Grigorys Kapsomenos. Eroe e bibliotecario - Luciano Funetta

Grigorys Kapsomenos

(Creta, 10 novembre 1946 – Bologna, 9 aprile 2011)

Vendevo Borges. Vendevo Cervantes. Camminavo sotto i portici, e quando i portoni si aprivano per lasciarmi entrare salivo le scale, bussavo agli appartamenti. Camminavo negli androni freschi, nei giardini nascosti dietro le facciate, mi sfilavo la camicia e asciugavo il sudore che si mischiava alla polvere rossa. Posavo lo zaino dell'Ellenikós Stratós. L’avevo rubato a Creta a un soldato che dormiva. Se mi lasciavano entrare in casa, li ringraziavo. Quelli che mi riconoscevano mi dicevano: «Entra, greco». A quelli che non sapevano chi ero dovevo spiegare tutto.

«Mi chiamo Grigorys. Ho venticinque anni. Sono greco. Vendo libri».

Nelle cucine e nei soggiorni aprivo lo zaino e tiravo fuori Borges, Cervantes, Bakunin, Pavese. Anche se ero greco avevo letto Pavese. Molti italiani no.

Rifiutavo il caffè, chiedevo acqua, chiedevo mezzo limone da masticare, oppure accettavo il caffè, accettavo i liquori, accettavo il latte, il pane, le sigarette. Infilavo tutto nello zaino dei militari, insieme a Borges. Sistemavo il pane accanto a Borges. Al tramonto portavo tutto allo stabile.

Lo stabile era un palazzo dell’Istituto Autonomo del quartiere Saragozza. Noi occupavamo le stanze che i pensionati affittavano a nero. Noi eravamo gli studenti italiani, gli studenti spagnoli, i fuoriusciti greci.

Fuoriuscito vuol dire esule. Esule vuol dire uomo aggrappato al motore di un pullman turistico parcheggiato nello stomaco di un traghetto Pireo-Brindisi. Se sei fortunato, esule vuol dire documenti falsi e passaggio ponte. Esule vuol dire uomo con gli occhi socchiusi e donna con le labbra sottili.

Di notte il proprietario dell’appartamento non sentiva. Eravamo in venti e sapevamo fare uso del silenzio. Noi fuoriusciti di Bologna passavamo la notte in camera mia. I primi ad arrivare prendevano le sedie e il letto; gli altri si accomodavano sul pavimento. All’una ci contavamo. Dopo la conta spuntavano le bottiglie e le lettere. Chi riceveva una lettera con notizie la leggeva a tutti. Chi riceveva una lettera d’amore non leggeva e beveva più degli altri. Di notte gli italiani dormivano e noi parlavamo la nostra lingua. Qualcuno diceva che dovevamo tornare. Io ero anarchico e avevo imparato bene l’italiano. Quando pensavo al ritorno pensavo a una nave scagliata dalle onde sugli scogli taglienti, all’incantesimo della maga, ai compagni trasformati in porci che correvano nudi su una spiaggia. A volte di notte si univano a noi gli studenti dello stabile e io li chiamavo in greco “figli miei”, anche se erano miei coetanei, e in italiano “fratelli”.

Il vecchio che mi affittava la camera una volta mi disse che avevo sbagliato. Se nel mio paese c’erano problemi, sarei dovuto restare. Il paese dove nasciamo è una cosa sacra, diceva. Io gli chiedevo cosa avesse fatto lui durante il ventennio in Italia. «Sono rimasto», disse. Gli chiesi se era stato partigiano. «No. Ero fascista». Il giorno dopo presi una stanza in un altro appartamento dello stabile, presso una donna che collezionava camicie da notte. Quella donna mi prese come un figlio. Come un figlio, l’abbandonai, lasciai che pensasse a me che le sollevavo un lembo della camicia da notte. A volte, all’alba, mi stendevo sulla branda, accendevo una sigaretta e la ascoltavo piangere.

A metà mattina raccoglievo venti-venticinque libri, li infilavo nello zaino dello Stratós e mi mettevo in marcia. Quando andava bene, intorno alle sette di sera me ne restavano dieci. A volte cinque. Un giorno mi fecero entrare in un palazzo del centro. Salii al primo piano e una cameriera mi disse di seguirla. Entrammo in una stanza che era una biblioteca sterminata. Trentamila o quarantamila volumi. Seduto su una poltrona c’era un vecchio. Il vecchio mi chiese se ero il greco che vendeva libri. Dissi di sì. A quel punto il vecchio mi disse che stava morendo e che aveva letto tutti i libri del mondo. Io gli dissi che era impossibile, così lui si corresse, disse che quantomeno aveva letto tutti i libri che al mondo vale la pena leggere. «Anche questo è impossibile» dissi. A quel punto disse che non dovevo trattare così un moribondo, che a volte è meglio mentire. «Non posso mentirle su questo» dissi, e me ne andai.

Nel 1974, quando cadde la Giunta, molti fuoriusciti tornarono in Grecia. Li vidi partire, vidi i miei compagni trasformati in uccelli che volavano sopra le onde, vidi il ritorno come una borsa di tela scaldata dal sole, sentii il loro addio come un profumo.

Ricordo una delle ultime notti che passai con loro. La trascorremmo in strada con i compagni italiani insieme ai quali all’epoca battevamo la città alla ricerca di case vuote da occupare. Theodoros, un comunista di Patrasso, cantò una canzone di Vamvakaris, Stanotte alle tre verrò a svegliarti, poi ci arrampicammo lungo la salita che dalla Porta San Mamolo conduce all’eremo di Ronzano. Lungo la strada guardavo i volti dei compagni che si illuminavano a ogni boccata di sigaretta. Il dislivello ci faceva esplodere i polmoni. Qualcuno fece girare una bottiglia di grappa. Quando arrivammo in cima, ci stendemmo sull’erba. Un paio di coppie si inoltrarono nella boscaglia per fare l’amore. I fuoriusciti parlavano di quello che avrebbero fatto il giorno dopo e la settimana dopo e da lì a un anno. Theodoros e Markos dissero che ad Atene ci sarebbe stato il sole e che il mercato di Evripidou avrebbe brulicato di gente che passeggiava, comprava, assaggiava il cibo. All’alba ci disperdemmo.

Vivo in questa città da più di quarant’anni. Adesso ho un negozio. Lo zaino dell’Ellenikós Stratós è andato perduto in un trasloco. A volte mi chiedo se quel soldato a cui l’avevo rubato fosse davvero addormentato.

Io e Marta abbiamo una casa non lontano dalla libreria. Mi sono fatto crescere i baffi. Sulla vetrina del negozio ho fatto disegnare un labirinto circolare. Del mio labirinto vedo sempre più vicina l’uscita. Nella mia vita non ho letto quasi tutto quello che volevo leggere e quasi niente di quello che si può leggere in una vita intera.

Sono le tre del mattino del 10 gennaio 2011. Ho appena fatto un sogno che non ricordo.

Esule è un uomo che ha fatto un sogno e non lo ricorda.

Nevica.

 

Luciano Funetta {fcomment}