Occidente #1 MESSAPIA - M. & P. P. Di Mino, M. Saura

Storia di un declino implacabile in dieci mosse

 

INTRODUZIONE

 


L’Occidente, omen nomem, sembra nato per il proprio declino. Perfino le più alte intuizioni spirituali, culturali e filosofiche che segnano la sua storia sono state usate per consumare questo destino di massacri e orrori che sembrano correre verso un’apocalisse non meno sperata che temuta.

“Occidente” raccoglie dieci racconti, dieci biografie di altrettanti personaggi cardine che rappresentano la storia dell’Occidente, dalla nascita dell’impero romano all’attuale declino dell’impero americano, passando per la nascita della banca mondiale: asceti, mistici, massoni, scienziati, filosofi, scrittori, politici, re, imperatori ciecamente impegnati a correre verso una catastrofe oggi sentita come imminente (con tanto di profezie sul 2012).

Raccontare la storia di questa catastrofe (di una catastrofe chiamata Storia) non è solo un irriverente piacere, ma anche un atto di fede. Un atto di fede nel racconto, e nelle parole con cui si fa un racconto.

Da ultimo Wittgenstein ci ha insegnato che le parole non corrispondono più né alle cose né ad alcuna verità: che sono inutili e morte. Al racconto, così, è stato possibile sostituire la pubblicità. Ma in fondo è sempre stato così. Così si fa la Storia. Ogni volta che un uomo ha alzato la testa per dire che l’altro mondo è questo, che l’apocalisse è ora, che tutto il reale è un’epifania, che ogni uomo produce secondo le proprie capacità per mezzo dell’immaginazione, ovvero della capacità di evocare il reale nella sua essenza; ogni volta è stato necessario distanziare queste parole dalla loro realtà. Questa necessità la chiamiamo Storia; e la Storia, allora, altro non si rivela che la fede in una fantasia allucinatoria, che non importa se ha per oggetto un Dio che crea dal nulla un mondo da redimere con la promessa di un paradiso, o, ed è lo stesso, un uomo che questo mondo lo redime col progresso. L’unica necessità impellente della storia pare essere il ridurre l’immaginazione a fantasia, e le parole a pubblicità. L’importante è l’inevitabile incredulità che tutto questo produce, e che ci fa, dunque, sperare in una assolutoria e pacificatoria catastrofe.

Ho suggerito sopra una distinzione che meriterebbe una lunga disamina: quella tra fantasia e immaginazione. Mi limiterò a metterla giù così, distrattamente: usiamo l’immaginazione quando evochiamo un dio secondo le nostre possibilità; la fantasia, invece,  quando lo creiamo secondo i nostri intenti. Nel primo caso godiamo di un’esperienza, nel secondo di un oggetto fatto da noi e per noi. Un oggetto crea appagamento, e l’appagamento, inevitabilmente, porta all’insoddisfazione. Ogni insoddisfazione  ha bisogno di nuovo appagamento. Per dare un senso a tanta inutile e perpetua fatica è necessario, allora, pensare che il nostro dio sia l’unico, il solo, il vero. E, per fare questo, dobbiamo necessariamente trasformare il nostro dio in reale. Dobbiamo, allora, innanzitutto  creare la fantasia del reale. Creata la fantasia di un dio unico e di una realtà unica, bisogna scordarsi che è una fantasia. Piccolo esercizio che, specie se eseguito collettivamente, ha sempre buona riuscita. Il fine dell’esercizio è fare in modo che in giro non ci siano altre fantasie, in maniera da rimanere intrappolati ciecamente e senza scampo in un’unica prospettiva cognitiva. Da qui il “fateli entrare per forza” evangelico: convertire a questa fantasia con le buone o con le cattive più persone possibili. I riottosi possono essere sterminati. Il teorema è perfetto, e la sua applicazione pratica, secoli dopo secoli, non ha mancato mai di suscitare un’impaurita ammirazione.
Si converrà, però, che una fantasia rimane sempre una fantasia: che è sua natura essere evanescente e tendere al nulla. Così, nella Storia, questo dio assoluto è stato necessariamente declinato secondo le diverse fantasie del momento, le differenti mode o necessità contingenti: dio degli eserciti, dio buono, dio dell’amore, dio come materia, dio come ragione, dio come storia, dio come ideologia, e via dicendo, sempre con l’intrinseca  tendenza fatale a rivelarsi come dio del nulla e a risolversi quindi in una apocalisse, una catastrofe.
L’apocalisse, che è oggi. E così, infatti, arriviamo ad oggi anche noi, nel racconto del nostro Occidente; nell’esegesi immaginale che, con questa piccola raccolta, facciamo della fantasia della Storia, o, come direbbe Joyce, del suo incubo. Una fantasia presa tragicamente sul serio. Viviamo menomati da questa fantasia, al punto che vale sempre la pena, come fa Thomas Brown, “domandarsi se nelle matematiche di taluni cervelli le linee intellettuali e fantastiche non siano affatto disposte correttamente, ma anzi, ingrandite, diminuite, distorte e malposte, donde nascono concezioni irregolari delle cose, nozioni pervertite, concezioni errate e allucinazioni incurabili”.
“Occidente” indaga queste matematiche in dieci simpatiche dispense.
Nella prima il pubblico godrà degli effetti della matematica celebrale dello sciamano Ennio, che prende per un allucinatorio dio assoluto il suo dio personale: e che si converte al monoteismo dell’impero romano nascente, e se ne fa il vate.
Quindi: la matematica del cristianesimo, preso a calcolare le misure ipostatiche di una rivelazione che deve servire a fare Storia, e che santifica, allora, perfino il Potere come Spirituale. Condannando Gesù alle sue epifanie come fossero una malattia, un disturbo schizofrenico.
Poi: la matematica distorta di San Cirillo, che trova il suo nemico in una donna, Ipatia, l’ultimo“santo” pagano di un docetismo in via di degradazione (troveremo il suo discepolo Sinesio, più in là nel tempo, a doversi arrendere alla nuova teologia cristiana, per motivi di responsabilità, “purché non mi chiediate ragione del vero significato dell’incarnazione”). San Cirillo potrà ammazzare il sacro in Ipatia e costringerlo nel culto mariano, di cui è l’inventore.
E via via vedremo come il monoteismo allucinatorio si impossessi del braccio armato di Carlo Magno; costringa al fallimento Dante Alighieri e la sua cerchia di compagni; usi la fisica dell’alchimista Newton, arreso all’era della banca mondiale; spazzi via il sogno messianico di Garibaldi, quello massonico e quello dei visionari del Novecento; fino ad arrivare alla conversione di un simpatico ubriacone al Dio della nientificazione: George W. Bush.
Questa è la storia di una fantasia che abbiamo voluto restituire all’immaginazione, di un’implacabile catastrofe rivista con gli occhi di una augurabile rivelazione. Un atto di fede, dunque, il nostro,  e quindi di amore, a cui gli autori vogliono rimanere fedeli. D’amore, sebbene, è doloroso vivere.

