Gaspare Bivona. Eroe, patriota - Gioacchino Lonobile

Gaspare Bivona, maestro d'ascia, nacque e crebbe alla Kalsa: l'eletta, la chiamavano gli arabi. Alla Kalsa si parlava il dialetto dei marinai e dei pescatori, aspirando la prima sillaba a ogni parola. L'Ausa era il quartiere, gli ausitani i suoi abitanti. 
Come Gaspare Bivona mise in salvo la vita, dopo la rivolta della Gancia, era cosa da non credere e a pensarci veniva da sorridere, ma fu in quel momento che egli ebbe la consapevolezza di chi sapeva di essere nel giusto, capì che un'epoca stava per concludersi e che il Regno delle Due Sicilie era destinato a scomparire. Era inutile resistere, inutile inasprire le pene, inutile mettere in fila uomini, che bramavano libertà, dietro le sbarre di una galera o davanti un muro per essere fucilati. Avrebbero vinto comunque, era solo una questione di tempo, più che da ciechi, era da stolti non capirlo.

Da mesi erano pronti: raccolti gli uomini e le armi, studiato i piani. Aspettavano un segno, sarebbe bastato un sottile soffio di vento a spazzare la cenere e la brace sarebbe venuta allo scoperto. Anche se in cuor loro, più che un segno, aspettavano un uomo. Un uomo che già tutti chiamavano eroe. Un eroe barbuto che doveva unire il regno sotto un'unica bandiera. Ma mentre indugiavano, in attesa di un salvatore che non sapevano se sarebbe arrivato mai, innocenti continuavano a morire, le gabelle ad aumentare, il pane a scarseggiare. Nel resto della penisola, invece, si festeggiava l'unione tra il Piemonte e la Lombardia, l'annessione dei ducati di Parma e Modena e anche del granducato della Toscana.
L'aria calda d'inizio primavera dava coraggio a molti e infuocava il sangue ai restanti. In tutta l'isola erano decine i comitati clandestini, ma al loro interno di rivoluzionari a cui stavano a cuore le sorti del popolo ce n'erano pochi, e se mai lo fossero stati a parole - a sentirli avrebbero impiccato il re con le loro mani - ogni loro gesto, ogni azione li smentiva, né di certo la loro storia da generazioni poteva dare alcuna conferma a quelle parole: principi, duchi, baroni e baronetti aspettavano con pazienza lo svolgersi dei fatti, pronti a festeggiare e a giurare fedeltà ai prossimi regnanti, chiunque essi fossero.
La strada principale della Kalsa era via Alloro, da più di duecento anni, terreno fertile di ogni rivolta. Anche Francesco Riso era della Kalsa, era fontaniere e Mazziniano, non che le due cose fossero in qualche modo collegate, come non avrebbe dovuto essere collegato il suo nome a quello dei Comitati clandestini, viste le sue idee politiche e il ceto sociale a cui apparteneva, ma, nonostante tutti lo guardassero storto, alle loro assemblee prendeva parte. A Palermo i comitati antiborbonici erano due: il primo era composto da ricchi e notabili, per molti i “migliori del paese”; il secondo di ben più umile estrazione, annoverava operai e gente del popolo, ne facevano parte anche Gaspare Bivona, Filippo Patti e Enrico Albanese. Quest'ultimo viveva a pochi metri dalla chiesa della Gancia, la quale, oltre a dar riposo ai corpi di decine d'inquisitori, che alcuni secoli prima torturavano e bruciavano in pubblica piazza eretici o presunti tali, ospitava anche le loro riunioni.
La sera del 3 aprile, la grande sala dove si riunivano i frati per mangiare era piena. Al centro, un uomo di trentacinque anni, Francesco Riso gettava scintille sugl'animi che erano sterpaglia pronta all'incendio.
«Amici, fratelli abbiamo poche armi, ma il popolo è con noi. In attesa che i rinforzi arrivino da Carini, Corleone e da Termini, alcuni di noi passeranno la notte nel magazzino di piazza Magione, altri in quello di via della Zecca, io rimarrò qui con i restanti compagni. All'alba gli scoppi in piazza della Fieravecchia saranno il segnale stabilito, i gruppi si uniranno e partirà l'assalto alle armerie e ai commissariati»
Ci furono grossi abbracci, pacche su solide spalle e molti evviva.
