Dio. Una storia da nulla - Pier Paolo Di Mino

Dicono che Dio sia unico e solo e ci abbia creato in sette giorni dal nulla.

Lo dicono in molti, sebbene da sempre sono forse poche ma di rilievo le voci che nutrono al riguardo molte perplessità. I maestri neoplatonici, in particolare, ai loro tempi, vollero far notare ai cristiani, che cavalcarono la cosa con successo, che immaginarsi un Dio che aveva creato il mondo ex nihilo sarebbe stato qualcosa di indigesto da far mandare giù anche al più sprovveduto dei loro seguaci: come avrebbero spiegato ai loro fedeli cosa aveva fatto Dio per l’eternità precedente la creazione? E come poteva questa eternità tollerare di essere limitata da un evento?  Perché questo Dio si era deciso, proprio in un certo momento e non in un altro, a creare tutto il baraccone? Insomma, questo loro Dio, come faceva a essere ugualmente eterno e sottomesso al tempo, ineffabile e capriccioso? Non era l’invenzione di questo Dio un po’ troppo campata in aria e ben poco credibile anche per l’uomo più scemo del bene dell’intelletto?

Ma, nonostante tutte queste perplessità, l’idea di un Dio di questo tipo piaceva da tanto tempo, ormai; e sarebbe piaciuta sempre di più.

Ma perché piaceva e piace così tanto questa idea? E da dove viene?

Penso che credere possibile che un Dio, per capriccio, ci crei dal nulla, significhi credere possibile che noi tutti si venga dal nulla, e quindi poi si torni nel nulla: e che la vita che passiamo di mezzo, quindi, sia nulla. Non valga nulla. Io, quando vedo come usiamo degli uomini e degli altri animali e delle cose del mondo; io, quando vedo come tutta la nostra storia si riduca a un incubo di stragi e dittature e guerre, ecco, penso a questo Dio. Sì, perché tutti facciamo questo: trattare noi stessi e ogni altra creatura con capriccio, come se nulla avesse valore. E questo lo facciamo a immagine e somiglianza di questo Dio.

Quindi penso che l’idea di questo Dio venga dalle nostre fantasie di dominio e imperio.

Voglio dire che è solo grazie all’idea di un Dio unico e solo che ci crea dal nulla come se fossimo nulla che per un uomo è possibile credere legittimo di dominare gli altri uomini e tutto il creato, reputando il tutto privo di anima e divinità, una pura illusione, o cose consimili. È questa l’idea che consente ogni forma di dominio e imperio. Sì, è esatto dire che, se è possibile concepire un impero, che si fa dividendo le persone (dividi et impera), slegando gli uni dagli altri, e tutti dal creato, e riducendoli a singoli individui (alla greca: idiotès; da cui: idiota) e a cosi singoli che non valgono nulla e devono solo ubbidire e trottare sotto il comando di uno; se è possibile concepire una cosa del genere è solo grazie all’idea di un mondo che è solo un giocattolo nella mani di un Dio capriccioso.

Detto questo, possiamo andare ora a cercare il momento esatto in cui per la prima volta questo Dio si è manifestato all’uomo.

Cioè, se l’idea del dominio e dell’imperio che desumiamo da questo Dio si basa sul fatto che questo dominio e questo imperio si può ottenere solo divedendo le persone, e riducendole a individui, e cioè a idioti, dobbiamo dire che questa idea ha bisogno degli idioti. E se questa idea ci porta a vivere tutti una vita penosa, da schiavi, e poi alla fine ci distrugge, bisogna dire che è un’idea idiota. E quindi? E quindi chi sarà mai stato il primo uomo a cui è venuta un’idea del genere? A quale uomo, per primo, questo Dio si è manifestato?

Chiaro. A un idiota.

Insomma, siamo in posto qualsiasi, tantissimo tempo fa. Siamo in un bosco. I giovani del villaggio sono fuggiti di nascosto.

