L'isola perduta, o nascosta - Gianluca Cataldo

«Le isole nascondono spesso grande miseria, ma non tutte volontaria e ignobile». Aggiungiamo noi che la verità che le riguarda non sempre è degna di questo nome, e che a volte si fanno bastare la verosimiglianza; altre, addirittura, la bugia. Così, se l'iguanuccia di Anna Maria Ortese, tanto cara a Daddo, conservava pietre che scambiava per preziosi da seppellire, noi collezioniamo isole, che sono pietre grosse, a volte misere a volte no, ma mai noiose.

Coordinate odierne: sconosciute. Isola perduta, o nascosta.


Un miraggio viene definito come un «fenomeno ottico atmosferico per cui, in particolari condizioni, a un oggetto lontano appare associata una sua immagine speculare». Quindi, quello che vediamo stremati, per mare o per terra, temendo che non esista ma sperando il contrario, a ben vedere, esiste.
Ora, se Ibn Wasīf Šāh, nel suo Compendio delle meraviglie, per bocca di Angelo Arioli ci racconta di un'isola dalle case bianche che si allontana più ci si avvicina, Melville, nascosto dietro al miraggio di uno pseudonimo, ribalta la prospettiva, e nello spiegare la confusione delle prime carte nautiche sulle Encantadas, o Galapagos, propone una realtà altrettanto incredibile: a muoversi non sono le isole ma le navi. Sembra lapalissiano, d'accordo, ma non deve essere parso tale a quei marinai che, in balia delle fortissime correnti dei mari del Sud, nonostante fossero all'ancora, dissipata la nebbia che aveva avvolto il loro veliero si sono ritrovati al porto di partenza.
Se l'efficacia di un miraggio si valuta dunque sulla capacità di tenerci distanti da un luogo, che a spostarci siamo noi o il luogo poco importa. Ma se il luogo scompare e riappare, o sembra nascondersi scherzandoci, la cosa si fa meno lineare.

Così devono averla pensata pure gli spagnoli quando a Evora, il 4 giungo 1519, nel trattato di pace che segna la rinuncia del Portogallo alle Canarie, fanno inserire a Re Manuel I o venturoso anche l'isola «Non Trubada o Encubierta», nella certezza che prima o poi, sicuramente, avrebbe avuto una sua collocazione definitiva nelle mappe della corona di Spagna. D'altra parte il problema delle isole inesistenti non riguarda solo gli spagnoli, né riguarderà solo il XVI secolo. A volte, nella foga di restituire credibilità alle carte nautiche, vengono espunte persino isole, per così dire, reali, ed è addirittura del 2012 la scoperta all'incontrario dell'inesistenza di Sandy Island, non nel Mar dei coralli.
Ma l'ottava isola dell'arcipelago al largo del Marocco, tuttavia, è affatto particolare. In pochi possono dire di averla vista. Di sicuro può l'abate irlandese del VI secolo san Brandano – durante i suoi viaggi alla ricerca del paradiso terrestre narrati nel Navigatio sancti Brandani – e prima il monaco Barindo, che nel descrivergli l'isola, da lui già visitata, solletica la superbia dell'abate che con diciassette compagni salpa alla ricerca della terra promessa, un'isola di cui non si scorge la fine, dove non crescono piante senza fiori e alberi senza frutti, e dove quindici giorni valgono come un anno, senza sonno né notte. Una terra promessa ai beati, ma che san Brandano deve sudarsi. Naviga tra scogliere rocciose senza approdo, terre disabitate, scontri tra immani bestie, e persino un'isola che si scopre essere il gigantesco pesce Giasconio, ridestato dal fuocherello acceso sul suo dorso e costretto, per morderla, a cercare la sua pinna posteriore senza mai riuscire a raggiungerla. Finalmente, quando è ormai prossima la fine del settimo anno di navigazione, una scura caligine circonda l'imbarcazione, e la loro guida, il benefattore dell'isola degli uccelli, avverte i frati che attraverso il Mar Tenebroso sono ormai giunti a destinazione. Quella nebbia avvolge l'isola che cercano e, quando si dissolve, una luce accecante sorprende le lacrime dell'abate, e dietro di essa fiori, alberi colmi di frutti e nessuna notte. Tuttavia, neppure il tempo di esplorare spiagge e colline che un giovane avverte gli avventurieri – dopo sette anni sono più uomini di mare che di chiesa – che è già ora di andare. E per Brandano, una volta tornato a casa, di morire. Così avviene, e se in seguito l'isola, come il santo, sparisce, non è però detto che, come lui, debba farlo per sempre.

Agli occhi del chierico, calmo e in grazia di Dio davanti a eventi che avrebbero scosso i più audaci, si era presentata come la più amena e fertile di tutte le terre; Marcos Verde, invece, un povero diavolo di Tenerife, riferisce all'inquisitore Pedro Ortiz de Funes, nel 1570, di un'isola «eternamente nueva […] que violaba siempre los sagrados derechos de la hospitalidad». D'altra parte per gli aborigeni guanci e per i canarii, nel tempo, è diventata quasi un'ossessione, ora la scorgono ora l'anelano, e non tutti possono vantare Dio dalla loro parte. Sanno che è là, non riescono a fare a meno di crederlo, perché ormai la leggenda si è fatta memoria, e i ricordi si sono inseguiti con tanta foga da essersi raggiunti.
«Guarda, oggi c'è», dice un uomo a un amico, «Ma tanto nel pomeriggio si sfuma, e sparisce».
«Già, come mio padre quand'ero bambino...» gli risponde l'altro, che nota quel prodigio geografico con la stessa indolenza con cui, da piccolo, osservava il padre andare e venire da casa, come un'onda.
«Ci si abitua a tutto, vecchio mio...», aggiunge poi alzandosi a fatica da una sedia di vimini.
Iberica pigrizia, si dirà, ma non tutti reagiscono così a quell'inganno, e alcuni non vogliono lasciare a un irlandese il privilegio di aver visitato, seppure per poco, la “terra repromissionis sanctorum”.

