceve in una sala, in posa plastica su uno scranno. Trattiene un sorriso e mi dà bonariamente del pazzo.   Mi comunica che sono un ricercato. Gli rispondo che lo avevo sospettato e che non doveva preoccuparsi, avrebbe dovuto soddisfare solo qualche mia curiosità e me ne sarei andato via immediatamente.  Scende dallo scranno e mi prende sottobraccio. Comincia a sospirare, il nostro piccolo Yosshua ci ha abbandonato, mi fa, e poverino, e disgraziato, e allora esplodo, gli urlo, divincolandomi, che la smettesse, che Maria la Galilea era sparita, Maddalena trattata come una meretrice, e Giuda era morto. Giuseppe si blocca, impietrito. Mi guarda con una sorta di ammirazione. Si liscia la barba e mi fa un segno, protendendo verso di me il mento, come a dire, cosa vuoi ora? Ruoto su me stesso, fino a raggiungere una posizione in cui posso guardarlo negli occhi. Voglio la verità, Giuseppe, gli dico.  Mi risponde qualcosa come, la verità è sempre un gioco sfumato, un oggetto complesso.  Non troppo complesso, gli faccio. Non è così difficile capire che uno stregone nato, metti, dalle parti di Arimatea, cerca il segreto della vita eterna, trova un illuminato candido e dolce in possesso di qualità particolarmente appetibili e prova a rivenderle ad un tiranno pazzo in cambio della promessa di abbattere la vecchia casta sacerdotale in suo favore. Perché non racconti che Roma è caduta?, mi ride in faccia. Mi sento con le spalle al muro. Ne approfitta per infilarmi di nuovo il suo lurido braccio sotto il mio. Piccolo Tomaso, mi fa, tu sei un uomo molto, troppo giusto. Dovresti imparare a cogliere le sfumature. È troppo semplice vedere tutto bianco e tutto nero. Io potrei non aver ucciso nessuno, come invece tu pensi. Potrei essere un mago, magari, ma essermi macchiato di sangue!?! Che ne dici? Potrei perfino averlo salvato dalla crocifissione e dalla vecchia casta sacerdotale che tanto difendi. Potrebbe essere che Yosshua volesse continuare la sua missione ed io gliel’ho permesso. Lo sapevi che si dice che la tribù dispersa sia ancora viva e si trovi lontano, lontano, verso la terra degli Indi?
Sono muto. Non riesco a formulare la domanda che, forse, ho in mente. Giuseppe mi risponde lo stesso. Potrei farti uscire dal paese e tu potresti andare a cercare tuo fratello. Pensaci! Poi fa segno dietro di me e mi sento accompagnare verso l’uscita da una guardia.

È già buio, quando torno al rifugio. Penso di aver vagato per molte ore, prima di decidermi veramente sul da farsi. Pietro sta giocando con dei dadi. Mi siedo davanti a lui. Gli sorrido. Poi gli chiedo se sente così tanto freddo, quando va in giro per strada, da doversi coprire il volto. Pietro mi guarda e mi dice che farei bene pure io a coprirmi il viso.
Ammetto di essere uno sconsiderato, e che forse mi sto rincretinendo. Vedo cose strane. Per esempio ho appena trovato uno strano collare. Glielo mostro. Lo afferra e soppesa. Poi commenta che si tratta dello scettro di un re. Gli suggerisco che potrebbe trattarsi di un simbolo, magari quello dell’eternità, che alcuni chiamano Zed. Sorridendomi, mi contesta che più facilmente è il simbolo del potere giusto sul mondo.  Ma Giuda credeva nell’eternità, non nel potere, gli dico io. Visto la fine che ha fatto, mi fa lui, credeva in qualcosa che non esiste. Si alza in piedi. Mi mette le mani sulle spalle. Sono pesanti. Gerusalemme è il centro del mondo, Tomaso, mi fa. Non è uno scherzo. Non è un affare per bambini che vanno in giro a ficcare le dita dove non devono essere ficcate. È una cosa da persone senza fede. Mi leva le mani di dosso e scatta dritto sulla propria spina dorsale. Tomaso! L’ora è fatale. Chi non sta con me, sta contro di me. Per esempio Giuda non è stato con me. Hai ragione, gli dico.  Mi alzo. Cerco un posto appartato dove sdraiarmi ed aspetto che spengano le candele. Cala il buio e sgrano gli occhi nell’oscurità. I demoni della notte mi fanno visita con il loro carico di angosce. Davanti al mio sguardo tutto il vuoto dello smarrimento, della paura, della disperazione. La paura di morire. La paura del dolore. Non poteva essere. Non è così che doveva finire. L’orrore di una prospettiva totalmente diversa da quella che ci eravamo immaginati. Tutto questo orrore contenuto nel piccolo spazio compresso dentro le mie palpebre. Poi i miei occhi vedono il sole sorgere e mi alzo sapendo di dover fare l’unica cosa ormai possibile da fare.