È un’antica usanza: i vecchi fanno finta di non vedere, e quelli partono tutti contenti e felici di trasgredire le leggi degli anziani e viversi una bella avventura da adulti. Usa così da sempre. È nell’ordine sacro delle cose così come sono che questo ordine debba essere trasgredito, e le regole di questa trasgressione deve essere ben impressa nella memoria e nell’immaginazione di chi un giorno dovrà prendersi cura della collettività per regolarne la vita secondo le regole della vita.

Così, come usa da sempre, un gruppo di giovani parte. Di solito non tutti tornano indietro. Qualcuno muore o impazzisce. Chi torna indietro, comunque, non è più un bambino. I giovani lo sanno questo, ed è per questo che gli piace. Decidono di andare a caccia per conto loro per questo motivo. È da sempre così.

Ed è stato così anche per i giovani di cui racconto.

Erano stanchi. Non si sa da quanto ormai i vecchi facevano questa manfrina, ritardando di mese in mese il giorno dell’iniziazione. I vecchi sono avidi, pensavano i ragazzi, e non vogliono comunicarci i segreti della caccia. (capite qual è la vera manfrina dei vecchi? I segreti della caccia, e cioè della nostra vita su questa terra, non possono essere insegnati, tutti li abbiamo in noi e si tratta di tirarli fuori. Capire questo significa essere iniziati). E i nostri giovani, dunque, ormai fremevano da un bel pezzo di tempo. Inoltre, un giorno, viene uno di loro e fa: ho visto le mucche. E gli altri: e poi? E quello: hanno cacato. E tutto fu chiaro, perché dice il sacro verso: caca la mucca e un bel fungo ci fiocca. E così tutti insieme dissero: andremo a parlare con gli dèi.

Si misero d’accordo sui particolari della fuga e si fecero coraggio l’un l’altro. Si contarono: erano dodici.

Dodici più l’idiota. L’idiota aveva insistito, e loro mica potevano dirgli di no. E così venne pure l’idiota, perché pure l’idiota deve avere il suo, altrimenti gli dèi non avrebbero  deciso che in tutti i villaggi ce ne deve essere almeno uno, molesto, fastidioso, debole, sempre inquieto, che smania di giorno e urla di notte, dice cose insensate, disturba gli altri nei lavori, incapace a lavorare a qualsiasi cosa, pigro, e svogliato. Però anche l’idiota serve, e infatti, quando c’è carestia, o ci sono nei villaggi rabbia e furia che portano le persone alla violenza, o qualche altra minaccia mandata dagli dèi, allora l’idiota mostra il suo motivo di essere. Infatti, se gli dèi sono in collera, è segno che gli uomini del villaggio si sono comportati male, e cioè da idioti. E allora basta prendere il più idiota, quello che incarna e significa tutta la loro idiozia, e insignirlo della regalità. Bisogna farlo re, in maniera tale che incarni secondo i riti il male fatto da tutti come se fosse il capo di tutti. A quel punto lo uccidi sull’altare così gli dèi capiscono che gli uomini del villaggio hanno ucciso il più cattivo di tutti nonché rappresentante in carne e ossa del loro male, e cioè il re, e che ora nel villaggio è tornato il bene. E per questo l’idiota serve: perché prima o poi serve un re da uccidere.

Così i nostri ragazzi si svegliano nel cuore della notte, i vecchi del villaggio che stanno in ascolto, e partono tutt’e dodici più l’idiota. Fuggono per l’iniziazione. I vecchi sentono i loro passi giovani pieni di paura e vita che si allontanano, e che, poi, si smarriscono nel bosco. Ormai sono uomini, si dicono madri e padri, e quindi tornano a fare l’amore per entrare più vivi nel sonno che protegge i sogni.

Le cacche sono qui, urla uno dei ragazzi.

