Molokai, o dei lebbrosi - Gianluca Cataldo

«Le isole nascondono spesso grande miseria, ma non tutte volontaria e ignobile». Aggiungiamo noi che la verità che le riguarda non sempre è degna di questo nome, e che a volte si fanno bastare la verosimiglianza; altre, addirittura, la bugia. Così, se l'iguanuccia di Anna Maria Ortese, tanto cara a Daddo, conservava pietre che scambiava per preziosi da seppellire, noi collezioniamo isole, che sono pietre grosse, a volte misere a volte no, ma mai noiose.

Coordinate odierne: 21°08′N 157°02′W. Molokai.


Bill Holm scrive che Molokai ha una geografia che la rende una specie di piccolo continente compatto: montagne, praterie, stagni, valli, foreste tropicali, scogliere. D'altra parte, distante da tutto, al centro delle Hawaii e nel bel mezzo dell'Oceano Pacifico, l'idea dell'autosufficienza è più un obbligo che una scelta letteraria e, in effetti, Molokai non si fa mancare niente, neanche una penisola nell'isola – più un callo in verità – dal nome Kalaupapa, che guarda a nord e dove Re Kamehameha V, nel 1866, decide di confinare chiunque sviluppi i sintomi del morbo di Hansen, meglio noto a tutti come lebbra.
Ma prima bisogna fare un passo indietro.

Siamo abituati a pensare, da ligi occidentali, che se un posto non esiste sulle mappe, sulle nostre mappe, allora non è ancora stato scoperto. Ma una scoperta, lungi dal disvelare qualcosa che non esiste, provvede più a mischiare due ignoti, quello dello scoperto e quello dello scopritore (ovviamente ruoli interscambiabili), a volte con sorprendenti interazioni, più spesso, e più banalmente, con prevedibili conseguenze sanitarie: vaiolo, sifilide, colera; e l'alcool, che per molti – nativi e nativi d'altrove – da piacevole, può diventare un'abitudine canaglia.
La data è il 1778, e in quell'anno le possibilità si manifestano entrambe. L'esploratore britannico James Cook scopre le Hawaii recando in dono malattie fino a quel momento inesistenti, e i nativi, qualche tempo dopo, nel 1779, quando Cook ritorna giusto nel periodo della cerimonia del Makahiki, credendolo il dio Lono venuto dal mare, prima lo accolgono come una divinità e poi, come una divinità, lo sacrificano.

Corollario delle scoperte è, per l'appunto, l'incontro di religioni. Più spesso uno scontro, che da occidentali ancora ligi – non si cambia in così poco – non ci stupiamo di veder terminare quasi sempre, in qualche anno, con la vittoriosa supremazia del cristianesimo, in una o più delle sue innumerevoli sfaccettature. Malattie e vizi importati vengono dunque letti secondo morale o, come nel caso del morbo di Hansen, in chiave utilitaristica.
Gerhard Henrik Armauer Hansen è un medico norvegese, dermatologo, che esattamente in quegli anni sta studiando la malattia. Ma finché nel 1973 non isolerà il batterio Mycobacterium leprae identificandolo come l'agente patogeno, nel mondo è conosciuta come lebbra, dal verbo greco “squamare”, ed è parola che spaventa. Dopo un'incubazione incerta, lunghissima, prima arriva la confusione di sintomi generici, poi piaghe, ulcere, cancrene, infine si muore deperiti e con gli organi a pezzi.
Le autorità hawaiane, laiche e religiose, dinanzi a tutto questo privano l'ospite delle proprietà, della famiglia, celebrano una messa d'addio e iniziano a parlarne al passato. Che fare a questo punto del fu? Il fu è una contraddizione logica, insanabile, e di sicuro, giàmorto, incurabile.