Ed ora, bando alle chiacchiere: ecco la storia di Ennio.

Pier Paolo Di Mino


 


MESSAPIA

[prima  mossa]

Duecentoquattordici anni prima della nascita di Cristo, nel periodo in cui regnava su Manduria Imes Pagan Plarr, su Morkos il re Neriton e su Sybar il grande re Karas, millesettecento giri del sole da che la costellazione dei Cavalli generò il popolo dei Messapi, si compì questa storia che raccontiamo per averla sentita raccontare da qualcuno a cui l’avevano raccontata.
Tutti questi fatti si perdono nei meandri della storia e tu, Musa, aiutaci a raccontarla come si conviene ai tuoi desideri.

Il sole era alto e cadeva a picco sul sentiero. Il bosco, con tutto il suo carico di riposanti ombre, era ormai a pochi metri di distanza.
I tre ragazzi affrettarono il passo.
Il più piccolo dei tre, quello che somigliava ad un orso, e che si chiamava Gopherskiritas, sussultò in tutto il corpo per l’entusiasmo, e si gettò a terra sulle sue quattro zampe.
Era un tipo tozzo e peloso, dalla carnagione olivastra. Una sola enorme sopracciglia nera gli spartiva il volto dalla fronte. In mezzo al cascame di peli aggrovigliati che gli ricoprivano le mascelle, il mento e le labbra, spiccava un enorme sorriso bianco.
Cominciò a correre.
- Smettila di fare il Gopherskiritas Che Cammina Come Un Cane Festante - gli urlò contro quello che tutti, per lo più, chiamavano Ennio.
Gopherskiritas si voltò un attimo, gli sorrise, e prese a correre ancora più velocemente. Ennio aggrottò le sopracciglia e lanciò uno sguardo all’altro compagno, Biaginikaras, che fischiettò sorridente un corto motivetto.
I due si gettarono a carponi e raggiunsero il loro amico sotto l’ombra di un grosso albero. Biaginikaras si sdraiò completamente a terra. Ennio e   Gopheriskiritas si appoggiarono alla grossa quercia e si presero per mano.
Gopheriskiritas, all’improvviso, indicò un grosso masso.
- Guarda -  esclamò estasiato, quasi urlando.
Ennio gli tolse la mano e gli diede un pesante pugno su una tempia. Si sentì, d’un tratto, pieno di rabbia.
Biaginikaras scattò in piedi, con un viso preoccupatissimo.
Biaginikaras, di suo, aveva sempre un viso che poteva sembrare preoccupatissimo, per via delle sopracciglia a volta e gli occhi perennemente sgranati e fissi.
Fissi contro il lungo ciuffo di capelli, che gli sbucava dritto da sotto l’enorme copricapo di edera e foglie di olmo.
- Chi doveva ricordarsi dove stiamo andando? - fischiettò.
Ennio si grattò la testa.
- Forse il Biaginikaras Della Memoria!
Biaginikaras si concentrò a sangue, si prese la testa fra le mani, cominciò a sudare, tremare, poi anche la terra tremò, Ennio e Gopheriskiritas caddero bocconi a terra, un grosso lampo, si sentirono rotolare, finché, scivolando lungo una scarpata, si ritrovarono sull’orlo di un dirupo, sopra il mare senza fine.
Ennio scattò in piedi. Si voltò indietro e vide le colline verdi e le piane senza orizzonte. Guardò davanti a sé e i due mari, sotto i suoi piedi, si unirono.
- Non si ricorda. - ammise il Biaginikaras.
- Se lo ricorda l’Ennio Della Ricordanza. Siamo a Leuka - annunciò Ennio, con sarcasmo, sventolandogli sotto il naso una mano aperta.
- Aggree mmp fum - urlò con furia Gopheriskiritas, staccandosi un ciuffo di capelli e gettandoli contro gli amici con vero malanimo.
- E’ vero! - urlarono all’unisono Ennio e il cinguettante Biaginikaras.
Tutti e tre furono concordi nel ricordare che il Concilio li aveva inviati a fare scorta di mandragora, la Simpatica Pianta degli Dei, per l’intera stagione.
Gopheriskiritas, al pensiero della mandragora, fu fulminato da una gioia talmente sfacciata che gli venne su il ricordo di essere un uccello e gli altri dovettero metterci tutta la loro solerzia per evitare che finisse sfranto sopra uno scoglio.
Gopheriskiritas cominciò a dimenarsi. Era incontrollabile. Una vera bestia, cosicché ai due non rimase che aggrapparsi alle sue zampe. Il cielo si capovolse. Poi fu il mare a capovolgersi. Gopheriskiritas spiccò il volo. La notte entrò da un buco del giorno ed il giorno fu rivoltato come il guanto di uno stalliere.
Si sedettero ai piedi di una piccola fonte, nel fitto di un bosco.
L’acqua zampillava, con tutte mossette da matta, e i tre, a vederle fare questa scena, non sapevano se riderle in faccia o meno.
Alla fine non si tennero e si buttarono a terra a ridere come dei forsennati per delle ore, finché non ce la fecero più e divennero seri.
Fece freddo.
L’acqua zampillante si raccoglieva in una piccola fonte. Uno dei tre, non capirono quale, si accorse della piccola pozza e ci si mise a riflettere sopra, finché ad Ennio non gli venne un’idea e cominciò a ridere.
- Che hai? - cantò Biaginikaras.
- E se ci specchiassimo?
- Ma dai!
- Io mi specchio! - concluse, con fermezza, Ennio.
Si avvicinò lentamente, quatto quatto, gattonando, alla pozza. Si voltò indietro per vedere cosa facevano gli altri.
- Te l’ho mai detto che hai un bel sedere? - gli chiese Gopheriskiritas.
Ennio si affacciò sulla superficie della pozza e vide la figura magra, scarna, di un uomo con un enorme naso svettante al centro di un volto completamente glabro.
Silenzioso, tornò indietro.
Gli altri due cominciarono a guardarlo.
- Come è andata? - gli chiese Biaginikaras, con trepidazione.
Ennio, vagamente mesto, gli fece segno di non volerne parlare.
Gopheriskiritas, fermo e deciso, si alzò in piedi. Camminò con disinvoltura fino alla fonte. Si inchinò e guardò.
- Ahhhhh. Mi è caduta la barba! Ahhhhh!
- Stai calmo, Stai calmo! - cercò di tranquillizzarlo Biaginikaras. - Almeno tu non hai visto un naso enorme come è successo a me l’altro giorno!
Gopheriskiritas urlò ancora di più. Quindi si mise a piangere. Poi gli passò la voglia di piangere e si addormentarono tutti, tranne Ennio.
La luna, quella notte, non voleva lasciarlo in pace.