19 di Nisan – Gerusalemme

La Maddalena ha trovato rifugio a casa di Maria di Cleofa.
Noi ebrei riteniamo un lupanare troppo sordido perché la loro fantasia arrivi a immaginarsi una ribelle ospitata e confortata in un ritrovo così poco santo. I romani, d’altro canto, lo ritengono un luogo di delizie non confondibile con la politica.
Una fila di uomini, curvi sotto la concupiscenza, di buon ora al mattino, pazientano davanti ad un portone Questo, all’improvviso, si apre. Gli uomini si fanno indietro. Una ragazza, tutta tatuata, urlando, rotola sul selciato. È inseguita da un uomo incredibilmente magro, verde in viso, con i denti marci in bella vista, che grida di essere stato avvelenato. Picchia la donna. Gli uomini si mettono a ridere e i mendicanti stesi nella polvere cominciano a battere le mani. L’uomo prende la giovane per la nuca poi, calcandole un grosso pugno in testa, la tramortisce. Fatico a passare in mezzo alla folla. Mi inerpico per una salita. Mancano pochi metri. Svolto un angolo e cammino a testa bassa verso la casa che, mio dio!, trovo aperta. Vi entro. È vuota. Corro disperatamente non so in quale direzione. Dispero di aver fatto troppo tardi. Di non poterla più salvare. Mi accorgo di aver infilato una lunga discesa. Mi fermo. Ho il fiato in gola. Alzo gli occhi sopra un burrone.  Il paesaggio attorno al centro del mondo si espande in tutta la sua lordura.  Due uomini, oltre il fossato, stanno caricando dentro un carro due donne. I lunghi, neri, boccolati capelli di una rimangono incastrati nella cotta dello sgherro, che li libera strappandoli. La donna urla.  Fa in tempo a voltarsi verso di me. La Maddalena sembra guardarmi. Ma non può vedermi. Non può più fare nulla. Ed io non posso fare più niente per lei. Né io, né Giuda, né Yosshua. Più nessuno. Partirò oggi stesso verso la terra degli Indi.

21 di Nisan – Deserto di Damasco

Mi sono lasciato alle spalle il mio angelo custode. Un uomo mi ha tallonato a distanza per svariate miglia. Probabilmente Giuseppe voleva sincerarsi che mi levassi di torno veramente.
Il deserto mi mastica in silenzio. No, non è esatto. Nulla è mai abbastanza silenzioso, per chi ha paura. Ho quasi finito l’acqua. La piccola scorta di cibo che avevo con me è andata a rendere grazie agli dei del deserto. L’ho persa, con tutta la cintura e la bisaccia, franando da una duna. Il mio cavallo è stremato.
A questo punto mi sembra ridicolo morire così.


22 di Nisan – Deserto di Damasco

Sono l’unico ebreo in grado di perdermi nel deserto.
Il mio cavallo è morto. Ho provato a seppellirlo. Non ci sono riuscito. L’ho abbandonato e mi sono incamminato alla ventura, senza possedere alcun punto di riferimento. Devo farcela. Giuseppe ha alluso alla tribù dispersa. Cioè a nulla. Se anche essa esistesse, è, appunto, dispersa. Se Yosshua è partito con la madre, non è improbabile che si siano recati verso la Frigia. Probabilmente la donna avrà ancora qualche legame con i coribanti. A quanto ne so è proprio da quella terra che è partita per portare a compimento la propria gravidanza. Maria ha partorito il rabbi proprio in questo deserto. Suo padre, il Pantera, gli faceva la scorta. Giuseppe Mago, detto il falegname, li attendeva in Libano per condurli a Saba, dove sarebbe avvenuta la Grande Iniziazione di Porpora. Forse sarebbe stato meglio dirigermi verso l’Africa?


23 di Nisan – Deserto di Damasco

È andata così. Ero stordito dalla sete, dalla fame e dal caldo. Ho udito una voce. Ho pensato fosse giunta la mia ora. Perché mi… mi perseguiti? Aveva detto così la voce? La  voce del signore. Mi sento colpire in testa. Faccio in tempo a voltarmi. Un uomo gigantesco. Un diavolo rosso. Sento arrivarmi un colpo di frusta in faccia. Devo essere svenuto.

 

 

27 di Nisan – Raqquai

O almeno penso di essere a Raqquai. O in un luogo vicino. I miei compagni non sembrano in grado di essere più precisi. La loro idea di tempo e di spazio si è focalizzata totalmente all’interno dei tempi e degli spazi di questa specie di città. Ricordo poco di come sono arrivato qui. Devo essere stato trasportato in una carovana. Ho ricevuto le prime medicazioni. Sono stato rifocillato. Ed infine rinchiuso qui dentro.  Anzi, qui sotto. La città è scavata dentro una miniera che scende giù per le viscere della terra, pare, attraverso nove livelli.  Ho cercato di capire dove sono finito, ma i miei compagni di schiavitù sono tutti molto elusivi. Hanno paura. Ho ricevuto le cure di un guaritore. Una volta ritenuto in perfetta salute, sono stato interrogato. Un uomo vestito con una corazza di pelle rossa mi ha chiesto cosa facevo prima di approdare in Zun Guò, come chiamano questo luogo. Voleva sapere cosa sapessi fare. Gli rispondo, e decide che avrei imparato. Mi assegnano una specie di casa, un vano scavato nella roccia, con un giaciglio e una sorta di latrina. Qui non è facile capire quando è giorno e quando è notte. Dalla spossante debolezza che provo al risveglio, immagino che la giornata inizia molto presto. Ci viene servita, nelle nostre celle, un pasto di quelli che devono essere cereali. Quindi abbiamo l’obbligo di lavarci in piccole bacinelle d’acqua putrida, servite dentro le latrine. Veniamo messi in fila lungo i corridoi. Poi ognuno deve seguire il proprio capogruppo che segue il proprio capofila che segue il proprio caposquadra, e via dicendo. Entriamo in una sorta di grande stanza. La sua estremità è forata. Attorno al grosso buco si erge un trabiccolo che tiene fissa una grossa ruota. La ruota è avvolta da una lunghissima e nodosa fune stesa sul pavimento. Gli uomini si dispongono accanto alla fune. La sollevano. Cominciano ad issarla.
Il mio capogruppo mi invita ad unirmi a loro. Tiriamo questa corda pesantissima per delle ore. Ho le mani bruciate dal dolore e i tendini delle braccia sul punto di spezzarsi. Poi un suono di tromba interrompe il mio calvario.  Tutti lasciano andare la corda. Ci mettiamo in fila. Veniamo fatti entrare in una stanza con lunghe tavolate. Mangiamo. Nella sala si alza il vociare degli schiavi. Ridono. Litigano. Parlano. In loro la schiavitù si deve essere istituzionalizzata. All’improvviso le lampade vengono spente. Mormorio.  In fondo alla sala si apre quella che mi era sembrata, in questo buio, una parete. Un fascio di luce, dalle nostre spalle, attraversa la sala e delle ombre cominciano ad agitarsi contro un muro. Fantasmi di uccelli, fiere, uomini e donne. I padroni di questa città dominano i demoni degli inferi. Questo spiega l’atteggiamento degli schiavi. Non la sola violenza fisica li tiene incatenati qui. Ma anche un sortilegio.  Si chiude il sipario. Vengono nuovamente accese le lampade. Un grosso applauso si leva nella sala e un uomo compare lì dove c’erano le ombre. Un uomo con la pelle come quella dei pesci, con gli occhi messi al contrario, due mandorle oblique che gli sfigurano il volto. Yosshua mi aveva parlato degli dei degli antipodi. L’applauso finisce. Sarà difficile liberare questi uomini. Soprattutto sarà difficile liberare me stesso. Sono prigioniero. E prigioniero di un incubo mai immaginato.