Un'altra data, l'abbiamo citata più su, è il 1866.
Europeizzato abbastanza, Re Kamehameha V deve aver pensato che come un posto che non esiste nelle mappe è celato all'uomo, così, per un processo simile e inverso, nascondere un uomo, confinandolo, equivale a eliminarlo dalla mappa della società. E con lui cancellare l'eventuale carico simbolico che si porta addosso: il folle la follia, il malato la malattia.
O forse siamo troppo generosi.
I nostri governanti, spesso, ci appaiono più lungimiranti di quanto in verità non siano, li immaginiamo assorti e sofferenti a ponderare le loro decisioni – declamate poi nelle metriche scialbe di leggi e decreti – per il nostro bene, o, con lo stesso voto di fiducia, attribuiamo loro un'arguzia machiavellica che, il più delle volte, è solo posticcia. In entrambi i casi opportunismo: profittare di un'imprevista conseguenza repressiva di una scelta sensata, o sfruttare una situazione sorprendentemente favorevole per la collettività attribuendosene il merito. Difatti, come confinare un'intera popolazione isola (con il rischio – per i governi occasione – che i rapporti sociali si smaglino e che ogni conflitto si sedi naturalmente) così, concentrare i lebbrosi, in un luogo che non esiste per gli altri, può avere l'inaspettato corollario di creare una nuova comunità, che si autoregola, sostiene, che unita affronta la malattia e, se mai dovesse esserci, il dopo.

L'unica cosa certa, in ogni caso, sono i metodi spicci dell'istituzione. Kalaupapa è circondata da quella natura che abbiamo visto simile a un intero continente; vi avessero costruito un fortino avremmo detto “protetta”, ma quale fortino protegge l'isola da se stesso e non da attacchi esterni,  sfruttando da un lato l'altezza di una scogliera a precipizio sul mare e dall'altro montagne e foreste ancora oggi, per molti tratti, vergini. Kalaupapa è quindi il posto perfetto per un lebbrosario, circondato – anzi tumulato – da questa natura. I fu vengono abbandonati in mare davanti alle più alte scogliere dell'arcipelago, perché non possano neanche essere sfiorati dall'idea di tornare indietro, di sfidare la morte civile che li ha già seppelliti e rischiare il contagio. Parola mostruosa, che nella bocca spaccata di un lebbroso fa ancora più paura. Chi si salva dal mare trova una frazione d'umanità senza più regole, vale a dire una comunità che può ripartire da nuove regole.

Un'ultima data: 1873. In quest'anno, tal padre Damien, belga di Tremeloo, prende servizio a Kalaupapa.
Non intendiamo tessere le lodi né essere biografi del religioso, né prendere le sue difese contro gli attacchi ricevuti da altri ecclesiastici (a farlo ci ha già pensato Stevenson, malato privilegiato – tubercolotico, poteva viaggiare alla ricerca del clima migliore – ma pur sempre malato). Qui ci preme raccontare altro.
Il lebbroso non tocca e non può essere toccato, quindi è un fantasma, non esiste. Può essere visto, certo, ma spesso viene notato solo per essere segnalato, la delazione si fa prevenzione e può anche bastare il dubbio, un sintomo lieve, come ragadi sulle nocche. Padre Damien ha il merito angolare di rompere il tabù, tocca ciò che non esiste riportandolo al mondo sensibile; non una resurrezione ma un ritorno. Adesso, non prima, i lebbrosi sono a un bivio e possono decidere della loro vita. Quale comunità edificheranno non è scelta secondaria, ovvio, ma è meno importante del tentarlo.
 
Nel 1969 (un'altra data, ci spiace) la quarantena di Kalaupapa cessa. Centotré anni è durata, ma immaginandola eterna – e per loro lo è, un lebbroso sarà lebbroso per sempre – i malati non hanno perso tempo a organizzare la comunità in cui intendevano vivere, costruendo edifici, posando tubazioni per l'acqua corrente, dando sepoltura ai compagni morti e accogliendo tutti, perché non si può discriminare quando la malattia non lo fa. Addirittura tirano su un coro e un orchestra, con tanto di direttore cieco. Poi arriva il 1969, e in quell'anno – che da occidentali riconduciamo a un solo evento mondiale – alcuni se non molti, ne siamo certi, avranno preferito restare: all'isolamento ci si abitua, fino a temerne la fine.
Nel 1980 l'intera zona diventa parco storico, e la natura che arginava è adesso attrazione, come il lebbrosario e l'intera cittadina. Oggi Molokai ha campi da golf, statue di Damien nei sagrati di chiese da lui fatte costruire, spiagge incantevoli, e rischia lo stesso turismo che è toccato in sorte al resto dell'arcipelago, ma continua a essere l'isola dei lebbrosi, con tutti i suoi moniti e insegnamenti confinati tra le montagne e le scogliere, neanche fossero una malattia.


Gianluca Cataldo
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