Mahmud Darwish o quando l’amore per un poeta è incondizionato - Rabii El Gamrani

Parigi, Tunisi o  Siena. È la stessa scena. Mahmud Darwish sale sul palco e declama la sua poesia. Migliaia di persone lo acclamano. Darwish, il poeta dei vinti, come  a lui stesso piaceva definirsi, ha intrinsecamente legato la sua esistenza alla poesia e dall’oceano al Golfo arabico è difficile trovare qualcuno che non sappia almeno qualche suo verso.

Difatti il rapporto degli arabi acculturati con la poesia, dai tempi di Okadh*, va oltre il frequentare un genere letterario, esso ha la valenza dell’appropriarsi di tutta una storia, di tutto un passato con il quale cerchiamo, forse invano, di curare il nostro presente. Gli arabi venerano la poesia e i poeti e io veneravamo Mahmud Darwish, collocandolo in una posizione fra il profeta e il santo, una specie di divinità che traspira genio: irremovibile nella sua resistenza e infallibile nel suo essere.

E così, per un ragazzino marocchino come me, nato in una famiglia della media borghesia, da genitori entrambi scolarizzati e bilingue, attivisti culturali, sociali e politici, l’incontro con Mahmud Darwish non poteva che avvenire precocemente.
Questo incontro precoce è stato favorito anche dalla storia della mia famiglia.
Una famiglia di migranti: in cento anni ci siamo spostati nella geografia del Marocco diverse volte e, in questa nostra erranza, avevamo bisogno di vari cordoni ombelicali che collegassero i mondi che lasciavamo a quelli in cui penetravamo. Alcune storie si sono perse, altre si sono salvate, ma solo come un sussurro lontano e quasi impercettibile,  altre ancora si sono mantenute forti, sopravvivendo alle impervie del tempo e dello spazio.

Fra le storie sussurrate c’era quella di mio nonno paterno che praticava la migrazione come stile di vita, vagando fra regioni e paesi, arrivando fino in Terra Santa, dove si fermò per qualche anno prima di far ritorno in Marocco, per poi morirci prima della nascita di mio padre.
La Palestina come cordone ombelicale  fra un padre, un figlio e un nipote.
La poesia come ponte d’incontro fra un nipote, un padre e un nonno mai conosciuto.

La storia stessa di Darwish è segnata dall’esilio e dalla peregrinazione: da Al Bira dove era nato nel 1941, a Bayreuth, passando per Mosca, il Cairo, Tunisi e Parigi prima di far ritorno a Ramallah: in tutti questi spostamenti, egli ha abitato la poesia trasformandola in una patria per i milioni di palestinesi orfani della loro terra.
Torno indietro nel tempo verso le mie prime memorie culturali e mi vedo chino su un libro dalla copertina nera : “Le Opere Complete” di Mahmud Darwish.  Siamo alla fine degli anni 80, ancora non ho compiuto i dieci anni e quel libro mi accompagnerà a lungo, lo frequenterò  in maniera più assidua, quasi maniacale, nell’estate del 1993.
Nel 1993 furono siglati gli accordi di Oslo fra l’OLP e Israele e la vaga/vana speranza di uno Stato palestinese cominciò a cullare i sogni di tanti filo-palestinesi. Andai a cercare una riposta in quel libro ingombrante dalla copertina nera e mi imbattei  in una poesia profetica dal titolo “Ti amo e non ti amo” scritta nel 1972. Ne traduco  alcuni versi:

“Perché definisci la tua fisionomia con quest’avventura?/ Perché ti annunci feto di questo mondo?/ Perché sei così bella fino al suicidio?/ E ancora/ perché non mi rinneghi affinché io possa smettere di  morire?/  O terra severa come il sonno/ Dì una volta per  tutte che il nostro amore è finito/ affinché io diventi capace di morire e di partire./ Bramo i venti che, repentinamente, si inclinano sulle ceneri dei miei padri/ bramo i pensieri che si nascondono nella memoria dei martiri/ e bramo il tuo cielo che si cela negli occhi dei bambini/ ma non bramo me stesso./ Ti estendi  sul  mio corpo come il sudore/ ti espandi dentro il mio corpo come la voluttà./ Come un colonizzatore occupi la mia memoria/come la luce invadi la mia testa/ muori perché io ti possa piangere/ o sii la mia donna perché io possa conoscere il tradimento.”