15 di Lyyar – Zun Guò

Ho scoperto che non tutti hanno lo stesso tipo di abitazioni. Ce ne sono alcune più grandi, con grossi letti, latrine pulite con acqua quasi chiara. L’ho scoperta sulla mia pelle. Ora ne posseggo una.

Yosshua mi ha insegnato a parlare nella lingua delle persone a cui mi rivolgo. A parlare secondo le loro esigenze. Per me, indurre questa gente alla ribellione, significa farli ribellare alle loro condizioni di massacro fisico. Ed in modo pratico: nove ore di corda ti uccidono.  Non so fare prodigi come Yosshua, però ho buone idee in testa. Avevo faticato più di una notte e sacrificato una delle due tuniche di lavoro che ci vengono date in dotazione.
Una mattina arrivo nella sala della corda. Chiedo di poter parlare. Il mio capogruppo me lo concede. Se continuiamo a lavorare in queste condizioni, dico loro, moriremo. Tiro fuori dalla mia sporta trenta fasce, ricavate dalla mia superflua veste di schiavo. Trenta come gli schiavi del mio gruppo. Gliele faccio calzare nelle mani. Prendo due lampade. Ne bastano due!, grido. Con il loro olio, ungo la ruota sotto la corda. Il capogruppo si ribella, dice che non è regolare. La gente vocia. Cominciamo a lavorare. Il capogruppo se ne va infuriato. Dopo alcune ore torna. È accompagnato da un uomo vestito diversamente dagli altri schiavi. Più elegante. Domanda ad alta voce chi è l’artefice di tutto ciò. Mi denuncio. Mi dice di seguirlo. Mi porta in una sala con altri uomini. Mi dice che d’ora in poi il mio compito sarebbe stato di trovare nuovi metodi per snellire, migliorare, ottimizzare il lavoro.

Tutta la città è impegnata davanti allo spettacolo di ombre. Voglio evitare di sottopormi al loro fascino. Mi godo il lusso della mia casa. Ho una sedia lunga, con su un cuscino di cuoio imbottito di lana. Chiudo gli occhi. Forse mi addormento. Sarà stato un rumore, un lieve fruscio, e li riapro. Cammina lenta, la sua pelle di luna e i lunghi capelli neri, lisci come l’acqua del lago. Si siede ai miei piedi e mi prende una mano. Mi chiede se sono proprio io quel famoso Tomma, così mi chiama, di cui tutti parlano. Mi accorgo con stupore che comincio a vantarmi con lei di non so neanche cosa, e le sorrido, le parlo, le dico delle sciocchezze. Poi, ci addormentiamo nudi dentro il mio grande letto.

Il giorno dopo indugiamo nel letto. Sono preso dalla foga infantile di parlarle e di sentirla parlare. Si chiama Selene. È di origine greca. Le chiedo come è stata fatta schiava. Mi lancia uno sguardo interrogativo. Forse preferisce non parlarne. Provo a cambiare discorso e finisco a chiederle che lavoro fa. La maggior parte dei discorsi degli schiavi riguardano il loro lavoro, le condizioni della propria casa e se andranno o meno a vedere quelle che chiamano le ombre cinesi. Selene sembra riflettere un po’ sulla mia domanda. Poi mi carezza e mi fa una deliziosa smorfia, come a dirmi di rilassarmi. Mi stendo e sento spuntarmi sulle labbra un sorriso da imbecille.  Erano anni che non stavo così bene.


