Enoch Soames, fantasma - Gianluca Cataldo

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«A che serve sentire le forze ancora salde, o essere eterni, se dobbiamo subire una condanna eterna?»
Milton, Paradiso perduto.

«Ché d’eterno c’è solo / la scomparsa».
Soames, Fungoidi.

Se non lo sapessimo sin dall’inizio del racconto di Max Beerbohm, non sospetteremmo affatto che Enoch Soames sia un perdente presto dimenticato. Condannato al paradigma del fallimento, analizziamo con occhio appannato dal sarcasmo ogni suo gesto e ogni sua affermazione, senza avere il coraggio di ammettere di aver pensato anche noi – almeno una volta – che la vita sia «solo una ragnatela, senza ordito né trama». Ma per parlare dello scrittore bisogna tornare al nonno, e lasciare Londra.


L’intera famiglia Soames è originaria di Preston. Il nonno di Enoch, Maalaleèl, è figlio di un piccolo allevatore. Nasce nel 1824, quando il nome della cittadina inglese è ormai saldamente legato all’invenzione di Sir Richard Arkwright, ovvero il telaio ad acqua. Forse anche per questo, stanco di pascolare bestiame, a quindici anni si lascia attrarre dal richiamo dei town mills ed entra nella catena di montaggio della lavorazione del cotone. Durante lo sciopero di Preston del 1842, così allegoricamente descritto da Dickens in Tempi difficili, vive la violenta repressione al fianco di un suo coetaneo del mulino Oxendale. Nei registri degli stabilimenti, conservati nel meticoloso archivio delle fabbriche Oxendale e consultabili previa richiesta scritta, i nomi Maalaleèl Soames e Bernard McNamara sono, prudentemente, sottolineati. I due si conoscono a un incontro con altri lavoratori, durante il quale parlano poco preferendo chiacchierare poi davanti a una birra. La loro storia personale non attesta una vocazione all’odio di classe, non un’infanzia di repressioni né un aperto scontro generazionale, e si ritrovano a vivere le lotte sociali come un sincero e sereno dovere. Dividono il tabacco, la stanza dove dormono per due anni, il pane e il silenzio stanco di fine turno. Il 15 agosto 1842 fumano la stessa sigaretta, l’ultima, e sorridono di quello sciopero necessario che verrà commemorato solo centocinquant’anni più tardi, nel 1992. Loro ovviamente neanche lo immaginano, e il diavolo – che viceversa sa – non propone a Maalaleèl lo stesso viaggio nel futuro che offrirà al nipote. Gli concede invece lo spettacolo delle viscere dell’amico, colpito a morte a soli diciassette anni da un poliziotto troppo solerte. Lui ne ha uno in più, e ce ne mette altri cinque per dimenticare tutto, tornare ai pascoli, conoscere e sposare la giovanissima Ann, con cui avrà Iared.

Ann è una ragazza di origini borghesi, con una licenza media e parenti benestanti. Ha letto qualche libro ed è convinta che per le mani di un bambino sia più adatta la carta, così insegna l’alfabeto al piccolo Iared e organizza una schizofrenica biblioteca con tutto quello che riesce a racimolare. Si fa amico un gallese che ha aperto una libreria d’usato in Birk Street, ma non riesce mai a presentarlo a Maalaleèl. «Lì non vengo», le risponde ogni volta che gli propone di fare un salto alla Booth Books con il figlio. Ann non capisce del tutto, ma rispetta lo sguardo risoluto di un uomo che non le ha mai imposto niente e che, in fondo, è disposto persino a lasciare che Iared segua la sua strada. E Iared lo fa. Resta attaccato agli occhi scuri del padre ma pende dalle labbra della madre, le chiede il significato di alcune parole, la ascolta leggere, e i due – tra i quali non c’è poi troppa differenza d’età – crescono insieme mentre Maalaleèl invecchia da solo.