Ci è voluta tutta la notte, ma alla fine ce l’hanno fatta. In una poscondola nel fitto della foresta ci sono i chiari segni del passaggio delle mucche. Hanno cacato senza risparmio e i funghi si vedono da lontano. I ragazzi si sbrigano a raccoglierli e riporli nelle bisacce. Aspetteranno la notte. Il giorno lo passano alla grande: cacciando la cena. E così viene la sera, e si accende il fuoco, e si distribuisce la carne e i frutti raccolti, e si mangia, e poi uno dice: ci raccontiamo una storia? Ma tutti rispondono: no dai, passiamo ai funghi. Nessuno aveva la testa per le vecchie storie, per quanto belle. Tutti pensavano solo al fungo e a quello che, di tremendo o di bello, sarebbe successo.

E così ecco i dodici ragazzi più l’idiota che già ci danno giù a masticare l’amaro fungo, e quindi: contorsioni, lacrime amare, urla, pentimenti e colpe e pene in ordine qualsiasi, e ognuno che vede il proprio personale destino: cioè tutti videro la stessa cosa, perché di questo si tratta, ossia di andare nel medesimo luogo, dove (se vuoi) impari (come puoi) queste famose leggi severe della vita che ti rendono, libero, alla vita. È un posto uguale per tutti, e non è necessario che ve ne parli. Piuttosto andate a caccia.

Ora dobbiamo, invece, parlare dell’idiota. Insomma, sapete bene che il nostro eroe è lui, l’idiota. L’idiota, insomma, cos’è? È uno che non partecipa mai di quella comune visione della vita accessibile agli uomini.

E infatti, ecco il nostro idiota che prende il fungo, e a lui, che di solito passa la giornata a contorcersi, lacrimare amaro, urlare, e pentimenti e colpe e pene e via dicendo, invece ora: tutto bene. Prova pace. Beatitudine dorata. E poi:

“Ciao”, gli mentì all’improvviso una voce arcana.

“Ciao”, gli rispose lo scemo, “chi sei?”

“Sono il dio più grande di tutti. Il padre di tutti gli dèi, anzi. Anzi, l’unico dio padre di tutti”.

“Il padre? E allora perché parli con la voce di mia madre?”

“Bada a contraddirmi, ché come ti ho fatto, così ti distruggo”, tuonò il dio, che, però, per prudenza smise di parlare con la voce della madre dell’idiota, e ne prese una maschile, baritonale. L’idiota si mise a piangere.

“Non piangere. Tu sei il mio prediletto. Io vi ho creati tutti dal nulla e poi ho scelto te per guidare questi esseri smarriti”.

“Chi si è smarrito?”, chiese l’idiota.

“Tutti”, fece Dio.

“Quando?”

“Da sempre”.

“E perché?”

“Vi ho fatto io così”

“Va bene, ma perché ci hai fatto così? Non potevi farci bene?”

“Io ti fulmino!”, si spazientì Dio, ma poi prese un’altra via: “Non puoi capire. L’ho fatto perché tu sei il mio prediletto”.

L’idiota non ci capì nulla, e si vedeva bene dalla faccia che faceva e così Dio gli disse:

“Non importa, sono cose che capirai poi. Il senso è che tu sei il prediletto, gli altri fanno schifo e tu comanderai su tutti. Ti va bene?”

All’idiota tutto questo piacque molto, e Dio rincarò:

“Loro si credevano quelli forti, belli, intelligenti, e invece è il contrario. Sei tu quello a posto. Sei tu quello che mi è sempre piaciuto. Chiaro?”

“Mi piace.” Disse l’idiota. “Che devo fare?”

“Niente di che. Tu devi essere me in terra, e uccidere tutti quelli che non credono in me e che credono in tutti gli altri dèi. Così io comanderò in cielo e tu in terra. Chiaro?”

“Abbastanza”

“Sì, abbastanza! Fa come ti dico. Convinci tutti ad adorare solo me. Chi si ribella lo uccidi. Tutti gli altri impauriti ti obbediranno e così obbediranno a me. E staremo una pacchia sia io che tu”.

“Va bene!”

"Bene. Allora va!”

“Vado?”

“Va, sterminali!”

