L’uomo ha una foresta nel nome: una quercia maggiore millenaria e una leggenda. Si è occupato di vernici, ha scritto lettere da Cuba durante una guerra, ha bevuto birre in un chiosco a Chicago per ore e ha parlato di come dovrebbe essere la vita senza il lavoro con tedeschi, irlandesi, inglesi e polacchi: nelle notti trascorse sui tavoli hanno discusso su quanto sia difficile scrivere e dipingere con una mano sul pomello della porta, sperando che i bambini non si sveglino, implorando tua moglie per un’ora di silenzio, dichiarandosi vinti ogni volta che una preghiera muta si rivelava irrealizzabile, ogni volta che un sorso di vino o una pinta di birra in più li spingeva ad urlare e a fare della lingua un ponte per trasportare la rabbia che li nutriva nei sogni, quando si vedevano chiusi nelle bolle di sapone trasparente, in volo su città inesistenti ma simili alle loro minuscole province, dove le case perdevano pezzi se non li ricucivi e dove i bambini piangevano se non li cullavi.

In attesa dell’uscita di Un giorno triste così felice. Sócrates , viaggio nella vita di un rivoluzionario (66thand2nd) di Lorenzo Iervolino, un omaggio a Sócrates Brasileiro, calciatore, medico, rivoluzionario: cittadino onorario della nazione degli eterni.

Fernando Kaxassa ha i capelli corti, la camicia fuori dai pantaloni, il viso segnato da una notte ristretta dalle riunioni – mi dice – e dagli appuntamenti del primo mattino. Da più di mezz’ora siamo appoggiati al bancone del bar all’ingresso del cinema Cauím, ma solo adesso ho l’impressione che da molto tempo, forse, nessuno lo costringa a ricordare, a tornare indietro, a grattare la superficie ruvida del dolore. Io e Salua lo stiamo ad ascoltare, nascosti in quello che era il loro angolo preferito, dove si rintanavano per parlare di tutto tranne che di calcio. Proprio lì, appoggiati su quel bancone costruito all’altezza giusta per arrivare al gomito di Sócrates, perché così lui poteva bere come gli piaceva, in piedi, e parlare con la gente.

Gaspare Bivona, maestro d'ascia, nacque e crebbe alla Kalsa: l'eletta, la chiamavano gli arabi. Alla Kalsa si parlava il dialetto dei marinai e dei pescatori, aspirando la prima sillaba a ogni parola. L'Ausa era il quartiere, gli ausitani i suoi abitanti. 
Come Gaspare Bivona mise in salvo la vita, dopo la rivolta della Gancia, era cosa da non credere e a pensarci veniva da sorridere, ma fu in quel momento che egli ebbe la consapevolezza di chi sapeva di essere nel giusto, capì che un'epoca stava per concludersi e che il Regno delle Due Sicilie era destinato a scomparire. Era inutile resistere, inutile inasprire le pene, inutile mettere in fila uomini, che bramavano libertà, dietro le sbarre di una galera o davanti un muro per essere fucilati. Avrebbero vinto comunque, era solo una questione di tempo, più che da ciechi, era da stolti non capirlo.

Dicono che Dio sia unico e solo e ci abbia creato in sette giorni dal nulla.

Lo dicono in molti, sebbene da sempre sono forse poche ma di rilievo le voci che nutrono al riguardo molte perplessità. I maestri neoplatonici, in particolare, ai loro tempi, vollero far notare ai cristiani, che cavalcarono la cosa con successo, che immaginarsi un Dio che aveva creato il mondo ex nihilo sarebbe stato qualcosa di indigesto da far mandare giù anche al più sprovveduto dei loro seguaci: come avrebbero spiegato ai loro fedeli cosa aveva fatto Dio per l’eternità precedente la creazione? E come poteva questa eternità tollerare di essere limitata da un evento?  Perché questo Dio si era deciso, proprio in un certo momento e non in un altro, a creare tutto il baraccone? Insomma, questo loro Dio, come faceva a essere ugualmente eterno e sottomesso al tempo, ineffabile e capriccioso? Non era l’invenzione di questo Dio un po’ troppo campata in aria e ben poco credibile anche per l’uomo più scemo del bene dell’intelletto?