20 di Sivan – Zun Guò

Tutti i fatti, ogni avvenimento, stavano prendendo una forma per me assolutamente chiara.  Lo sbaglio di Yosshua è di aver mostrato fin troppo. Io sembro uno schiavo come gli altri. Anzi un caposchiavo. Una bella casa. Una bella compagna. Una mansione di prestigio. Non faticosa. Insomma uno schiavo zelante e di successo. Pazientando e lavorando avrei potuto fare strada, fino ad arrivare nell’orbita dei reparti di comando. In parole povere non era impossibile arrivare a lambire il potere e, da una posizione di indispensabilità, sovvertire il potere stesso e liberare tutti. Ma le cose mi vengono semplificate maggiormente. Devo solo pazientare. Così, io, come e più di tutti i prigionieri di Zun Guò, in questi giorni partecipo ai fasti dei grandi eventi che si preparano. Si sta costruendo la nuova grande macchina progettata dal Cinese, dal manovratore di anime, e, pare, la sua inaugurazione sarà celebrata dal grande capo in persona, l’uomo che possiede le nostre vite. La sua immagine mi è nota in tutte le effigi doviziosamente sparse per la città. Sembra un uomo gigantesco, dal benigno sguardo e dal santo sorriso. Il suo nome è Quinto Saturo Gladiolo. Ma tutti lo chiamano, misteriosamente, il Megale Ophis. Tutto si sta per giocare. Il potere arriva ad impiccarsi con i propri laccioli. La grande macchina è un’illusione. La macchina per trovare l’acqua! Sarà un fallimento. È un fallimento.  Oppure non lo sarà. Troverà veramente l’acqua. E sarà peggio. Nel primo caso gli uomini capiranno che il potere è vuoto ed impotente. Nel secondo, davanti a tanta ricchezza, davanti a beni indisponibili a loro, si ribelleranno contro chi glieli nega.


2 di Av - Qiom

Mi fermo in questo sperduto villaggio. Sono spossato, dimagrito. Debolissimo. Trovo un lavoro presso un maniscalco come aiutante. Sono distrutto, avvilito. Mi sento profondamente avvilito. Ma nulla come il dolore di ciò che ho perso avvelena la mia anima.

Il grande giorno della celebrazione era giunto. Mi accingevo a parteciparvi con lo spirito del trionfo. La notte era passata lenta nell’abbraccio con Selene. Il nostro risveglio fu glorificato dalle trombe che richiamava tutta Zun Guò alla grande adunanza. Ordinatamente tutto il suo popolo fu fatto scendere nella grande piazza del nono livello e disposto in file ordinate. Eravamo oceano. Furono accese le lampade, a giorno.  Nel centro della piazza un grosso catafalco nascondeva la terribile macchina. Gli uomini erano sospesi nell’attesa. Galleggiavamo nei nostri umori. Comparve il cinese e si mise a parlare. Le sue parole fluttuarono nell’aria come un incantesimo. Poi l’uomo si dileguò e dal catafalco venne issato via il pesante tendaggio. Ci fu un grande rumore di ingranaggi ed una confusione panica e vidi il mostro. Un grosso drago, con furia, cominciò a ruggire. Mi sentii impotente. Il signore degli inferi stava mostrando il suo ghigno più convincente. E vidi l’uomo che ci possedeva, Il Megale Ophis, cavalcare il drago e, dopo averci ridotto al silenzio con un gesto, parlare con voce di canto. Era un uomo basso, con il volto lungo e gli occhi come due tagli di coltello. Il drago intinse la sua bocca nella terra e fece sgorgare l’acqua. Megale Ophis rise e gli uomini e le donne intrecciarono le loro voci in una melodia. Mi accorsi che stavo cantando anch’io. Poi levai le braccia in alto e cominciai a correre verso il mostro, gridando, ascoltatemi, ascoltatemi! Alla rivolta! Salii sul mostro e fui accanto al Megale Ophis. Le guardie provarono a bloccarmi, ma il nostro padrone gli fece segno di lasciarmi parlare. Non permetteremo che questo immenso e prezioso bene, gridai rivolto alla massa infinita di uomini, sia tutto per un solo uomo. Sarà nostro! Ci ribelleremo ai nostri aguzzini e gli ritorceremo le armi contro. Mi guardavano. Erano in silenzio. Attoniti.
Poi il nostro padrone mi batté una spalla e, sorridendomi, mi indicò una guardia. Quali armi?, mi chiese. Osservai le guardie. Ne erano, effettivamente, sprovviste. Il popolo rise. Mi voltai verso il nostro tiranno. Alzò le mani aperte verso il cielo e cominciò come a declamare. Abbiamo trovato l’acqua, disse, e costruiremo la nostra grande città di campi fertili e giardini floridi, di ville lussuose e piazze larghe e ornate. Ci sarà acqua per tutti. Figlioli!, mi avete creduto e siete stati ricompensati. Solo di perseverare nella vostra fede vi chiedo ora. Giacché questo è solo l’inizio. Dobbiamo scavare, scavare ancora più profondamente e, solo quando gli Dei che mi hanno inviato a voi mi diranno dove e quando devo fermarvi, allora tutti potremo godere ugualmente di questi beni e questa gioia che ora trattengo nelle mie mani per preservarli dalla dissoluzione… Mi sentivo il cuore paralizzato. Non riuscivo a ragionare. E urlai con rabbia. Tu, mentitore, come puoi dire che spartirai l’acqua con degli schiavi?… Fui fermato. Il tiranno mi guardò sconvolto e mi chiese di quali schiavi stessi mai parlando.  Siete forse degli schiavi?, urlò al suo popolo, che in cantilena rispose di no. Poi, insultandomi disdegnosamente, invitò una guardia ad allontanarmi.  Passavo in mezzo alle file delle persone. Non riuscivo a capire. Mi sentivo pazzo. E vidi Selene. Mi divincolai dalle guardie. Corsi. Le fui addosso, abbracciandola. Mi scansò. Fuggi con me, non siamo schiavi, la implorai. È chi ha mai detto di esserlo, mi rispose. Andiamo via. E perché? Perché… perché fuori è diverso. Fuori, mi disse lei, si muore di fame. Ma non è vero che vi darà mai le sue ricchezze. Forse, mi disse. Mi guardò con tristezza.