La cultura aristocratica non è per le campagne inglesi di metà Ottocento, ma una forma di altezzosa consapevolezza comincia a insediarsi in casa Soames, creando piccole crepe. Qualcosa si spacca, e a sedici anni Iared è garzone nella libreria Booth, dove impara a far di conto. Impara anche che ogni giorno, alle nove, passa davanti al negozio la figlia del panettiere per alcune commissioni. Qualche anno dopo racconterà al figlio – che ne prenderà nota – «di non avere mai mangiato tanto pane in vita sua» (in «Rimembranze», Negazioni, Londra 1891, pag. 435). Lei ha l’andatura svelta di chi si è accorta di essere attesa e ogni mattina, prima di fare colazione, controlla che il padre abbia preparato l’ordine per il gallese. Poi lega i capelli con un nastro, si carica il cesto in spalla, e sulla strada finisce l’ultimo biscotto. Prima di girare l’angolo per Birk Street si ferma sempre per tirare un respiro profondo. È il 1863. Due anni dopo Thomas Booth muore di polmonite lasciando a Iared la libreria, una copia misteriosamente autografata («To my welsh friend. Charles») di Alice's Adventures in Wonderland, e un registro di debiti contratti con mezza città. Iared chiede aiuto ai genitori, ma Maalaleèl non ha intenzione di vedere una nuova fabbrica nascere sulla propria terra, di sentirsi nuovamente complice, ed è Ann a trovare una soluzione.

Ha una sorella che non vede da quando si è sposata, da quando ha deciso di lasciare la città per un matrimonio che in famiglia non approvavano. Le scrive una lettera che – Ann non lo sa – Mariah neanche apre. «Ho paura mi venga voglia di risponderle» annota il quattro maggio 1865, prima di buttare la busta, in un diario dalla copertina di pelle (conservato al Reale Archivio Diaristico Britannico, sotto la lettera D). Ann le scrive ancora, e finalmente ottiene risposta. A un’accorata lettera di nove pagine, due in più della prima, replica un semplicissimo «Sì» che tralascia quasi violentemente ignorandolo quanto precede la domanda «Pensi che nostro padre mi odii ancora?». Sono già passate tre settimane e i creditori hanno smesso di concedere fiducia a Iared, così Ann insiste e si presenta davanti al portone di quella che era stata casa sua. Il porticato in legno è ancora scheggiato nello stesso identico punto di sedici anni prima, per via della maniglia che sporge un po’ e che nel tempo ha creato quella specie di solco che Ann accarezza, provando una sensazione di nostalgico disagio. Sa che a quell’ora in casa c’è solo la sorella, si fa coraggio ed entra. Giunta alla porta deve attendere venti minuti prima che Mariah si decida ad aprirle. A questo punto la ricostruzione degli eventi si fa contraddittoria. Beerbohm, nel suo racconto, ci dice che il nostro Enoch gode di un vitalizio di trecento sterline ereditato da una zia sposata e che non esistono altri parenti. Ma all’anagrafe di Preston Ann Denson sembra essere sopravvissuta molto oltre la morte del marito e del figlio; e pare inoltre che, a parte la data di nascita e quella del decesso, Ann Denson in Soames non abbia posseduto nient’altro. Nulla è direttamente riconducibile a lei. Sembra quasi che quel giorno, una volta varcata la soglia di casa, sia scomparsa per sempre, come se un patto con la sorella – e molto probabilmente col padre – l’abbia sottratta al marito, al figlio, e alla nostra storia.