Si destarono all’alba. Ennio imboccò un sentiero che era più che sicuro di dover imboccare. I due amici annaspavano dietro di lui.
Dopo alcune ore arrivarono in una piccola radura ed Ennio decise che questo era il luogo adatto. I tre si divisero e cominciarono a frugare in mezzo alle radici degli alberi e a riempire i loro canestri di mandragore.
- Per gli Dei Zompettanti! - urlò ad un tratto Ennio.
Gopheriskiritas e Biaginikaras corsero da lui e videro il loro amico cullarsi fra le braccia la più grossa radice di mandragora che un messapo avesse mai visto.
Era grossa come un bambino d’uomo, secondo Ennio e Biaginikaras. Invece, secondo Gopheriskiritas come la testa  di un vitello pazzo.
Litigarono un po’ sulla questione, finché Ennio non decise di dare un forte e virile pugno all’amico dissidente, ma la terra fece una gobba al suo centro e i tre si ritrovarono a voltare su se stessi attorno alla gobba.
Si fece scuro. Vicino al tramonto.
- Dobbiamo mangiarne - disse Ennio, dunque.
- E perché? - gli chiese Biaginikaras.
- Come perché? - gli rispose Ennio.
- Perché perché! - si impose Gopheriskiritas.
- Appunto! - gli dimostrò Ennio, incidendo tre fette uguali.
Ne mangiarono.
Gli alberi, come di consuetudine, presero a sciogliersi nei fili d’erba che, esalando, diventavano nuvole e le nuvole onde e le onde, che trattengono i raggi del sole e della luna, sputando in aria, facevano le stelle e le stelle, per loro dote, presero a palpitare, non troppo, come sta facendo il tuo respiro mentre leggi, se ci fai ben caso, caro lettore!
Gopheriskiritas era al colmo della gioia ed era così contento di questa gioia che fu preso dalla gioia della gioia e si trasformò in un animale che non aveva mai visto, in grado sia di nuotare che di volare.
Corse via finché non sbatté contro un masso, rovinò a terra e non fu più in grado di alzarsi.
Biaginikaras ebbe l’istinto di alzarsi. Vide l’Istinto alzarsi ed andarsene e cantò un breve componimento in suo onore.
Si interruppe di botto.
- Ma perché stiamo qui? - domandò ad Ennio.
Poi si chinò su un suo piede e prese a succhiargli un alluce.
- Ancora?!... Mmmh… Domandiamolo a Qualcuno della Memoria.
Ennio provò a concentrare se stesso e Biaginikaras, ma era un’impresa impossibile e, un po’ per tagliare la testa al toro, un po’ perché non ce la faceva più a farsi succhiare l’alluce, tagliò altri due pezzi di mandragora. Ne mangiò uno. Poi alzò il viso dell’amico, tirandolo per il ciuffo, e lo imboccò a forza.
Vibrò tutto. Si ritrovarono a girare nuovamente. Partì uno sputo di fuoco dal centro di qualcosa e, allora, le erbe, gli alberi, i colli, il cielo tirarono in alto il mare e furono alcune dee.
Tre o trecento.
Si avvicinarono sorridendo. Si chinarono su di loro. E li presero in braccio.
Ennio si sentì solleticare sotto il mento da un lungo, delicato dito. Spinse la sua schiena contro una superficie morbida e si voltò per cercare di guardare il seno delle dee.
- Non è il momento, piccolino! - lo rimproverarono, sorridendo, le dee. Poi si voltarono verso Biaginikaras. - Tu, che ci sembri più giudizioso, quanto ne state mangiando?
Biaginikaras abbassò, pieno di vergogna, il viso. Poi lo rialzò e guardò con finta severità Ennio.
- Ti abbiamo inviato qui per prendere la mandragora. Ma non solo per te stesso! - disse Biaginikaras con la voce più dolce e sensuale che una dea avesse mai avuto. - Se la mangi tutta tu, poi per gli altri non ce n’è. Dico bene?
Ennio sorrise con accondiscendenza. Si accorse di avere un’erezione. Allora, un po’ per ridere, un po’ per fare il disinvolto, prese la mandragora e ne staccò a morsi una fetta spropositata.
- Ma che fai! - inorridì Biaginikaras, urlando con il suo vocione da ariete furente. - Ne prendi ancora?
- Di cosa?
Poi ammutolì. Le Dee sgocciolarono nel cappello di Biaginikaras e Biaginikaras fu inghiottito da un grosso fascio di luce.
Una miriade di linee cominciarono ad intrecciarsi, prima lampeggiando, poi stagliandosi nette sulla compatta luce bianca.
Furono un suono. Poi parola.
Quindi la figura di un Dio comparve ad Ennio.
- Sono tutte le cose - soffiò nel vento la voce.
Il vento si disperse in maniera colorata e la luce esplose.
- Che fai Ennio tremi? - disse il Dio, aggiustandosi con una mano i capelli, spartiti da una riga ben pettinata.  – Ascoltami bene. Ora devo parlarmi d’amore…
Ennio svenne e il Dio fece appena in tempo a sorridere.