Enrico Albanese, quella sera e il giorno seguente non prese parte agli eventi, dovette mantenere fede a una promessa fatta alla sorella morente rimanendo al suo capezzale fino alla fine. Dalla finestra che dava su via Alloro, però, vide che da quando gli ultimi patrioti lasciarono l'assemblea all'arrivo dei militari passarono meno di due ore. Fu il primo a capire che erano stati scoperti: la rivolta era destinata a fallire. Le voci che girarono nei giorni seguenti accusarono di tradimento un certo fra' Michele, “che avrebbe fatta l'impressione del malfattore, non dell'apostolo di Dio”. Con molta probabilità, invece, al maggiore dei carabinieri Maniscalco, le informazioni su come si sarebbero svolti i fatti, non arrivarono dal frate in questione, di cui non si aveva certezza nemmeno dell'esistenza, ma grazie all'arresto di due rivoltosi di cui dopo quella sera non si seppe più nulla.
Quando il chiarore del mattino diede un volto alle ombre, per i rivoltosi lo scenario non era edificante: le strade principali e le piazze erano occupate dai militari, tutte le porte della città presidiate. Non ci furono scoppi in piazza della Fieravecchia, essendo occupata anch'essa, gli uomini che stavano oltre le mura, pensando a un nulla di fatto, tornarono indietro. Il monastero della Gancia era circondato. Un urlo dalla strada diede ordine di aprire il fuoco. Un boato annunciò l'entrata della prima sezione di artiglieria nel convento e l'inizio del caos. Le campane suonavano all'impazzata, ma nessuno riuscì ad arrivare in soccorso dei patrioti. La puzza di polvere da sparo rendeva irrespirabile l'aria. Il cannone, che Gaspare Bivona aveva forgiato nella sua officina, in legno cerchiato di ferro, corredo di mitraglia, non riuscì a sparare nemmeno un colpo. Ovunque soldati, baionette, fumo, cadaveri in ogni angolo. Antonio Riso, il figlio di Francesco, aveva la faccia ancora imberbe ricoperta di sangue, anche lui morto. Tra la polvere anche alcuni frati. Altri soldati continuavano a entrare, si sentivano solo scoppi e i rintocchi delle campane. Gaspare Bivona e Filippo Patti scendevano scalini, a due a due, a tre a tre. Morti e scalini fino alle viscere più segrete del convento. Trovarono nascondiglio sotto gli scheletri di monaci che stavano in quel luogo da decenni. Rimasero al buio, annullando ogni movimento, ogni parola, ogni pensiero. Le campane smisero di suonare, gli spari sempre più radi fino a cessare del tutto. Dopo le ore passarono anche i giorni, senza cibo e senza acqua. Non sapevano cosa fosse successo, né cosa stesse avvenendo fuori dalla Gancia. Altre ore e altri giorni, senza cibo e senza acqua. Provare a uscire era troppo rischioso.
Quando tutto sembrava essere perduto, Gaspare Bivona notò qualcosa. Si diresse verso il muro come in preda a una visione. Era una crepa, abbastanza larga da poterci mettere le mani. Iniziarono a scavare, staccarono la prima pietra, dopo qualche ora riuscirono a intravedere via Alloro.
« Chi è?»
Qualcuno da fuori li aveva visti, fermarono le operazioni e anche il respiro.
«Chi è?»
Ripeté la voce, riconoscerla come femminile li rassicurò.
«La 'za Rosa sono»
«Gasparino, Gasparino Bivona sono, c'è pure Filippo Patti»
«Allora vivi siete»
I pochi che non erano morti erano stati catturati. I soldati continuavano a girare per il quartiere in cerca di altri ribelli o solo di simpatizzanti alla causa. Francesco Riso era in fin di vita con tre pallottole in corpo all'ospedale San Saverio, suo padre e altri dodici innocenti sarebbero stati giustiziati in piazza da lì a qualche giorno. Uscire dal loro rifugio non era possibile, c'erano guardie a ogni angolo.
«Moriremo di fame» disse Filippo.
«Pepù ora ti sbrugghiò u'pitittu?» lo canzonò la donna.
