Pepin Hrabal e Bohumil Hrabal. Scrittori - Luciano Funetta

Nella cabina, in cima alla scala di ferro coperta di sputi, Pepin, apre di tanto in tanto la bocca, e dalla bocca emergono le parole anche quelle coperte di sputi, e nel frattempo rigira tra le mani un coccio di mattone rosso, lo pulisce con le dita dalla polvere. «È il pezzo di un’anfora decorata. l’ho trovato in magazzino, in mezzo alle bottiglie, dove teniamo quei materassi ammuffiti. Era sul fondo della cassa delle maschere tragiche, in mezzo alle monete turche, a quelle russe, alle biglie e ai bulloni, e le monete battevano come i denti delle maschere mentre frugavo tra le espressioni di legno».

Nella cabina, sotto il soffitto buio della fabbrica di birra, quel tale Pepin dice di aver perlustrato il magazzino alla ricerca di altri cocci, per farli combaciare con il primo, e mentre parla gratta con l’unghia del pollice una macchia di terreno dall’angolo, poi lancia il coccio sulla scrivania, dove un’ora prima ha impilato le buste paga e i telegrammi. La nuca dell’uomo è gonfia sopra il colletto, i peli ritti per il freddo, le labbra succhiano la bocca di una bottiglia di Kern, il liquido cola sul mento macchiato di bava e tabacco da masticare, mentre Nymburk si oscura e dai cassetti delle cucine qualcuno tira fuori le candele gialle della veglia.

Nella cabina, a picco sulle cisterne nello stanzone deserto, Pepin osserva un disegno sul coccio, un disegno che stava nascosto sotto la macchia di terreno. Sembra un piede o una testa di cane. Non si riesce a vedere bene cosa sia, ma il vecchio tiene a sé il coccio come un tesoro trovato in una stanza segreta del Hradčany, il quartiere d’argento dove nessuno, tranne un’amica sua che faceva la puttana, ha mai dormito più di una notte al coperto. «Nessuno di quelli che conosco dorme di notte» dice Pepin, poi si alza e si infila il coccio in una tasca del giaccone di cuoio imbottito di pecora, vicino ai soldi e alle fotografie.

Nella cabina, come in una capanna in mezzo all’oscurità, Pepin si toglie il berretto e si passa il fazzoletto sulla pelata. Tra pochi minuti il giovane arriverà e gli chiederà di vedere il frammento con il disegno. Mentre lo aspetta, Pepin pensa a come spiegare a quel ragazzo che l’anfora a cui un tempo il frammento apparteneva era stata modellata per contenere gli stramparloni. Le impronte del piccolo visitatore hanno già tracciato metà del percorso dalla casa alla fabbrica. Sono impronte di stivaletti lucidati con il grasso. Per strada il ragazzo, che di nome fa Bohumil, raccoglierà uno di quegli strani oggetti abbandonati nella neve intorno ai quali gli stramparloni di Pepin, invisibili, si arrotolano come fogli di pergamena.

Nella cabina, dove, per gentile concessione del direttore della fabbrica, il cielo stellato può entrare e illuminarsi sopra le loro teste, Pepin e il giovane Bohumil fumano e contemplano il disegno sul pezzo di coccio come si guarda una carta geografica. «Siamo in Gynguzia, secondo me. È da lì che vengono gli stramparloni grassi» dice Bohumil. «Macché Gynguzia. Questa è Karplantasia purissima. Primo secolo, età dei re ferrovieri. È lì che hanno inventato la Kern e l’insalata di panna e mirtilli. Vedi» continua Pepin con le guance arrossate «è fin troppo chiaro. La terra è stracotta. In Gynguzia l’avrebbero lasciata al sangue». Le dita spaccate di Pepin si muovono lentamente, dal disegno fino al punto del pezzo di coccio dove sorge la capitale del regno.

Nella cabina, in quella trincea che sta tra il sogno, la veglia e la stufa a carbone, Bohumil sta disteso sul pavimento, a pancia in su. Tiene le braccia alzate. Le piccole unghie sporche grattano due capezzoli sospesi nell’aria sopra di lui. La donna si chiama Clara e il suo corpo è trasparente. Pepin sputa e racconta del treno notturno per Praga, un treno dove tutti i passeggeri sono ubriachi e addormentati. «Viaggiavo perché mi avevano fatto re o sultano, qualcosa del genere. Non lo dissi a nessuno, nemmeno a mia madre. Poi qualcuno lo venne a sapere e mi costrinsero a partire per vedere di cosa si trattava. Il treno trasportava uomini e cavoli bolliti. L’unica donna a bordo era Clara la grassa. Diventammo amici e a un certo punto mi chiese se volevo vedere il tatuaggio. Così la guardai mentre si girava, si sollevava la veste e mi mostrava la natica sinistra, dove c’era un Gengis Khan come non ne avevo mai visti: a cavallo, in fuga, dopo il saccheggio di Yanjing. Che lo faccia qualcun altro, il re, mi dissi. Porco mondo».