José de Vieira y Clavijo, nel suo Noticias de la historia general de las islas Canarias, riporta ben quattro spedizioni alla ricerca dell'isola nascosta che, diversa dalle descrizioni ormai datate dell'abate, nelle sue ultime apparizioni si presenta sì piccola, ma di sicuro inadatta a scomparire alla vista, considerati i due enormi promontori che le danno un aspetto biforcuto (confermato più avanti persino da un disegno del 1759). Forti di questa intuitiva certezza, nel 1526, Fernando de Troya e Fernando Alvarez partono salutati da pochi amici. Al momento di stringersi la mano c'è qualche imbarazzo, perché la loro barchetta, che galleggia incerta su un molo defilato, sembra inadatta alla scoperta di un'isola tanto famosa, mentre negli occhi dei due c'è addirittura la sicurezza che, al ben più famoso porto di Palos de la Frontera, doveva scorgersi anche in quelli di Colombo (che tra l'altro alle Canarie farà scalo per un mese). Ma se il navigatore italiano si sbagliò sulla meta della propria esplorazione, però qualcosa scoprì, i due canarii, in ritardo di secoli sul più noto abate, tornano senza trovare niente, se non, per via di una persistente nebbia, qualche dubbio sui propri sensi.
Di tutt'altra pretesa la spedizione organizzata dal dottor Hernan Perez de Grado, che nel 1570, dopo che l'isola si è capricciosamente più volte mostrata nel corso degli ultimi quarantaquattro anni, raduna i migliori e più talentuosi osservatori di La Palma, El Hierro, La Gomera, e suffragato dalle testimonianze di ben cento uomini, raccolte dall'attento governatore di El Hierro Alonso de Espinosa – più tre a La Palma e una a Tenerife (quella di Marco Verde all'inquisitore) – affida la temeraria piccola flotta a Fernando de Villalobos, integerrimo reggente e depositario generale di La Palma, il quale, onorato, fa rotta a Nord-Ovest di El Hierro, sottovento alla sua isola, per non scovare assolutamente nulla!
Passano altri trentaquattro anni e a fallire, questa volta, sono un esperto navigatore e il frate francescano Lorenzo Pinedo, che prima di salpare si rivolge al compagno e dice: «Se Dio ha guidato san Brandano verso la terra promessa, non vedo perché debba far disparità tra i suoi figli?». Peccato che la ciurma a loro disposizione non abbia voglia di restare in mare per sette anni, e che all'avventura preferisca la preghiera.
La loro disfatta segna il declino dei viaggi alla ricerca dell'isola nascosta, e bisognerà aspettare il 1721, anno avaro di cibo, perché gli animi si fomentino nuovamente e gli occhi tornino a essere ingannati. I viveri mancano in tutta la provincia, e il miraggio di una terra florida e generosa di risorse pungola la vanità del Capitano Generale delle Canarie Don Juan de Mur y Aguerre, che riempie le sue navi di chierici – tanto per essere sicuro – ma non ha miglior sorte dei suoi predecessori. L'isola resta «Non Trubada o Encubierta».

I fondali delle Canarie ospitano oggi le sculture di Jason deCaires Taylor, la sua zattera. Un tempo, proprio come quei migranti scolpiti sott'acqua, chi ci arrivava ci restava a morire, dato che non c'erano venti per fare ritorno al Mediterraneo. Erano i confini occidentali dell'oikoumenē, del mondo allora conosciuto, ma un limite talmente bello che Esiodo, nel suo Le opere e i giorni, lo descrive come la culla di eroi felici, cui la terra offre i suoi dolci frutti tre volte l'anno. Facile pensare che lì, protetto da altre sette isole, si celi il paradiso terrestre, che tuttavia rimane irraggiungibile o, peggio, scappa e si nasconde, mentre l'inferno, che per ognuno di noi dura sette volte sette anni, resta sempre in vista sotto il nostro naso.
Forse perché se è folle – e lo è – credere al paradiso in Terra, è un vero e proprio azzardo cercare di piantarvi sopra una bandiera, e forse, ma restiamo nel novero delle possibilità, la miglior descrizione dell'isola l'ha data lo stesso José de Vieira y Clavijo, al quale scappa di chiamarla, dopo il fallimento della terza spedizione, Isla Duende. «Incanto misterioso e ineffabile» l'ha definito un poeta andaluso, ma noi sappiamo che duende è termine intraducibile, e più che un miraggio ci suggerisce una malinconia, che è nostalgia di ciò che mai si è vissuto, e che forse, fortunatamente, neanche esiste.


Gianluca Cataldo
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