Ad Ennio sembrò che il viaggio di ritorno fosse durato un lampo, malgrado la stanchezza e i grossi sacchi di mandragore che si erano tirati dietro.
Era in uno stato di totale confusione, generato, soprattutto, da un fischio continuo che si espandeva e concentrava dentro il lato sinistro del cranio.
Appena fu in vista di Manduria, il suo cuore cominciò a battere alla rinfusa.
Gopheriskiritas ansimò, sgranò gli occhi, indicò il tempio che si raccoglieva su una collinetta. Ruttò.
Ennio si fermò. Si tolse dalle spalle il suo sacco e lo passò a Biaginikaras.
- Andate a portare voi i sacchi. Io devo parlare con Ginettizidia - sbuffò Ennio.
Si aggiustò la tunica e, con un passo che voleva essere deciso, si diresse verso la scalinata del tempio. Fece gli scalini due alla volta e si ritrovò sotto un architrave, in mezzo al quale svettava, quasi luminosa, l’immagine di due anelli schiacciati, incastrati tra loro.
- Vorrei parlare con una Ginettizidia!!! - cominciò ad urlare.
- Con quale? - lo interrogò una figura in ombra che procedeva lentamente verso di lui.
Ennio si mise a contemplarla. La vide uscire dall’architrave. Il sole illuminò la sua lunga chioma bionda. Sul viso della donna si aprì un largo, bianco sorriso.
- Ma tu sei Quarto Ennio? - gli domandò la sacerdotessa, soppesandolo con gli occhi.
- Quarto era mio padre. Io sono Quinto.
- Ci avrei giurato! Stesso naso! - cominciò a gongolare Ginettizidia. Poi sospirò. - Eh, il naso degli Ennio!
La donna gli sorrise e sparì nuovamente nel buio oltre l’architrave, per riuscirne subito dopo.
- Mi volevi? - disse la donna, con voce grave.
- Sei la saggia?
- Sono la saggia.
Ennio si perse in una pausa. Poi trovò il coraggio di parlare.
- Ho visto il Padre di Tutte Le Cose!
Gonfiò il petto. Ginettizidia glielo guardò e dovette trattenere una risata. Cominciò a girargli attorno.
- E il nonno no?
- Non sto scherzando - disse Ennio con un tono serissimo. - l’ho visto davvero.
- Lo immagino. Non sei il primo
- Ma a me ha parlato
Ginettizidia prese a girargli attorno nel senso contrario.
- Ad altri ha cantato. E molto meglio di quanto sappia fare Biaginikaras… Quanta ne hai presa?
- Ma io…
- Molti hanno visto anche il nonno. È hanno visto l’infinito. E lo hanno visto dentro il finito. Ed il finito dentro l’infinito. Capisci quello che ti sto dicendo?
- No
- E allora perché ti crucci di una visione che non sai capire?
- Perché non è giusto… ce lo avete nascosto…
- Cosa ti abbiamo nascosto, se lo hai visto con i tuoi occhi?
-  Ma il popolo deve sapere
- C’è un tempo per tutto. E questo è il periodo adatto allo Specchio.
-  Lo Specchio?
- Altri direbbero del Pesce
- Non capisco
- È il Tempo Nero
Ennio si sentì fremere in tutti i nervi.
- Il popolo deve sapere! - urlò.
- Perché non vai a trovare la tua Dandettis? - gli consigliò la Saggia. Poi sorrise. - Ti sono sempre tanto piaciute le donne!

