Tallulah, Louisiana - Marco Lupo

L’uomo ha una foresta nel nome: una quercia maggiore millenaria e una leggenda. Si è occupato di vernici, ha scritto lettere da Cuba durante una guerra, ha bevuto birre in un chiosco a Chicago per ore e ha parlato di come dovrebbe essere la vita senza il lavoro con tedeschi, irlandesi, inglesi e polacchi: nelle notti trascorse sui tavoli hanno discusso su quanto sia difficile scrivere e dipingere con una mano sul pomello della porta, sperando che i bambini non si sveglino, implorando tua moglie per un’ora di silenzio, dichiarandosi vinti ogni volta che una preghiera muta si rivelava irrealizzabile, ogni volta che un sorso di vino o una pinta di birra in più li spingeva ad urlare e a fare della lingua un ponte per trasportare la rabbia che li nutriva nei sogni, quando si vedevano chiusi nelle bolle di sapone trasparente, in volo su città inesistenti ma simili alle loro minuscole province, dove le case perdevano pezzi se non li ricucivi e dove i bambini piangevano se non li cullavi.

Il treno trasporta soldati e mercanzie come botti di birra e stoffe da rivendere nelle mercerie. Il treno attraversa lo stato libero dell’Ohio. In questa giornata fredda l’uomo che ascolta la storia si chiama Sherwood Anderson. Ha avuto modo di presentarsi all’uomo che gliela racconta nelle prime ore del viaggio: hanno condiviso il pane che uno dei due aveva acquistato da un fornaio senza un occhio, a qualche centinaio di metri dalla stazione di partenza; hanno bevuto dalla stessa bottiglia trasportata su strade sterrate e su fiumi; si sono raccontati storie di quando erano bambini e di come non lo sono più stati; hanno snocciolato nomi di persone ormai morte e nomi di persone mai riviste e hanno descritto i particolari dei lori visi e le circonflessioni delle loro lingue.

Finché l’uomo non pensa che è tempo di raccontare la storia di Tallulah, accaduta nell’ultimo anno del secolo, alla fine dei giorni dell’ottocento che cresceva intorno alle cose come un’edera velenosa o come una piovra incazzata.

Tutto si svolge a Tallulah, Louisiana. Ci sono due versioni delle storia, Sherwood. Una potrei raccontartela, l’altra potresti inventarla.

La strada che porta a Tallulah è deserta. I campi coprono ogni giorno un rettangolo o una striscia sottile e c'è sempre qualcuno che di domenica taglia il pezzo di campo che si è ripreso la strada. Ovunque prima di entrare in città puoi vedere campi che spuntano sulle strade battute dai neri con le vanghe e con i rastrelli, e ovunque le case imbiancate si corrodono e diventano marce.

Intorno ai campi e alle strade sterrate non c'è la palude, e intorno ai campi non ci sono acquitrini ma boschi e campi abbandonati da anni, da ere di cui nessuno a Tallulah ha memoria. La strada che porta in città è accompagnata ai lati da un bosco di platani piantati cento anni prima da un francese di cui nessuno conosce il nome.

A volte, quando la nebbia si incastra nei rami degli alberi e si specchia sulla superficie tranquilla del fiume, gli uomini smettono di parlare e vanno a fumare una sigaretta. Dando un'occhiata al paesaggio puoi restare fermo per ore con gli occhi aperti sullo spettacolo degli argini su cui cresce un fitto tappeto di erba, e non vedere nessun cambiamento.

In questo pezzo di terra che si chiama Tallulah, lontano dagli acquitrini che immobilizzano un bue in meno di trenta secondi, i neri occupano più posti dei bianchi, siedono su più sedie dei bianchi. La pelle dei neri luccica ovunque nei campi che si estendono intorno ai confini della città. Cantano, pregano, bestemmiano, fornicano, dormono e ricominciano. Sono i neri di Tallulah, Louisiana. I bianchi ne amministrano il lavoro, vigilano sulla loro condotta, li dividono quando sono in vena di orgie, di risse, di battaglie con vetri affilati.

I neri dormono nelle stalle, negli scantinati, nelle soffitte, nei sottoscala delle case costruite con mani parsimoniose. D'estate si affollano sulle rive del fiume, cantano, danzano, urlano, si strappano gli abiti di dosso, corrono, bevono, corrono e urtano sempre qualcosa, e poi dormono sui prati soffici che ricoprono gli argini.