1 di Elul – Qiom

Le ferite del cuore stentano a rimarginarsi. Non mi do pace. Non capisco perché Selene non è venuta via con me. Lavoro tutto il giorno. Con scarsi risultati. Il maniscalco è un buon uomo. Mi tiene per pietà. Gli piace sentirmi parlare.

Stamane torna dalla città, dove è stato per il mercato. Mi dice di aver conosciuto uno che parla come me. Gli domando se era ebreo. Un greco, mi dice, ha nominato il tuo maestro Yosshua. Tutti dicono che è risorto e che ora sta predicando alla vostra tribù dispersa. Se esiste, mi lamento.  L’uomo mi sorride. Certo che esiste, lo so perfino io che sono ignorante. È passata di qui mille anni prima, viaggiando verso oriente.

L’uomo mi ricompensa lautamente per i miei servigi, ed io preparo i bagagli per la partenza di domani.

Yosshua è fuggito. È fuggito. Ha avuto paura di morire. Come Selene.


23 di Tevet – in qualche luogo della Persia

Mi sono perso. Le vastità non sono per me. Mi dirigo senza senso verso il nulla alla ricerca di uno che è morto, e se non è morto, è un vigliacco. Il deserto è piatto. Liscio. Una lastra di vetro. Il sole dardeggia, spaccandosi in una minutaglia di bagliori. Penso di impazzire. Ma in modo secco. Evidentemente non ho la dote estroversa di Yosshua di farsi comparire demoni e tentatori.  Questo potrebbe significare che non sono un grande illuminato come lui. Un pusillanime. Uno che il suo migliore amico, il suo gemello, va cercando disperato per il mondo per sputargli in faccia.

Mi sembra di procedere, da qualche ora, andando in salita. In un deserto è impossibile. Sto morendo. Continuo a salire. Fa più freddo. Mi fermo un attimo. Contemplo, non a grande distanza, una città. Sono morto.


23 o 24 di Tevet – sempre Persia?

Sono svenuto e rinvengo dentro una grossa sala completamente dorata. Mi sento molto riposato. Forse ho dormito una giornata intera. Ho qualche dolore alla schiena, ma, a parte questo, sono più che convinto di essere dentro una vasca di avorio, riempita di acqua profumata. Due graziose fanciulle mi stanno massaggiando e strofinando le mani. Altre due i piedi. Una quinta mi parla con voce dolcissima. Mi chiede che ne penso di un piccolo neo che le decora un angolo dell’inguine. Vengo vestito con un abito di broccato ed introdotto in una sala che sembra un grosso gioiello di smeraldo. Nella stanza si apre una grande finestra dalla quale si domina una città sconfinata di palazzi bianchi ornati di lunghi colonnati e giardini e vasti parchi e fontane, laghi, fiumi e campi sterminati. Ero incantato. Sei incantato?, mi fa la voce di un uomo, sorprendendomi alle spalle. Non faccio in tempo a voltarmi che mi sento baciare sul collo. Mi giro di scatto e, finalmente, sfogo la rabbia che covo da tantissime lune, colpendo l’uomo sul viso. Una lancia, o qualcosa di simile, viene usata contro la mia testa e cado a terra privo di sensi. Mi risveglio legato ad una sedia. Un giovane uomo, vestito di una lunga tunica di argento, mi dice che ha dovuto metterci tutta la sua energia per impedire che le guardie mi ammazzassero. Mi difendo protestando che hanno provato a violentarmi. L’uomo mi risponde che io ho attentato alla vita del re. Al che me ne esco con qualcosa tipo,  bel re!  Il giovane, guardandosi in uno specchio, mi ringrazia. Aveva i capelli lunghi, biondi. E la pelle liscia e glabra. Grandi occhi azzurri e la bocca carnosa. Provo a scusarmi. Mi mostro smarrito. Gli dico che non so neanche dove mi trovo. Il regnante mi spiega che il suo popolo non sopporta la violenza. Che da loro i  violenti fanno una brutta fine. Forse mi avrebbero condannato a morte. Lui mi avrebbe difeso, avrebbe detto che ero un bel ragazzo, ma gli altri dicevano che ero brutto come un mulo… insomma non sapeva dirmi come sarebbe andata a finire la questione. Mi arrabbio. Lui mi dice di non urlare tanto. Non poteva farci niente. Lui, in quanto re, era l’unico che non poteva decidere nulla e mettere la bocca in cose amministrative o legali. Mi sale il sangue alla testa. Respiro. Cerco di calmarmi. Gli chiedo, gentilmente, se può dirmi dove mi trovo e quali strane leggi sono ivi reggenti. Il ragazzo mi informa di essere nell’Anarcato di Homa. Che lui era il re, che sovrintende ai giochi e alle libagioni. Gli chiedo allora chi governa la città e mi risponde che ognuno ha la propria casa e lì sa come governarsi. Mi informo se almeno questi selvaggi hanno delle leggi, e il re mi dice che tutto è governato da un robusto, simpatico, buon senso. Poi il re mi guarda. Sbadiglia. Mi comunica che ha sonno. Sta per imboccare una porta, e, all’improvviso, si volta e si informa incuriosito sul mio nome. Glielo dico e lui mi guarda stranamente. Sorride e dice di avermi già sentito nominare da qualcuno. Non si ricordava chi. Gli chiedo se conosce un tale che si chiama Yosshua. Ci pensa su, sbuffa e mi dice che decisamente non ha mai conosciuto questo Yosshua. Sparisce. Rimango, legato alla sedia, in attesa. Forse è giunta la mia ora. Non me ne importa nulla.  Non è vero, ho paura. Tanta paura.