Dopo gli accordi di Oslo, Mahmud Darwish ritornò a Ramallah, e come tanti altri intellettuali e militanti palestinesi espresse la sua opposizione a quel processo di pace farsa e congelò il suo impegno politico in seno all’Olp.
Nel frattempo continuavo a nutrimi della sua poesia bramando di incontrarlo, e anche a me ci vollero tre spostamenti nel tempo e nello spazio, dal Marocco alla Francia e dalla Francia all’Italia, prima di avere l’occasione di conoscerlo da vicino.  
Il 6 maggio 2006 a Siena avvenne il mio primo e unico incontro con Mahmud Darwish.
Darwish arrivò a Siena, in risposta all’invito dell’associazione Hawiyya di cui sono membro, per recitare il suo poema/testamento “Murale”.
All’inizio non fu un incontro facile. Abbiamo avuto subito la prova che si trattasse di un uomo dal carattere spigoloso, introverso, contemplativo e assai taciturno. Andammo ad accoglierlo “armati” con l’ultimo numero della rivista Left, che per puro caso aveva pubblicato, il giorno prima del suo arrivo, la traduzione italiana della sua famosa poesia “Carta d’identità” e il nostro rammarico fu grande quando, alla vista di quella poesia, ci rispose che era roba vecchia, di cui non voleva più sentir parlare. Dall’età di dieci anni sapevo a memoria “Carta d’identità”.

Mahmud Darwish recitò Murale nel luogo più prestigioso che Siena poteva offrire: la Sala del Pellegrinaio all’interno del complesso museale del Santa Maria della Scala. La recitò, accompagnato da Sandro Lombardi, davanti ad una platea che pendeva dalle sue labbra.
Ho pensato molto a quell’incontro, con sensazioni contrastanti, un misto di delusione e di onore. A distanza di sei anni rinnovo la mia stima per Mahmud Darwish, l’uomo e il poeta.
Il poeta, per il suo enorme talento, per l’impareggiabile apporto nel rinnovare la poesia araba e nell’identificarsi, senza patetismi, con la causa del suo popolo.
L’uomo, per avermi insegnato, fra le tante altre cose, che migriamo nello spazio e nel tempo, migriamo quotidianamente, ogni giorno.
Mahmud Darwish, rifiutando di rimanere ostaggio di una poesia che ha scritto nel 1967, arrivando fino a rinnegarla e non provando nessun imbarazzo nel tentare a quel mito che mi ero costruito, non ha fatto altro che migrare, evolvendosi, nel tempo, nello spazio e nel significato.

Indagare la poesia di Darwish il poeta, il saggista, il giornalista e l’uomo politico non è un’impresa facile ed è impossibile riassumerla nello spazio di questa pagina che vuole essere soprattutto una dichiarazione d’amore a cuore aperto nei confronti di uomo che ha segnato molte esistenze, e le parole del premio Nobel José Saramago lo sottolineano chiaramente:

“Il prossimo 9 agosto sarà passato un anno dalla morte di Mahmud Darwish, il grande poeta palestinese. Se il nostro mondo fosse un po’ più sensibile e intelligente, più attento alla grandezza quasi sublime di alcune delle vite che lo attraversano, il suo nome sarebbe oggi conosciuto e ammirato come, per esempio, lo fu in vita quello di Pablo Neruda. Radicate nella vita, nelle sofferenze e nelle immortali speranze del popolo palestinese, le poesie di Darwish, di una bellezza formale che molto spesso sfiora la trascendenza dell’ineffabile con una semplice parola, sono come un diario in cui sono stati registrati, passo per passo, lacrima per lacrima, i disastri, ma anche le privazioni, oltre che le profonde allegrie, di un popolo il cui martirio, passati sessant’anni, non sembra disposto ad annunciare la sua fine. Leggere Mahmud Darwish, oltre che un’esperienza estetica impossibile da dimenticare, significa compiere una dolorosa passeggiata sulla scia dell’ingiustizia e dell’ignominia di cui la terra palestinese è stata vittima per mano di Israele, questo boia di cui lo scrittore israeliano David Grossman, in un momento di sincerità, ha detto non conoscere la compassione. Oggi, in biblioteca, ho letto poesie di Mahmud Darwish per un documentario che verrà presentato a Ramallah in occasione dell’anniversario della sua morte. Mi hanno invitato ad andare là, vedremo se mi sarà possibile intraprendere questo viaggio, che certamente non sarebbe gradito dalla polizia israeliana. Mi piacerebbe ricordare, proprio lì, l’abbraccio fraterno che ci scambiammo sette anni fa, le parole che ci siamo rivolti e che mai più potremo tornare a fare. A volte, la vita ti toglie con una mano quello che ti aveva dato con l’altra. Così è successo a me con Mahmud Darwish.”

Mahmud Darwish e José Saramago si conoscevano molto bene e la Ramallah del 2003 assediata dall’esercito israeliano ne è testimone.


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