Poi arrivano le navi. I ponti delle navi odorano di terra avvinghiata alle scarpe e di piscio, e gli uomini che coprono la superficie delle navi sono italiani. Fuggono e si imbarcano. Quando scendono dalle navi non hanno idea di niente. Sono gli schiavi liberi che costruiranno le città, ma non ne hanno idea. Lavoreranno nelle miniere, nei campi, nelle officine, nei cantieri, e moriranno avvelenati, impallinati, invecchiati di colpo, sfiatati e senza più labbra e capelli, e vivranno ancora per secoli nelle città che avranno costruito.

La storia inizia molti anni prima, quando una legge che fa a meno di giudici e di tribunali viene sancita con un patto e chiamata con il nome dell’uomo che la inaugura: William Lynch; legge di Lynch; linciaggio.

Dalle navi scendono i semi-white, i coloured, gli italiani che non sono neri e non sono bianchi, e che si scavano i loro posti in poco tempo, talmente breve da far spaventare i notabili. In Louisiana l’economia si regge sul latifondo e i notabili di Tallulah temono la legge che concede a tutti diritto di voto. Temono gli italiani perché potrebbero allearsi, perché non riconoscono l’autorità dei bianchi americani, perché sono cocciuti e orgogliosi, e perché non sputano in faccia ai neri. Sembra che i neri e gli italiani vadano quasi d’accordo, come se si capissero.

Negli ultimi dieci anni i notabili hanno fatto ricorso molto spesso alla legge di Lynch: milleseicentosessanta volte.

Tra le facce spuntate dalla nave ci sono quelle di tre fratelli siciliani: Frank, Joseph e Charles De Fatta. Si chiamano Francesco, Giuseppe e Pasquale Fatta, e hanno modificato i nomi perché così si usa. In pochi anni diventano proprietari di una bottega di frutta e verdura e fanno amicizia con altri italiani: Rosario Fiducia ha trentasette anni e Giovanni Cerami ventitre; sono commercianti e vengono tutti dalla stessa isola. Tra i notabili di Tallulah c’è il dottor Hodge, il coroner della città, stimato dai bianchi e temuto dai neri. Frank è il più piccolo dei fratelli e parla l’inglese meglio di quasi tutti gli italiani approdati in Louisiana. Ha la testa ovale, schiacciata ai lati. Porta baffi folti e indossa sempre completi eleganti. Odia le cravatte e ha una collezione di papillon. Di notte, quando gli altri fratelli riposano, Frank prende le capre che hanno comprato nel corso degli anni e le porta in un campo abbastanza vicino alla loro proprietà. La storia cambia una notte, quando il dottor Hodge ammazza una delle loro capre. Più tardi i fratelli si chiederanno perché. Lo ha fatto perché gli dava fastidio, perché non lo faceva dormire. Lo ha fatto perché odia le capre. Lo ha fatto perché apparteneva agli italiani.

Il mattino dopo tutti sanno che cosa è successo. I fratelli si ritrovano in bottega e parlano, discutono. Con loro ci sono anche Rosario Fiducia e Giovanni Cerami. Sono uomini molti diversi: le posizioni che sfiorano oscillano dall’uso del coltello a tentativi ingenui di pacificazione; nessuno di loro ignora la realtà. Mentre parlano sentono dei passi sul patio, e quando si apre la porta vedono il viso del dottor Hodge. L’uomo è entrato da solo e non sembra una minaccia. Frank non ha paura di quell’uomo: gli dice qualcosa, alza la voce, gli chiede perché. Hodge sa che qualsiasi cosa accadrà, avrà i notabili dalla sua parte. Il dottore tira fuori una pistola e spara.

Il 21 luglio del 1899 cinque italiani persero la vita per una legge che non era una legge, la legge di Lynch. Furono prelevati da centinaia di uomini, furono colpiti, insultati, umiliati, chiamati per razza. Infine impiccati nella notte.

La storia dei cinque italiani ammazzati a Tallulah ha due versioni: nella versione italiana i buoni sono i morti; nella versione americana i buoni sono i bianchi. Se questo treno potesse fermarsi in ogni stazione, mi disse, ascolteremmo altre storie, storie come questa.

 

E rise. Non credo esistano al mondo molte persone capaci di capire perché rise. Qualche santo, qualche eroe e qualche scrittore: una dozzina in tutto.

Marco Lupo{fcomment}