Cala l’oscurità. Finalmente entra. Qualcuno è entrato. Lo sento frusciare allacciato all’ombra. Mi volto appena. Ne scorgo il lato d’incubo. È avvolto in una tunica nera. Il suo viso è coperto da una oscena maschera bianca. Incredibilmente bianca. Mi libera dalla sedia. Mi fa segno di rimanere seduto. È dritto davanti a me. Ora il boia tirerà fuori il suo coltello e la farà finita. Si sfila la tunica e si leva la maschera. La donna, dai lunghi capelli rossi, possiede i seni più grossi che abbia mai visto. Si china a carponi. Volta il suo viso e mi sorride. Forse questo strano popolo usa distrarre così i morituri. Dopo un attimo di titubanza, sono sulla donna. Un applauso echeggia nella sala. Si accendono le luci. Mi sono sopra una decina di donne festanti. Magre, tonde e setose, burrose, dure e snelle, sode come puledre. C’è perfino una nana albina.

 


11 di Adar – Anarcato di Homa, Persia

Il giorno dell’esecuzione viene rimandato di giorno in giorno. Forse c’è il gusto sadico di mostrarmi a cosa rinuncio. Qui gli uomini e le donne sono belli nel corpo e nello spirito. Il giorno è consumato nel lavoro e nel gioco. Ma non saprei dire quando inizia l’uno e finisce l’altro. L’amore si dà e si riceve con facilità, così come è franco il linguaggio fra gli esseri viventi.


13 di Adar – Anarcato di Homa, Persia

Mi sbaglio. Non è solo un gioco sadico farmi partecipe dei loro convivi colti e raffinati, delle loro attività manuali ed intellettuali, dei frutti delle loro ricerche, degli abbracci e delle carezze delle loro donne. Per loro un criminale è un criminale. Non meno uomo, non meno degno. Solo uno ha cui è capitato di sbagliare e di pagare la sua colpa. Nella mia esecuzione non ci sarà vergogna. Ci sarà amarezza. Senso dell’ineluttabile. Della giustizia.


2 di Nisan 3794 -  Anarcato di Homa, Persia

Secondo il mio calendario, entriamo nell’anno nuovo. E la fine, per me, si avvicina. Per questa sera hanno preparato una festa. Una specie di debutto in società. Quaranta giovani vergini vengono iniziate ai piaceri. A me l’onore di celebrare l’occasione. Spero di farcela.


3 di Nisan – Anarcato di Homa. Persia

Ho le ossa rotte. Ho anche crisi di riso. Ma sono riuscito ad iniziarle tutte. Un gran numero di cittadini sono venuti ad applaudirmi. Sono orgoglioso di me. Sono orgoglioso dell’affetto di cui mi rimeritano. Non riesco a smettere di ridere. Arrivano quattro uomini, vestiti con dei paramenti color smeraldo. Mi sollevano e poggiano su una lettiga. Gli chiedo se mi stanno conducendo alla morte e mi rispondono di sì. Scoppio a ridere. Poi la crisi finisce e sprofondo nell’angoscia.

Entro in una piccola stanza buia. Sento la cara voce del re. Mi sembra di udire mille  bisbigli.  Qualcuno mi sdraia su una tavola fredda, di pietra. Dei tamburi, freneticamente, vengono percossi nel buio. Vengo legato per i polsi e le caviglie. Deglutisco. In fondo è un attimo. Sento il mio petto graffiato da una lama. I tamburi si sfrenano. Poi un liquido caldo mi bagna il petto. La tavola, sotto la mia schiena, scivola. Mi sento sprofondare dentro qualcosa di molle. Forse è sempre così quando si muore. Si sprofonda. I tamburi sono al parossismo. Veloci. Velocissimi. Poi si azzittiscono. Morto! Tutti si mettono ad urlare che la morte è avvenuta. Si accendono le luci. Vengo tirato fuori da una specie di urna. Slegato. Poi il re mi si avvicina. Mi abbraccia e mi mostra il calco del mio corpo dentro l’arca riempita di calce. Mi passa una mano sul petto, che ho tinto di un liquido rosso. Con quel liquido sporca il mio calco. Quindi, a gran voce, mi annuncia che sono morto. Uomini e donne si affaccendano attorno a me per abbracciarmi. Sono commosso. Mi viene da piangere. Non sono stato così felice neanche durante la mia prima morte iniziatica con Yosshua.


13 di Sivan – Anarcato di Homa. Persia

Ormai sono a pieno titolo cittadino di questo paradiso. Eppure sono un estraneo. Qualcosa mi richiama altrove. Il ricordo di Selene, talvolta, torna a visitarmi. L’odio per Yosshua mi rode gli intestini. Eppure potrei resistere alla tentazione di queste vane malinconie, di questi rancori indomabili, di tutta questa stupida umanità, se riuscissi a trovare un senso per me valido. Rischio di rimanere scottato. Che senso ha tutta questa bellezza se non può essere condivisa da tutti? Se anche uno, uno solo non sarà redento, la redenzione non varrà per nessuno. Oppure no? Vorrei essere confortato, dissuaso, impedito nei miei sentimenti.


14 di Sivan – Anarcato di Homa. Persia

Non sono proprio il più allegro della corte. Capisco di essere stonato in mezzo a questa gente magnifica. Il re mi guarda con uno sguardo dolce. Forse gli faccio pena. Mi chiede se questa sera ho voglia di parlare con lui. Da soli. Vuole farmi un regalo.