Ennio si sentiva offeso profondamente. La Ginettizidia non gli aveva dato nessuna risposta soddisfacente. Ed in più lo aveva trattato come uno che ama le donne. Cosa non del tutto vera. Anche se l’idea di andare da una Dandettis non era male.
Decise di andare da lei. Magari c’era anche il padre e la sorella e ci scappava una dolce, rigenerante mattinata d’amore.
Lei lo avrebbe capito. Le avrebbe raccontato tutto.
Fu in vista della casetta della ragazza. Spinse la porta di ingresso.
- Sono io! - urlò.
- Cmmiao! - rispose la ragazza senza togliersi di bocca l’enorme e peloso romano.
Ennio guardò in faccia il romano. Aveva un naso enorme. Ebbe un brutto pensiero su sua madre.
- Che guardi? - sbraitò il romano, puntandogli un gladio. Quindi gli sorrise e, sempre con il gladio, gli fece segno di avvicinarsi. Poi si guardò fra le gambe e si rivolse a Dandettis - tu continua.
Ennio, ma non sapeva perché, si sentì infastidito da tutta questa situazione e se ne andò via pensoso.
Se esiste un solo padre deve esistere anche un solo marito, pensò rapidamente.
Poi infilò, uno dietro l’altro una serie di riflessioni, che, per qualche motivo a lui stesso incomprensibile, tessevano un quadro perfetto e che contemplavano anche il fatto che le donne partoriranno con dolore, che l’uomo deve lavorare, e deve combattere. E che vincere!, vinceremo, giacché il nostro Padre, il Padre dei Messapi, ci guida.

Ennio arrivò alla conclusione che non era mai stato meglio in vita sua.
- Non è vero! - gli urlò una sua mano.
- Stai zitta! - si infuriò Ennio.
E concepì un pensiero che lo compiacque tantissimo. Se la tua mano ti dà scandalo, tagliatela.
Vide di lontano il mercato. Decise che avrebbe cominciato da lì.
Attraversò un corridoio aperto fra due fila di banconi carichi di pomodori. Pomodori verdi, rossi, lunghi, tondi, piccoli, grandi.
Pomodori a catafascio.
Sull’ultimo bancone, come al solito, Vitikaras, acciambellato su se stesso e dipinto di rosso, che provava ancora a farsi comprare da qualcuno come il più grosso pomodoro del mondo.
Ma pretendeva un prezzo tale che nessuno ci sarebbe mai caduto.
Un paio di nobili messapi - si sdegnò all’improvviso Ennio - stavano litigando con due soldati romani.
Smisero la lite e cominciarono a baciarsi.
Sopra il Sasso Alto, come tutte le mattine, Signorethas stava inutilmente delirando sulle glorie del grande passato iapigio ed era arrivato al punto in cui parlava di come gli iapigi avessero inventato la rasatura.
Ennio decise che Signorethas aveva fatto il suo tempo.
Gli si avvicinò e con un calcio lo buttò a terra. Signorethas sorrise e se ne andò via con il passo dell’oca innamorata.
- Messapi! – urlò Ennio, con voce nasale e stentorea. Calcò una pausa insensata. - È L’Ennio Nuovo che vi parla. Io vi porto una buona novella. Iddio non tollera più i tempi di questa ignoranza e annuncia ai messapi che, tutti e in ogni luogo, devono pentirsi.
Ennio guardò i suoi concittadini con aria grave. Erano tutti in silenzio. Poi vide sbucare anche Biaginikaras e Gopheriskiritas.
Biaginikaras gli sorrise. Ennio fece finta di nulla. Quindi Biaginikaras gli mostrò un pomodoro e glielo lanciò.
Cominciò la battaglia.
Ennio fu ricoperto. Con abile mossa si catapultò su un bancone e cominciò a lanciarne anche lui. Ogni tanto ci vuole una bella pomodorata. Si stava divertendo davvero. Giù, che la gente gli lanciava i pomodori, e lui dagli a di fendersi il meglio possibile.
Poi Gopheriskiritas lanciò un urlo, ed Ennio lo vide prendere in braccio Vitikaras e la quasi tonnellata pelosa dell’uomo gli fu addosso.
Provò un grosso dolore e fu allora che concepì che tutto questo non andava bene. Che il popolo è bue e che non si può parlare direttamente con esso.
Come il Padre guidava lui, lui avrebbe guidato il popolo.
Ma con astuzia.