Soames MaxFatto sta che i debiti della Booth Books vengono saldati, la libreria comincia a ingranare, e nel 1866 Iared e Karin Dempsey si sposano nella ricostruita e rimaneggiata chiesa di St John's. L’anno dopo nasce Enoch, che a dieci anni (1877) riesce dove il padre ha sempre fallito e insegna la scrittura a Karin, che da allora prenderà da sola gli ordini per il pane. Enoch è già alto, alto da subito, e per guardare si contrae in una piega che, dai quindici anni (1882), lo storce in una posa dinoccolata. Lo sguardo severo e i capelli unti gli disegnano un viso che agli amici non piace, per il quale provano una strana forma di disagio mista a compassione, e un’andatura disarmonica dal passo incerto gli procura per strada un’attenzione di cui farebbe volentieri a meno. Il suo aspetto fisico gli procura anche il poco lusinghiero soprannome beanpole, cui si aggiunge presto l’aggettivo shy. Enoch trascorre dunque un’adolescenza solitaria, facendo la spola tra la John Wall High School e la libreria di famiglia. Legge molto, e quando non può si rifugia in chiesa, dove inventa le preghiere che confluiranno più avanti, nel 1891, nella sezione omonima di Negazioni. Preghiere a volte ingenue, a volte crudeli e rabbiose, ma che denotano sempre un cattolicesimo attivo e un’attenzione quasi filologica per le sacre scritture. Nel suo archivio – catalogato e conservato dallo stesso Beerbohm – è possibile avventurarsi nella lettura di alcuni appunti per la stesura di una Bibbia. Non una nuova traduzione né una copia Borgesiana, ma una vera e propria rilettura, progetto abbandonato dopo la scoperta di Milton e la seguente parziale conversione al diabolismo.

Ma l’Enoch adolescente ancora non conosce Paradise Lost, e dopo la morte del nonno coltiva persino l’idea di proseguire gli studi in un monastero e prendere i voti. Ne sono prova le continue lettere al reverendo Scott, che non hanno un’esauriente risposta e che rappresentano il blocco più corposo della sezione «Missive» (ben 108 pagine) di Negazioni. Sappiamo che il prete non risponde al giovane Enoch ma che, preoccupato, si reca dal padre per parlare del figlio, e per dire a Iared che c’è qualcosa di ambiguo nella vocazione del suo ragazzo, qualcosa di troppo insistente. Tuttavia Iared è malato, ha problemi più terreni di cui occuparsi, e la sua mente è tutta concentrata nel vano tentativo di comprendere ed esorcizzare la morte. Non ci riesce. È il 1884. Enoch abbandona l’idea di prendere i voti, vende la libreria del padre, corrisponde alla madre un fisso mensile detratto dalle trecento sterline che continua a percepire dalla prozia Mariah – non da una «zia» – e lascia Preston per iscriversi all’UCL, University College of London. Qui inizia una vita di piccole delusioni. Nei registri della Faculty of Arts and Humanities non compare alcun Enoch Soames o, meglio, nessuno studente con quel nome passa il test d’ammissione nel 1885. Prende in affitto una stanza in Dyott Street nei paraggi del British Museum – nella quale tornerà dopo la parentesi parigina – e vi si chiude a leggere per preparare il test dell’anno successivo. Perde dieci chili ma fallisce di nuovo. Dimagrito, ferito nell’orgoglio, solo, dopo aver scoperto Verlaine e Rimbaud lascia l’Inghilterra per la Francia, Parigi, dove arriva il diciotto settembre.

Proprio quel giorno «Le Figaro» pubblica il manifesto del simbolismo, dove vengono preconizzate le linee guida della poesia europea per gli anni a venire, ma Enoch neanche se ne accorge. Non parla ancora francese, non conosce Jean Moréas, ma è affascinato dalle architetture di Montmartre che perlustra come un fauno dal sorriso sbilenco. I suoi occhi luccicano ancora. Ed è qui che si mette a lavoro su Negazioni, un enorme processo di sottrazione, di scarto, spietato e consapevole, dell’innecessario. Dal 1885 al 1890 non fa altro che scrivere tutto quello che gli è capitato nella vita e bere assenzio al Café Groche, dove conosce quel William Rothenstein che avrà un ruolo importantissimo nella sua vita; l’anno successivo conosce anche un editore disposto a pubblicare quell’enorme mole anacronistica dal titolo troppo didascalico. A leggere qua e là le memorie di chi, nello stesso periodo, frequenta i martedì di Mallarmé, ci si imbatte spesso nella figura di un uomo «tanto alto quanto molesto» (George Stephan) dal sorriso «breve e spaventosamente distaccato» (Claude Debussy) interessato più a propinare i propri scritti che ad ascoltare. E – ma forse ci spingiamo troppo oltre – pare sia stato il padrone di casa in persona a interessarsi alla pubblicazione di Negazioni. Ad insinuare il dubbio è una nota nei diari dello stesso Mallarmé che recita «oggi sono finalmente riuscito a liberarmi di due scocciatori inglesi in un sol colpo: un editore e uno scrittore che non sanno leggere» (Parigi, 1891). In effetti, dopo l’uscita del libro, dedicato curiosamente alla nonna («Ad Ann, ovunque tu sia»), l’editore fallisce ed Enoch lascia la Francia per tornare a casa, dove può dedicarsi in tutta calma a quella che reputa essere la sua reale vocazione, ovvero la poesia.
Da questo momento in poi è a tutti noto cosa sia successo.