Al tramonto del sole busso alla porta della sua camera privata. Mi fa entrare. È dritto davanti ad una finestra. Di spalle. Senza voltarsi, senza aspettare che lo salutassi, comincia a parlare e mi dice, con la sua voce piana e gentile, che la redenzione è per tutti o nessuno. Sbigottisco. Lui fa una pausa lunga quanto il mio stupore. Poi, continuando, mi dice che la redenzione potrà essere, potrebbe essere, forse sarà per tutti, ma che nel frattempo, ci vuole che qualcuno, in qualche posto, per un po’, ne dia testimonianza. Non trattengo il mio fervore e gli chiedo, con tutta la mia amarezza, perché si sono nascosti qui, perché non si manifestano a tutti, ed il re mi risponde che questo posto è aperto a tutti, ma che nessuno può essere costretto ad entrarvi, o, peggio, a rimanervi. Una folata di leggera brezza fa ballare le tende attorno al re. Si volta e, ridendo dolcemente, mi chiede se secondo me il vento sta spirando verso le verdi montagne della Drangiana? Gli rispondo confusamente che non lo so. Mi si avvicina. Mi prende sottobraccio. Poi mi chiude in una mano un piccolo borsello, dentro cui sento tintinnare dei soldi. Mi dice che mi serviranno per il viaggio. Lo stringo forte. Ho voglia di piangere. Poi, afferrandomi per le braccia, mi soppesa. Sorride e mi dice, così, che per essere suo gemello non ci somiglio per niente a Yosshua. Lo bacio. Mi carezza un guancia. Mi sento stringere e, come una nube sa sfumare in un raggio di luna, così mi ritrovo a terra, nudo, ed il re mi è sopra, e il dolore diventa estasi.


14 di Tammuz – Drangiana

Il viaggio è stato piuttosto tranquillo. Privo di contrarietà. Ho marciato con costanza verso oriente, fermandomi il meno possibile. Libero dall’incombenza del lavoro, mi sono dedicato alla predicazione. Dapprima è stato difficile tornare a parlare con gli uomini e le donne. Ma le parole vengono da sé. Ha ragione Yosshua. La lingua parla e il cuore gli va appresso. Forse ora è da qualche parte, lontano, vicino al luogo dove nasce il sole, è continua a parlare al suo popolo disperso. Ma la lingua, a disperdere le proprie parole, si secca, ed il cuore inaridisce.  Mi fermo poco distante da un fiume di cui non conosco il nome. Mi fermerò in questo luogo di pace per meditare e riflettere, per cercare un senso a tutto questo. O, almeno, per riposarmi prima di proseguire. La notte cala dolcemente. Lascio morire il fuoco e il silenzio mi culla sotto il bacio della madre luna.


15 di Tammuz – Drangiana

Vengo svegliato da un rincorrersi di tuoni, urla, canti, strepiti, squilli di tromba, rombi inferociti, risate, dallo sfrenarsi dei tamburi e dai ruggiti delle fiere. Sembra di essere piombati nell’inferno degli assiri. Mi dirigo verso la fonte di questi confusi suoni, lasciandomi guidare attraverso gli sterpi e le piante della collinetta su cui ho dormito. Ai miei occhi appare l’immagine folle di una città volante. Scivolo lungo una scarpata. Sulle rive del fiume, comparsa in una notte, una piccola città di tende e capanne disposte a spirale vorticano scosse dal vento. Due pali abbracciati in alto attraverso dei rami, sembrano essere la porta di accesso alla terra di questa folle nazione. Vi entro intimorito. Degli uomini vestiti con lunghe piume sono stesi a terra. Formano un corridoio. Al mio passaggio si drizzano sulla schiena e mi puntano un osso. Non riesco a celare la mia inquietudine. Si mettono a ridere. Forse gli sembro buffo. Mi accorgo di correre. Vado a sbattere su un uomo eccezionalmente alto, completamente calvo. Mi dice qualcosa in una lingua che non comprendo. Dai gesti capisco che si sta scusando. Gli faccio segno che va tutto bene. Allora mi sorride. Mi mostra la lingua. Tira fuori un coltello. Se la taglia e me la ficca in bocca. La sputo.  La calpesto. Ma ormai è un cavalluccio marino. Mi sento male. Corro via. Un uomo mi prende sotto braccio. Mi chiede in ebraico se parlo greco. Gli dico che parlo questa lingua, ma che sono ebreo e possiamo continuare a parlare nella mia lingua. Si stizzisce. Mi dice che lui non parla greco. Batte i piedi per terra. Se ne va via inferocito. Si scatena l’inferno. Vengo attraversato da una processione di uomini che battono tamburi, piatti, legni, e fanno una grande confusione. Li seguo.  Sono inghiottito dal buio. Senza accorgermene devo essere finito dentro una grossa tenda. Gli uomini si fanno in circolo, senza smettere di fare baccano, attorno ad un pino. Un tuono declina lo spazio oscuro ed esplode una figura, una sacerdotessa, una donna bassa, molto bassa, con lunghi capelli neri, vestita del manto azzurro di Iside… Maria! Maria! Ho trovato Maria la Galilea. Mi avvicino. Mi sorride. Forse le sto gridando, mamma!. Mi aiuta a salire su una pedana al centro della quale è fissato l’albero. Non capisco, mi viene da ridere, e non capisco. Provo a domandarle di Yosshua. Non vedo l’ora di abbracciarlo. Voglio baciare mio fratello. Non so se le ho chiesto veramente di Yosshua. Non sento nulla, in questa confusione, neanche le mie parole.
Maria si avvicina ad un mio orecchio e mi sembra che stia dicendo, povero Yosshua! Due uomini mi portano sotto l’albero. Mi fanno sedere alla base di questo. Perché ha detto, povero Yosshua? Le sto urlando, dov’è Yosshua?. Mi carezza la fronte. Mi dice di stare tranquillo. Mi sussurra che lei mi è vicina, mi chiama mio piccolo figliolo, mi dice che devo stare calmo, che sono qui, accanto a lei. Piango. Esco dalla tenda. O ne sono uscito da tanto. La gente sembra correre in continuazione. Ma non corre, scorre. Un vecchio seduto a terra, langue nella polvere e mi avvicino a lui. Vorrei chiedergli dove sta andando tutta la gente, ma il poverino mi fa segno che non sente e non parla. Mi accorgo che, in verità, in verità, gli sto ficcando un dito nelle orecchie e, con la mia saliva, gli sto toccando la lingua, gridandogli, effetà! All’uomo gli si aprono le orecchie e si scioglie il nodo della sua lingua e, ringraziandomi nella mio idioma, qualunque esso sia, si accoda al fiume di uomini e donne che sfuggono nel vento.