Ennio, dopo essersi ripulito e vestito della sua migliore tunica, si presentò al Palazzo della Scimmia e chiese alle guardie di poter conferire con il re Imes Pagan Plarr, discendente del grande re Imes Plarr .
Le guardie squadrarono Ennio. Poi si persero in considerazioni troppo rapide per poterle ritenere nella coscienza e si ritrovarono ad osservare con stupore le grosse colonne del palazzo che si arrampicavano fino ad un immenso soffitto dorato.
- Scusa non ho capito la domanda! - disse un soldato ad Ennio.
- Fammi entrare.
- Perché non lo puoi fare da solo? Ti devo spingere?
Ennio non ci vide più e gli diede un morso sul collo. Dunque si diresse a passi marziali fino alla sala del re, dove, il re medesimo, sedeva assiso sul trono.
- Mio re - gridò Ennio.
Il re aprì gli occhi. Si sentì girare la testa. Sporse il viso oltre un bracciolo del seggio, e vomitò.
Ennio fece una smorfia di disgusto ed alcune fanciulle si misero a ridere. Fece segno loro di lasciarli soli e le donne ubbidirono. Ridendogli in faccia.
- Sono Quinto Ennio, figlio di Quarto, della nobile progenie del Re Messapo.
- Hai capiiiito?!! - disse Imes Pagan Plarr, alzandosi in piedi.
Si mise bello dritto. Levò un ginocchio in alto. Si portò il pollice al naso, tenendo sospeso tutto il braccio che partiva dal pollice in questione.
- Hai visto?! - esultò il re, rivolto ad una statua che rappresentava una scimmia incoronata.
- Re, vengo a portarti una novella che frutterà il Vino Nuovo.
- Meno male!
Ennio capì di dover cambiare strategia.
- I romani si prendono gioco di te.
- Sono fatti così. Hanno il complesso del naso grosso… che poi a me piace tanto.
Il re guardò fisso il naso di Ennio con un sorriso ebete.
Ennio decise di passare alle vie di fatto. Si avvicinò al re. Lo prese per il collo. Gli diede un colpetto sulla pancia. Il re aprì la bocca, Ennio cavò dalla cintura un grosso brano di mandragora e gliela infilò in bocca.
Il re sorrise. Poi sbiancò. Poi tremò. Quindi pianse e svenne.

Il re si riprese solo molte ore dopo. Aprì un occhio.
- Che è stato? - biascicò.
- Hai visto il Padre di Tutte le Cose - gli rispose Ennio.
- E chi è?
- Il Padre dei Messapi!
- Non ricordo.
- Pensaci bene. Ti ha detto che sarai un grande eroe.
- Allora era matto.
- Ha detto che il tuo popolo è in pericolo.
- Mmhh
- Che i fiumi di questa terra si seccheranno e verranno le piaghe…
- Sì… però.
- E le vigne si seccheranno.
- Questo no!
- Ora ti ricordi?
- Mi sembra.
- Sconfiggeremo i romani. Come hanno fatto i nostri padri.
- E come?
- E poi conquisteremo il mondo e il nostro Dio sarà adorato da tutte le genti.
- E…?
- E tu sarai un grande eroe.
Il re si assopì con un bel sorriso sul volto.

Ennio ed il re rimasero tre giorni e tre notti a parlare.
E pregarono e levarono le loro lodi al Dio.
Il quarto giorno il re uscì al sole e fece riunire il suo popolo e ad esso parlò.
Cominciò una nuova epoca.
Ennio dispose che le genti fossero allertate per i grandi fatti della nuova era. Ad ognuno fu dato il suo nome ben preciso e inequivocabile e il suo compito civile, pena la morte.
Alcuni furono scelti per la loro gagliardia e gli fu dato un grado e il suo compito militare.
E dispose che nessuno usasse la sua forza per uno scopo che non fosse la Patria.
Le strade di Manduria furono ripulite, cosicché lo spettacolo della pubblica orgia, della rissa e della molesta ubriachezza era nella città solo un triste ricordo.
Sul regno, finalmente, regnava la pace e la tranquillità
Ma non per la pace era fatta questa epoca. La macchina della guerra si preparava.
Roma si mosse contro Cartagine e Cartagine, eroica, rispondeva.
Ennio decise che i Messapi avrebbero avuto il loro ruolo nella storia. Come ai tempi della guerra contro Taranto.
Dispose che fossero prosciugate le paludi che stringevano a settentrione e ad oriente la città e che su quelle terre fossero ricostruite le mura, lì dove nel passato glorioso già una volta erano sorte.
Che tutti si addestrassero alle arti della guerra e che tenessero un regime alimentare sobrio. Furono vietate le bevande e il sesso sfrenato.
E l’uso della mandragora.
Il popolo perse la voce degli dei, che scomparirono con un piccolo sussulto. Ginettizidia, che aveva ingannato il popolo, con le sue donne, si rinchiuse nel tempio e si misero a far figli con alcuni traditori.
Ennio nel segreto del Palazzo della Scimmia bruciava le ultime scorte della Pianta Simpatica, che ora era detta La Grandiosa.
Attraverso di essa parlava il suo Dio. E lui provava a parlare per il suo Dio.
Tutto questo avveniva in un anno. Il muro fu costruito e alle porte di Manduria si avvicinava Annibale da un lato. I romani dall’altro.
La grande decisone andava presa. Ed Ennio, in cuor suo sapeva qual’era.  
Questo avveniva duecentotredici anni prima della nascita di Cristo, nel periodo in cui regnava su Manduria Imes Pagan Plarr, su Morkos il re Neriton e su Sybar il grande re Karas, millesettecentoun giri del sole da che la costellazione dei Cavalli generò il popolo dei messapi.

