Un antico proverbio Tuareg afferma che Dio creò il deserto affinché l’uomo potesse specchiarcisi dentro e parlare con la propria anima, riflettersi nel nulla e creare a sua volta. Sempre l’antico popolo ci sconsiglia di raggiungere un pozzo nei deserti sprovvisti di un secchio e ci esorta a interrogare sempre le proprie visioni. Piegato in un lago di luce, la prima creatura che affossava i suoi passi nella sabbia sentì la mancanza di qualcosa che non aveva mai conosciuto, fu così che cominciò a creare. Tutto sembra ebbe inizio impastando polvere del deserto, dai miti di creazione a quelli di fondazione, a seguire le impronte ci ritroveremo in queste vastissime lande bruciate dal sole.

“Vincenza Cinquemani, nativa della Terra di Canicattì, Diocesi di Girgenti, di anni 60, come Sortilega, e Fattucchiera abiurò de levi*. Fu castigata con la pubblica vergogna per le strade di Palermo senza sferzate in riguardo alla sua età, e con la carcerazione per cinque anni nelle Carceri del S. Uffizio”.

 

Premessa
Penso che, prima di tutto, sia necessario sapere questo, che nella fisiologia degli antichi era data per scontata l’esistenza di una vena che partiva dal tallone e arrivava ai testicoli: una vena molto importante, perché senza di essa non era possibile l’amore. Parlo, chiaramente, dell’amore vero, quello che, secondo Saffo, ti fa diventare pallido e verde e soffrire di gelosia e smania; quello che, osserva Platone, ti fa sempre sentire manchevole e ti riduce alla migliore follia; quell’amore che ha fatto esclamare al poeta e mistico Ikkyu, raggiunto il culmine della sua illuminazione: “non esitare, lasciati scopare, è saggezza stare senza far niente, salmodiando che merda!” Cito il grande maestro orientale per suggerire che questo amore è quello che davvero riguarda tutti. Anzi, che riguarda tutto il mondo, altro non essendo il mondo che il frutto del desiderio realizzato di ogni elemento di unirsi e dividersi con l’altro come in una bella sfrenata sudata battaglia d’amore: ed è per questo che chiamiamo il creato mondo, per dire che è mondo, cioè bello, come ogni cosa nata dal vero amore.

Nella cabina, in cima alla scala di ferro coperta di sputi, Pepin, apre di tanto in tanto la bocca, e dalla bocca emergono le parole anche quelle coperte di sputi, e nel frattempo rigira tra le mani un coccio di mattone rosso, lo pulisce con le dita dalla polvere. «È il pezzo di un’anfora decorata. l’ho trovato in magazzino, in mezzo alle bottiglie, dove teniamo quei materassi ammuffiti. Era sul fondo della cassa delle maschere tragiche, in mezzo alle monete turche, a quelle russe, alle biglie e ai bulloni, e le monete battevano come i denti delle maschere mentre frugavo tra le espressioni di legno».

coriolano

«Che c'è di nuovo, sediziose canaglie, che grattando la triste rogna delle vostre opinioni, vi coprite di pustole?»
Coriolano (I, 1), Shakespeare

Le pietre formano un cumulo nelle crepe della caverna. Le vene della caverna sono state scavate nel tempo da sudore diventato polvere. C'erano sudiciume e zanzare e afrore di uomini dalla pelle scura e odore di barbe cresciute al buio e suono di pietre lanciate nelle crepe profonde.

Una bicicletta è per sempre, come un diamante.
Questo ha dovuto pensare Alfonsina Morini quando, nel 1915, riceveva come regalo di nozze dal suo fidanzato, prossimo ad essere il di lei marito, Luigi Strada, una bicicletta da uomo, di quelle col manubrio basso e il sellino alto e la canna in mezzo cui attaccare la borraccia di acqua; una di quelle per correre in strada, insomma, a schiena curva. Luigi faceva il cesellatore e l’andava a vedere correre a Milano dove lui viveva e dove lei s’era trasferita da signorina dopo aver stabilito il record di velocità femminile, imbattuto da otto anni, e dopo aver vinto 15 lire come premio al termine dell’ennesima gara.