Santi, eroi & scrittori - Baltasar Gracián y Morales

Baltasar Gracián y Morales (Belmonte de Calatayud, 8 gennaio 1601 – Tarazona, 6 dicembre 1658) – Scrittore

In un tempo in cui tutto il mondo conosciuto pareva andare in frantumi, Graciàn si accorse che non c’era niente di peggio che sottomettere il pensiero a chi non mostrava mai alcun dubbio o a chi imponeva regole e comandi con la finta urgenza di dover mostrare cosa fosse il meglio per tutti.

Cresciuto in fama e eloquenza nella Compagnia del Gesù, Graciàn non fu santo e non fu eroe. Piuttosto decise di diventare e rimanere scrittore. Da coscienzioso erudito, attraversò le geometrie di potere, a volte conquistando le cattedre più prestigiose, altre sottoponendosi al giudizio dei suoi superiori, sempre però accettando le contraddizioni del mondo che viveva. Da dentro una Chiesa che si sentiva minacciata nei confini terreni prima ancora che nella fede, pubblicò le sue molte opere usando diversi e smaccati pseudonimi e senza mai chiedere o aspettare il nulla osta necessario. Debole in questo, o più forte dei forti, infranse così il quarto voto: l’obbedienza.

Non fu per ribellione ma per una indisciplinata necessità di rimettere al centro l’uomo e il pensiero dell’uomo sull’uomo.
Ai dettami gesuiti che imponevano una parola didascalica, rigorosa, attenta a non solleticare la fantasia o esaltare l’emotività dell’uomo e le sue avventure, Graciàn rispondeva con un linguaggio barocco, allegorico, dettagliatissimo, minuzioso, ironico, istrionico, a volte intraducibile, pieno di rimandi, suoni, sussurri.
Contro chi (imperatore, Papa o presunto indovino) provava a spogliare le creature uomo e donna del potere salvifico e generativo dell’immaginazione, Graciàn riannodava le storie e riproduceva le estasi e i labirinti di pensieri che gli uomini del Seicento si tenevano dentro. E non fu un caso che fin troppo poco stimato da Borges per aver trasformato la poesia in un gelido laboratorio fu, invece, molto amato da Schopenhauer (che lo tradusse in tedesco) e poi da Nietzsche per quell’innata fiducia nella fantasia dell’uomo di poter esprimere al meglio le sfaccettature dell’anima.

Nel mezzo delle grandi guerre di religione che opponevano la Francia alla Spagna, mentre Cartesio proponeva nuovi dualismi, negli anni in cui Galileo fu accompagnato ad abiurare e Giordano Bruno a bruciare, Baltasar Graciàn, cattedratico e insegnante, suggeriva con tutte le sue ragioni e la sua arte, una via diversa per non arrendersi alla violenza di limitare il proprio sguardo. Graciàn credeva. Credeva in Dio e nella bellezza del mondo creato. E credeva anche nelle altezze e nelle bassezze dello spirito che abitavano ogni essere umano. Come Sant’Agostino, in fondo.

Credeva che il divino dentro ogni uomo si potesse nutrire dell’insieme delle esperienze buone e cattive ma soprattutto delle epifanie che ne nascevano, nella vita come nella lettura. E poiché era convinto che la più alta qualità dell’uomo non risiedeva in ciò che era ma in ciò a cui avrebbe aspirato diventare, limitarsi al pentimento e all’assegnazione della pena sarebbe stato un errore. L’uomo stava tutto nella tensione tra il desiderio e l’azione. Al contrario di quanto suggerivano la patina d’oro e gli stucchi che stavano iniziando a coprire le cattedrali d’ogni città Graciàn non spostò l’ideale fuori dall’uomo. Anzi. Scrivendo lo posiziona proprio al centro della sua scrittura, con la bellezza della creatura imperfetta ma che esiste comunque, pur anche insieme agli inciampi dell’anima.

Graciàn sapeva che ciascuno avrebbe potuto ancora e sempre incantare e rimanere incantato dal mondo.
E a questo fine ben si prestavano tutti i gorgoglii che agitavano le sue pagine. Più i personaggi naufragano nel mondo, più si ritrovano e si riconoscono in mezzo a una selva di proverbi noti e conosciuti e a caricature che tutti – almeno al tempo – avrebbero saputo spiegare. Ubriacature, viaggi in mare, malfattori e grandi attori. Gran signori e vili parole. Paesaggi dai cieli profondi e spessi, inferni in piena luce, nuvole ristoratrici e nemici fedeli. Un dialogo continuo tra luoghi comuni e verità appena intuite, uno scambio serrato tra sogni e visioni, una altalena di parole capaci di ricucire la pluralità di persone e opinioni. Altro che sintesi e rigore. Bisognava affondare il timone nel mare dei mondi possibili e veleggiare con in poppa il vento del desiderio verso la santità. Con la bellezza. Con la forza del riso anche. Con impegno e convinzione infine.