1 di Tevet – Ghandara

Mi sembra curioso tornare a vergare questi fogli con il mio stilo. Sono giunto su questa montagna parecchi mesi fa. Mi sono stabilito dentro una specie di stalla abbandonata, quattro scabre pareti e un angolo bruciato da chissà quanti fuochi.
L’inverno è rigido. Tutto è colmo di neve e pace. E silenzio. E infinitezza. Talvolta mi viene a trovare qualche animale curioso, cavalli pelosi e lupi enormi. Una volta al mese salgono su degli uomini simili ai cinesi e mi vendono latte e formaggio in cambio di piccoli utensili e statue che intaglio nel legno. Non capisco la loro lingua. Loro non capiscono la mia. Se sono rimasto stupito nel vedere la mia grafia, immagino quale meraviglia mi procurerebbe tornare a sentire il suono della mia voce. Eppure non mi sento muto. Sono pieno di parole. Sono una parola. Per questo non parlo. Una parola non usa parole.
Mi viene in mente una frase che Yosshua ripeteva spesso. Ovviamente dopo aver balbettato per quindici volte, in verità, in verità… diceva, se fai di due, no, esattamente era, quando di due farete uno, sarete i figli dell’uomo. Quando direte ad un monte allontanati, allora il monte si allontanerà.
Ho sempre pensato che stesse parlando di forza di volontà. Di un generico superamento di se stessi.
L’anima non parla la nostra lingua, ma la sua. Non è utile ai nostri affari, non si premura delle nostre angosce. Non ci migliora. Non gli interessa la nostra vita. Non si interessa di vita.
Non importa che stia qui. Potrei non parlare mai più. Potrei non vedere più nessuno. Eppure ciò che devo dire, e che non dirò, arriverà comunque a chi deve arrivare. Basta concentrarsi in un punto preciso, che è un punto qualsiasi e tutti punti. Magari in questo momento sto parlando a qualcuno, attraverso la bocca e la penna di qualcun altro, come se io, tutta la mia avventura, fosse solo un racconto raccontato da qualcuno a cui l’hanno raccontato.
Così è.
Chi conosce il tutto, ma è privo della conoscenza del sé, è privo del tutto. Comincia a nevicare. Sento che mi sta cadendo un altro dente.


15 di Nisan 3795 – Ghandara

È l’anniversario della morte di Yosshua. Ho lavorato tantissimo ad una statuetta e ho comprato molto latte.  Ne berrò due razioni. Accendo un fuoco con la mia mano rugosa. Sono sempre più magro. In una condizione di felice perdita. Perdo peso. Perdo capelli. I denti ho smesso di perderli. Sono spariti tutti.  Prendo due tazze.  Verso il latte in entrambe. Sto cadendo nel ridicolo? Il fuoco crepita. Mi alzo in piedi. Fuori ci deve essere un animale che sta scalpitando davanti alla porta. Forse è ferito. Apro la porta. Entra un uomo. Un uomo non vecchio, ma neanche giovane, tutto sdentato e calvo. Non è brutto, né bello. Potrebbe perfino non essere un uomo, ma una donna. Sorride. Entra nella casa. Si siede e beve in un solo sorso un bicchiere di latte. Si pulisce le labbra con il dorso di un braccio e mi dice che è felice di aver ritrovato la ragione. Si beve anche l’altro bicchiere, poi scatta in piedi e si infuria. Comincia a gridare che sono anni che mi cerca e domandarmi che diavolo di fine avevo fatto. Devo avere la faccia dello scemo. Ci abbracciamo. Piango. Provo a parlare. Non mi escono le parole.  Mi dice che non importa e mi chiede se, per caso, non ho altro latte. Scoppiamo a ridere.


16 di Nisan  – Ghandara

Yosshua dice che oggi partiamo. Cerco di fargli capire che qui si sta bene. Che ci conviene rimanere. Con una spallata spacca la porta di casa e prende ad agitare il suo bastone finché non sfascia tutti i miei lavori. Vorrei fargli notare che l’ultima volta che ha avuto un attacco di isteria così violento, lo hanno crocifisso. Ma è un concetto troppo difficile da esprimere a gesti. Raccattiamo i nostri poveri averi e ci mettiamo in cammino. Mi dice che sarebbe il caso di scrivere un po’ delle cose  dette e fatte. Poi si fa notare da solo che le persone fraintendono. Quindi, con voce femminile, si corregge, dichiarando che fraintendere è intendere attraverso, e quindi va bene.  Si gira, mi mette una mano sulla spalla e mi chiede se io ho il rammarico di nulla. Gli faccio segno di no. Scuote la testa come a dirmi che gli dispiace. Si ficca una mano in bocca, armeggia con zelo e ne tira fuori un dente.  Me lo mostra, dichiarando con orgoglio, che è l’ultimo.

Ci perdiamo seguendo qualche fantasia del vento.

Massimiliano Di Mino, Pier Paolo Di Mino, Marco Saura