Venne l’alba. I ragazzi erano tutti distrutti. Agognavano solo il riposo. Ma non potevano tenere a freno la lingua. Volevano dirsi, pieni di amore, dove erano stati. E ognuno raccontò la sua, scoprendo di essere stati tutti nello stresso luogo.(dovreste farne l’esperienza tutti. In fondo è qua). E l’idiota anche voleva, anzi doveva, parlare.  Ma volle farlo per ultimo, e così ascoltò il racconto degli altri, annoiandosi molto, perché tutti raccontavano la stessa storia, descrivendo lo stesso posto e con le stesse parole. Si annoiava, perché tutto questo mancava di originalità. Erano le solite cose. Lui, invece avrebbe portato belle novità.

E così, sicuro di sconvolgere tutti, sicuro di ammaliarli, sicuro di stupirli con questa novità e di invogliarli con le promesse che conteneva, gli raccontò la sua buona novella. Parlò per ultimo, e parlò del grande Dio che gli era apparso, e gli aveva detto che tutto quanto era solo una sua creazione tirata fuori dal nulla, e tutti gli uomini sono solo delle pecore smarrite che hanno bisogno di qualcuno che li guidi in questo mondo cieco e basso. Parlò con foga per più di un’ora, dicendo che finora li avevano ingannati,  e questo mondo non esisteva davvero, e non c’erano gli dèi e gli spiriti, che erano tutte illusioni, ed era per questo che tutti vagavano senza senso andando incontro alla morte. Ma ora il vero Dio voleva dire la verità a tutti per bocca sua e guidarli verso il bene. Bisognava solo smettere di credere alla favole che raccontavano i vecchi, e vivere seguendo il vero Dio che lui, l’idiota, avrebbe rappresentato in terra. Se avessero fatto questo ci sarebbero stati grandi vantaggi, e cioè non sarebbero morti: perché chi crede nelle vecchie favole muore e chi crede nel vero Dio no, il vero Dio non lo uccide. E insomma, disse più o meno questo, l’idiota, tirando e contorcendo le parole per più di un’ora, e gli altri ragazzi lo stettero a sentire terrorizzati. Aveva proprio delirato di brutto, come ancora non aveva mai fatto, raccontando cose tremende e tristi. Così tristi che le facce dei ragazzi si riempirono di amarezza e schifo.

Niente, ci aveva sperato l’idiota. Lo aveva sperato per loro. Ma Dio glielo aveva detto: magari all’inizio non tutti gli avrebbero creduto. E infatti quelli non avevano la faccia di gente che ti crede, che ora si ricrede, e non vede più in te il peggio schifo di uomo come ha fatto sempre; e che ha intenzione di smettere di trattarti male tutto il giorno, e passare finalmente a trattarti bene; e, anzi, come in ricompensa dei torti subiti, a trattarti meglio di tutti gli altri, a servirti e riverirti. No!, lo guardavano peggio che mai. Si vedeva: provavano per lui e per ciò che diceva più schifo del solito. Ma Dio glielo aveva detto, e gli aveva detto pure cosa doveva fare se succedeva una cosa del genere, e cioè non gli credevano.

Gli aveva detto: tanto sono solo una mia invenzione, non esistono nemmeno, non sono nulla.

Gli aveva detto: puoi pure farlo, se si ribellano. Gli aveva detto: uccidili.

E, allora, l’idiota, finito di raccontare disse: mi credete? E tutti quanti, terrorizzati e sgomenti: certo che no!

E allora all’idiota gli si iniettarono gli occhi di sangue per il dolore, e, urlando, prese un ramo dal fuoco e saltò al collo del primo che gli venne, e lo uccise, e poi infuocò quello appresso, e si mise lì alla carneficina, come una furia, sicché tutti dovettero combatterlo insieme, e solo alla fine morì dopo averne uccisi la metà.

I superstiti tornarono al villaggio.

Ormai erano uomini e parlarono al consiglio e dissero tutto. E tutti seppero che un grande male, ora, si preparava per il creato. Che un’infezione aveva toccato gli uomini, e che tutto il creato ne avrebbe sofferto. La vita dell’uomo e delle altre creature non sarebbe più stata la stessa, e tutta la nostra storia sarebbe diventata una storia da nulla.

Pier Paolo Di Mino{fcomment}