Ennio si svegliò urlando.
Si tastò l’addome. Trovò un punto che gli doleva particolarmente. Vi spinse contro un dito. Ma il dolore non si intimidì affatto. Anzi, pareva voler aumentare.
Si alzò dal letto.
Si sentiva in preda come ad una smania. Gli eventi si stavano accavallando l’uno sull’altro e tutto correva troppo in fretta.
Decise di fare una passeggiata. Si vestì ed uscì.
Il mercato stava aprendo i battenti. Il silenzio più austero. I mercanti disponevano sui banconi i pomodori, i cetrioli, le carote, la carne di cavallo, i polli e ogni ben di dio.
Un uomo trascinava a fatica un grosso sacco. Lo posò a terra, sbuffando. Alzò gli occhi e incrociò quelli di Ennio.
Sorrise in maniera stentata e si issò nuovamente il sacco sulle spalle.
Ennio passò davanti al banco di Vitikaras.
- Non sono un pomodoro… non sono un pomodoro! - si affrettò ad urlare l’omone.
Era tutto sudato.
Ennio decise di andare a trovare Biaginikaras. Aveva voglia di passare una giornata spensierata.
Avrebbe giurato di trovarlo a casa sua, steso sul letto, nel pieno della sua attività preferita. Dormire. Avrebbe unito l’utile al dilettevole.
Si sarebbe fatto cantare qualcosa e, in più, avrebbe cercato di convincerlo a comporre un inno messapico per incoraggiare la sua gente.
Si affacciò allo stretto uscio della casa dell’amico.
- Sono io!
Nessuna risposta.
- Ho detto che sono io!
- Brrreeemh! - urlò qualcuno.
Poi Ennio vide rotolare una enorme palla pelosa. La palla pelosa si erse in piedi e gli fu addosso.
- Sono Ennio!
- Adesso mi sembra di ricordare! - disse, ma poco convinto, Gopheriskiritas.
- Perché stai qui? - gli chiese Ennio.
- Perché ci stai tu! Questa è casa mia!
- Sei il solito pazzo. Questa è casa di Biaginikaras.
- Il pazzo sei tu! Chi sarebbe questo Biaginikaras?
- Non scherzare.
- Ti sembra che uno possa scherzare a quest’ora del mattino?
- Non ti ricordi?
- Io non ti capisco proprio.
- Pensaci bene.
- Pensaci tu… perché non andiamo a bere?
- Lo sai che è vietato! - lo provocò Ennio, per vedere dove sarebbe andato a parare.
- C’è un posto che Ennio non conosce. Andiamo.

Ennio e Gopheriskiritas bussarono ad un piccolo uscio. Gli aprì una donna anziana. La donna spallidì. Poi fece loro segno di seguirla. Scesero delle scale e si ritrovarono in una sorta di grotta, stipata di uomini e donne che sembravano darsi ad una allegra baldoria.
Ammutolirono tutti.
- Portami quello buono! - ordinò Gopheriskiritas alla  vecchia.
La vecchia si inchinò e corse dietro il bancone.
- Che facciamo? - chiese a suo marito.
- Forse oggi Ennio non è Ennio. E comunque conviene assecondarlo - balbettò l’uomo.
Ennio si servì una grossa tazza di vino. Si alzò in piedi. Gli era venuto in mente di fare un brindisi. Tutti si strinsero al muro.
Un tipo si cacciò sotto un tavolino.
- È scoccata l’ora fatale, Gopheriskiritas.
- È un problema tuo.
- Annibale è alle porte e noi lo accoglieremo come alleato.
- Mi fa piacere per te.
- È per il popolo!
- Infatti guarda come è felice!
- Meglio infelice, che schiavo di Roma.
- Bevi e non ci pensare, almeno per oggi.
- Sei sicuro di non ricordare Biaginikaras?
- Sei già ubriaco?
All’improvviso nel locale si levò un brusio. Tutti i clienti della bettola stavano facendo segno di no a qualcuno che stava entrando.
Ennio si voltò.
- Ecco il vostro re! - urlò Imes Pagan Plarr.
Poi il re levò le braccia in alto platealmente, barcollò e cadde a terra.