La 'za Rosa viveva nella zona del quartiere in cui da decenni la maestranza degli scopari fabbricava appunto scope, e anche se lei non ne aveva mai costruita una, scupariota lo era nel corpo, braccia grosse e spalle larghe, e nell'animo, lingua biforcuta da vipera sempre pronta alla lite e alla sciarra con le vicine. Passò dalla piccola fessura mezza pagnotta che aveva con sé, dimostrando che anche il suo cuore era pari in stazza al resto del corpo.
«Ci penso io» disse, e sparì nei vicoli.
Gaspare Bivona e Filippo Patti mangiarono quel tozzo di pane, a testa bassa, con la lentezza che non si confaceva a cinque giorni digiuno, ma gustandolo come se fosse la pasta al forno dei giorni di festa. Ricominciarono a scavare con i mezzi di fortuna che avevano, perdendo con il tempo la piccola speranza che avevano riposto nella promessa di salvezza.
Sentirono un urlo, e come quello che aveva annunciato l'esplosione del caos all'interno del convento, questo ne precedeva un altro che sarebbe avvenuto per strada.
«A ghiccari sangu ru cuori. A ttìa dico cuosa inutile, negghia, cat'ii lippu»
Cercarono di vedere cosa stesse succedendo: la 'za Rosa era tornata. Avanzava da un lato della strada con a seguito un esercito di comari, dall'altro uno schieramento pari in numero e forza la fronteggiava.
«Liavati ii cca pezz'ii pulla»
«Megghi ii tia ca sì chiù cuinnuta r'un panaru ri babbaluci. Canziati tu, ti rissi»
I due fronti con a capo due donne erano ormai a pochi passi, prossimi allo scontro, l'aria era quella prima di una burrasca, i tuoni delle loro voci precedevano fulmini e pioggia. Altre scupariote arrivavano e più ne arrivavano, più ne venivano avvisate. La cugina lo diceva all'amica, che informava la vicina che avvertiva la nuora che chiamava la sorella. La strada era tutta un vociare, una vucciria moltiplicata per dieci.
«Pezza di lorda e 'ngrasciata ca nun si avutru»
«'Ngrasciata a mmia?! Va riccillu a to' maritu cù è 'ngrasciata»
Detto questo alzò la gonna fin sopra la testa a mettere in mostra la propria igiene intima, fu quello il segno che tutte aspettavano, la sciarra non poté più essere contenuta in urla e offese e passò ai fatti. Spinte, graffi, morsi, ancora urla e grida, le donne si strappavano i vestiti, altre rotolavano per terra avvinghiandosi e tirandosi i capelli. In quella bolgia, in cui non si capiva chi era contro chi, dalla fessura sul muro del convento passarono un martello e una piccozza.
Arrivarono le guardie a cercare di sedare quella baraonda, ma furono travolte dalla furia delle scupariote, che in maniera graduale spostarono il loro campo di battaglia, due carretti vennero posti tra il convento e l'enorme rissa. Gaspare Bivona e Filippo Patti iniziarono a scavare con foga, quella che era solo una piccola breccia divenne una buca abbastanza grande da permettergli il passaggio, fuggire e mettersi in salvo. I soldati ancora impegnati non si accorsero di nulla.
Quattro giorni dopo, quando i rastrellamenti furono finiti, due regi plotoni si occuparono delle esecuzioni, uccisero il padre di Francesco Riso e anche a Sebastiano Camarrone, l'unico che era scampato a entrambe le raffiche e per questo, per legge, doveva essere graziato, gli fu  strappato il crocifisso dal collo e fatta fare la stessa fine. Tre patrioti furono stipati in ogni bara, quattro nell'ultima, essendo dispari. Al generale Paolo Ruffo, principe di Castelcicala, al maggiore dei carabinieri Salvatore Maniscalco, uomo più odiato di Sicilia e finanche al giovane Francesco II, re di Napoli e agli sbirri, loro succedanei e servi non era bastato il sangue versato per le strade quel maledetto quattro aprile, ne serviva ancora, e che fosse da esempio per tutti.
Gaspare Bivona e Filippo Patti riuscirono a imbarcarsi dal porto di Sant'Erasmo su una nave verso il nuovo mondo.
Era il 13 aprile 1860, meno di un mese dopo Garibaldi e altri mille uomini arrivarono sull'isola per liberarla dagli oppressori borbonici. Gli accadimenti successivi trovarono giusto posto sui libri di storia.

Gioacchino Lonobile {fcomment}