Piccola nota a margine:
Enoch è un decadente ordinato e inconsapevole, un isolato. «Il poeta si fa veggente mediante una lunga, immensa e ragionata solitudine» (Londra, 1892), scrive nei suoi taccuini riprendendo e capovolgendo malamente le parole di Rimbaud, che di lui non sa nulla, non ha letto nulla né potrà mai farlo (il corpo abbandonerà il poeta francese lentamente, arto dopo arto, finché sottoterra non ci andrà sulle spalle degli amici, il dieci novembre 1891). Ma per una perversa confusione d’intenti, che è propria della letteratura, il Soames negato e rinato si mangia il poeta, ed Enoch completa la sua metamorfosi. Soltanto, fallendo traguardo: invece di farsi veggente si ritrova personaggio.
Enoch soamesBeerbohm è uomo dalla penna veloce, che scrive di tanti, forse di troppi – lascia Londra, dice, perché ha ormai conosciuto tutti i suoi abitanti – e a Soames dedica addirittura il suo più controverso racconto. Secondo alcuni un elogio alla caparbia di un uomo in grado di prendere una decisione e di affrontarne le conseguenze da artista: «Nella vita e nell’arte tutto quello che conta è una conclusione inevitabile» (in Storie fantastiche per uomini stanchi, Palermo 1995, pag. 94); per altri un zelante quanto immaginifico tentativo di portare a compimento un’inesplicabile invidia – troppe infatti le lettere nelle quali Beerbohm parla del personaggio Enoch, o di tal Soames, come frutto della propria fantasia da ritrattista; per altri ancora si tratta di una velata invettiva contro il decadente inglese Ernest Christopher Dowson; infine l’argentino Marco Denevi, nella raccolta Falsificaciones (Buenos Aires, 1966), presenta l’opera di Beerbohm come un complotto, concepito per nascondere al povero Enoch la propria genialità e all’intera umanità lo stesso Enoch.
Ad ogni modo, quali che siano state le motivazioni che hanno spinto l’inglese ad occuparsi di Soames, non è l’unico ad averlo fatto. Il Sudamerica è terra dove troppo spesso si preferisce dar retta alle distorsioni degli specchi, e nel film surrealista Nadie dijo nada, di Raoul Ruiz, Enoch si frantuma in uno nessuno e centomila intellettuali cileni – o è Max a subire questa sorte? – che decidono di scrivere quel racconto e che, nell’inseguire Beerbohm, fanno un patto con il diavolo e si ritrovano Soames. Mirta Yañez poi, da attenta isolana, nota la circolarità della fantasmagoria enochiana: per il Soames del 1887 i fantasmi sono i buffi omini che lo osservano, senza troppa attenzione, aggirarsi per le stanze del British Museum del 1997, mentre per i londinesi del 1997 il fantasma è lui, in un cerchio perfetto di indistinte esistenze. E se indistinti sono i visitatori del museo, può esserlo anche lei. Può Max Beerbohm e può Marco Denevi. Mallarmé e la sua spocchia, Debussy, Rothenstein e il reverendo Scott. Può Ruiz. Possono Ann, Iared, Maalaleèl. Può Enoch. E possiamo noi. Chiunque può essere il fantasma del proprio fallimento, in cerca di esorcismi.


Gianluca Cataldo