Era stata una notte febbricitante. Ennio aveva riunito tutto lo Stato Maggiore del suo esercito e la corte.
Li aveva istruiti sul da farsi e sul comportamento da tenere. Alla fine si era concluso che avrebbe parlato solo lui.
Il re, per fortuna, si era rotto una gamba e la gran cerimonia di accoglienza non rischiava di essere rovinata da quell’ubriacone.
All’alba le truppe di Annibale furono in vista ed Ennio, alla testa di alcuni generali e dignitari di corte, si fece incontro al suo nuovo alleato.
Gli elefanti di Annibale furono schierati ordinatamente.
Fra le file dei messapi si levò un brusio.
- Come gli iapigi, i primi domatori degli elefanti! - commentò, soddisfatto, il generale Signorethas.
Un uomo dalla pelle scura, un uomo possente ed enorme, si fece avanti, comparendo fra la schiera degli elefanti.
Il brusio dei messapi aumentò.
- Ma è nero come il pozzo di Rudiae! - gridò qualcuno.
Ennio fece un segno a Gopheriskiritas, che si avvicinò all’uomo che aveva gridato. Lo tramortì con un franco calcio fra le gambe.
- Io ti accolgo valoroso generale! - gridò solennemente Ennio.
- Ed io accetto la tua accoglienza! - rispose Annibale.
I messapi scesero di cavallo e gli africani sbucarono da ogni parte. Tutti presero ad abbracciarsi e baciarsi.
Gopheriskiritas, avvinghiato alla proboscide di un elefante, non smetteva di urlare di gioia.
Fu aperta la porta di Mandria, e le truppe di tutt’e due le nazioni entrarono trionfalmente nella città. I soldati cominciarono a perdersi per le viuzze.
- Le mie truppe solo altamente determinate! - disse Annibale, guardando il cielo.
- Le mie non sono da meno -  si vantò Ennio, osservando un soldato africano che stava strisciando ubriaco a terra.
- Oggi festeggeremo. Questa notte ci riuniremo per stabilire una strategia - con la sua voce tagliente, Annibale.
- Grazie al mio stato maggiore…
Si levarono delle urla. Stava esplodendo una piccola rissa fra Messapi e Cartaginesi.
- Scusami prode Ennio… -  disse all’improvviso Annibale e sparì.
Ennio si voltò e rivoltò per capire dove e come aveva fatto a dileguarsi così velocemente. Si diresse verso i suoi.
Era il caso di disciplinarli.
Acciuffò per i capelli Gopheriskiritas che si stava scalmanando e gli sottrasse dalle mani un grosso africano.
- Perché picchi un tuo fratello!? - lo rimproverò.
- Lascia stare. Scherzavamo! - si mise a ridere l’africano. - Piuttosto dicevi che con il tuo stato maggiore…
- Come?... - sbigottì Ennio.
- Sei grande Annibale! - disse un grosso cartaginese che passava di lì.
- Ma tu sei Annibale? - gli chiese Ennio, confusissimo.
L’uomo non assomigliava affatto a quello che, pochi minuti prima, aveva accolto come valoroso duce dei punici.
- Sì! - gli rispose l’uomo. Poi si voltò verso Gopheriskiritas e lo picchiò.
- Possiamo continuare. Ero andato un attimo a pisciare - lo richiamò una voce.
Un uomo nero, di estrema bassezza, gli si era parato davanti. Ennio avrebbe voluto urlare.
- Organizziamoci. Dico solo or-ga-niz-zia-mo-ci!
Tutti si azzittirono.
- Chi è il valoroso Annibale, il duce che affrontò le alte montagne per punire nella loro superbia i romani?
Almeno una decina di uomini fecero un passo avanti.
Ennio si sentì crollare addosso il senso della disfatta. Si sentiva confuso. Vide gli Annibali parlare tutti insieme. Ennio fece un inchino e sentì che stava indietreggiando, che si voltava e che cominciava a camminare, a camminare, a camminare finché non si accorse che erano ore che peregrinava attorno al muro.
Si fermò colpito da un’immagine che non riusciva a fermare nella sua testa.
Si concentrò.
Una grossa falla si apriva su un costolone delle mura. Le sue mura.
Si avvicinò.
Ai piedi del costolone si stava aprendo una falda d’acqua. Si inchinò e vide la sua immagine riflessa.
Uno spropositato nasone sbucò in mezzo alla melma della grossa pozzanghera. Il suo grosso nasone da romano.
Ne provò orrore.  
I Messapi avrebbero perso. I Cartaginesi avrebbero perso. Chiunque si fosse messo contro Roma avrebbe perso.
Ennio provò vera disperazione al pensiero di perdere e, poi, si sentì spingere con violenza da un lato e ruzzolò.
Una lunga, rugosa proboscide si infilò nella pozza e ne aspirò tutta l’acqua.
Poi l’elefanti barrì, girò su se stesso e il suo immenso posteriore colpì il costolone fallato del muro, che si sbriciolò come un canestro di grano.
Ennio alzò gli occhi sul mostro.
- Gopheriskiritas! Scendi subito dall’elefante.
- Perché?
- Ce ne andiamo!
- Io no!
- Ti ho detto di scendere!
- Mi dispiace Ennio, amico mio, io sto con gli elefanti!
Ennio sputò a terra e se ne andò via seguendo un punto nell’orizzonte. Gli veniva da piangere.

Quinto Ennio è considerato uno dei primi  e più importanti poeti latini.
Era chiamato il poeta soldato.
Scrisse per esaltare la potenza romana, consacrando ad essa le grazia delle Muse greche e la forza delle visione osche.  
Scrisse anche un poemetto licenzioso, Sota, forse ispirato alla sua vecchia amica Dandettis.
Dicono che giunse, in una fredda alba, a Roma e che si arruolò per combattere in Sardegna.
Fu valoroso e coraggioso e si meritò la stima di Catone, che lo introdusse nel mondo culturale latino.
La sua vita fu coronata da ogni successo, giacché era un uomo il cui solo pensiero di perdere pareva abbatterlo nella più profonda disperazione.
Disse di lui Gellio che per tutta la vita visse con tre cuori, uno latino, uno greco, uno osco.
Questo glielo aveva detto Ennio stesso, ma Gellio doveva aver frainteso.
Biaginikaras era un cuore, e Gopheriskiritas era l’altro.
Il terzo era Ennio, e tutti questi eventi sono avvenuti in un tempo che ormai si perde nella notte della storia.

Massimiliano Di Mino, Pier Paolo Di Mino, Marco Saura