Ma seppure prima di lui c’erano stati i padri della Chiesa a dire che sbagliare non costituisce una colpa disperante ma è una prova attraverso cui salvarsi con il discernimento, non ci fu niente da fare. La scrittura gli fu fatale. I gesuiti lo condannarono. Pur avanti negli anni, fu trattenuto in cella, guardato a vista, tenuto in isolamento. Lo imprigionarono e lo punirono negandogli per la vita carta, pennino e calamaio.

Chiese allora di poter lasciare la Compagnia del Gesù per diventare monaco o frate. Rifiutarono sempre. Per paura che scrivesse ancora e senza nulla osta.
Rinchiuso, subiva ispezioni ogni giorno perché non gli rimanesse tra le mani neanche un pezzetto di carta e non scrivesse parola, neanche sui muri. Intimoriti dalle sue rime almeno quanto dalle grandi guerre di religione, i capi della congregazione non avevano trovato altra strada se non ribadire con forza l’ordine, il rigore e la verità. La loro. 

E così morì. Ai margini, ancora gesuita senza più cattedre, né carta, né penna.

Eppure la pena di Graciàn fu più lunga e dura della sua condanna terrena perché, più recentemente, tornò a essere pubblicato in Europa e in America e trasformato in un guru del management aziendale.
Il potere che lo aveva condannato una volta, lo avrebbe condannato da morto una seconda volta: non con la censura ma con l’usura dolosa.
Andò così.

In vita scrisse, tra gli altri, un libercolo fatto di emblemi, un piccolo manualetto sull’arte della Prudenzia. Ora, poiché le trasformazioni del mercato, proprio quelle che si muovono al suono di parole accomunate dallo stesso suffisso come globalizzazione, digitalizzazione, innovazione, precarizzazione, flessibilizzazione, stavano mostrando tutta la fragilità delle grandi strategie produttive, e stavano regalando al potere finanziario la possibilità di rompere e frantumare territori, mestieri, relazioni, progetti e sogni, a qualcuno sembrò utile poter ancora esercitare prepotenza ad altri inventandosi una bella storia. Una favola tutta incentrata sul possibile parallelismo tra le coorti del Seicento e i loro intrighi e i mondi gestiti dalle grandi organizzazioni chiamate, prima a separare il lavoro dalla produzione del valore e, poi, a monetizzare qualsiasi cosa.

Ne fecero un testo per le scuole di specializzazione in amministrazione e ingegneria gestionale e se ne appropriò un potere più grande forse di quello della Chiesa del Seicento, più bravo a nascondersi, più pervasivo, più sottile e furbo. Uno di quei poteri che si serve del consenso, invece che solo della paura. E così alla fine sembrò che Graciàn, spogliato del desiderio che muoveva l’uomo a migliorarsi, offrisse una buona ricetta per poter continuare a raccontare che il mondo doveva essere governato dai più audaci, capaci di gestire tutto e tutti. Anche la paura di non farcela. 

Il manualetto, isolato e ben pulito nella sua divulgazione dagli esercizi spirituali che invece lo stesso Graciàn eseguiva con rigore, è stato preso alla lettera per far credere che con prudenza, lucidità e furbizia, il potere fine a se stesso potesse essere cavalcato a beneficio di tutti e senza danno. Una fandonia di fronte alla quale Graciàn avrebbe ricominciato a urlare la necessità di esercitarsi all’arte del discernimento come la migliore opportunità che l’uomo può concedere a se stesso. Anche e soprattutto quando i propri intenti non coincidono con quelli aziendali, dell’alta finanza o degli stati che si abitano. Perché in fondo l’insegnamento più rivoluzionario che Graciàn ha fatto rimbalzare dalle pagine di L’eroe fino al viaggio di El criticon, non è stato quello di non chiedere permesso ma quello di non consegnarsi al disincanto o al cinismo lungo tutta una vita che anche senza inchiostro non si è privata né della fede, né della sfida.

Immagine: Andrea Mantegna, Camera degli sposi (oculo con putti)

Benedetta Sonqua Torchia