Nella cabina, al riparo dai tumulti e dalle rivolte studentesche che non invaderanno mai le strade innevate di Nymburk, lo zio Pepin immerge il boccale nel secchio di birra di Plzeň a dodici gradi. Poi lo tira fuori, coperto di schiuma, e si bagna la bocca. Il giovane Bohumil ha bevuto già due boccali. Sa che sua madre lo inseguirà per trascinarlo a scuola, ma lui ha promesso. Il professore non lo vedrà mai più. Vivrà alla macchia, nascosto in un’acciaieria, oppure allungherà il collo verso l’alto e lo tufferà nel cielo come lo zio Pepin tuffa il bicchiere nel secchio. Di notte andrà a piedi in periferia, dove la città finisce e cominciano le montagne di rifiuti, e in mezzo ai rifiuti, frugando con le mani, troverà un biglietto per Praga e l’indirizzo della birreria Brčálka. A suo zio non chiederà niente. Se la caverà da solo e sua madre lo aspetterà alla finestra. «Zio Pepin, tu non devi morire» dice, ma è già ubriaco e la voce gli viene fuori come se una donna cantasse al posto della sirena dei bombardamenti. «E mi serviranno un po’ di quelle monete russe e di quelle monete turche per il viaggio». Lo zio annuisce e si affaccia sul buio del capannone. Nell’oscurità si sente il rumore di centinaia di topi che leccano le cisterne.

Nella cabina, ormai circondata dal volo fosforescente degli stramparloni, Pepin chiede a Bohumil come si chiamerà l’uomo della storia. «Hanta» dice Bohumil, anche se è solo un ragazzo e non sa di preciso quale sarà la storia né come farà a scriverla, se scriverà in piedi oppure seduto su un pavimento, se avrà una stanza con l’elettricità o dovrà affidarsi alle candele della veglia, se mentre scriverà avrà fame, se avrà fame mentre camminerà per Staroměské namestí, se avrà buoni amici o se resterà solo come il suo Hanta di cui non conosce ancora niente. Da fuori arriva il rumore dei primi catenacci che scorrono nei passanti di ferro delle porte delle botteghe, e due uomini, con i cappelli di lana calcati a forza sulle orecchie, percorrono la strada che porta alla stazione e osservano la sagoma del birrificio. Sanno che lì dentro il vecchio Pepin è ubriaco e passa il tempo con la sua misera collezione di pornografia. «C’è una chiesa, a Praga, dove i monaci hanno costruito un confessionale con il legno delle forche» borbotta Pepin «Una volta ci sono stato, sono entrato nel confessionale e sentivo l’odore dei miei piedi perché mi ero tolto le scarpe bagnate, e il prete mi chiese di rimetterle, altrimenti non mi avrebbe confessato. Io scoppiai a ridere e dissi che non avevo niente da confessare, che il prete di Nymburk mi aveva già pulito l’animaccia due giorni prima e che volevo solo vedere quel confessionale ricavato da una forca. Allora, Bohumil, quello si mise a sussurrare che dovevo andarmene, anche se avrebbe voluto gridare sussurrava, e io annusavo la puzza dei miei piedi e me la spassavo».

Nella cabina, quando fuori era già cominciato il fracasso dell’alba, Pepin si alza dalla poltrona proprio mentre il garzone del macellaio entra con il suo fagotto di carta insanguinata. «Salsicce, Pepin» dice. «Fresche?» chiede Pepin. «Fresche. Quasi vive». Quando il garzone esce, Bohumil si mette a guardare il fagotto sfaldato sulla scrivania, le piccole gocce di sangue sulla carta oleata. Accanto c’è il coccio, la porzione d’anfora con il disegno e la capitale della Karplantasia. «Prendilo» dice Pepin «Portalo a scuola». «Non andrò a scuola» dice Bohumil. «Ci andrai» dice Pepin ruttando «E poi andrai a Praga, all’università Carlo IV, dove ci sono tutte quelle ragazze con le gambe scoperte, e andrai con loro in birreria e poi in Váklavské namestí e da lì andrete a Parigi, a Londra e poi in autobus da New York a Los Angeles, e nel frattempo tu scriverai quella storia di Hanta, e un giorno ti chiameranno per dirti che sono morto e ti diranno di recitare La terra ti sia lieve in un cimitero di corvi, dietro la chiesa di Nymbursk, e verserai un secchio di birra di Plzen sulla mia tomba, poi un secchio di birra di Popovice scura, e alla fine te ne andrai, tornerai a Praga e allora sarò io a recitare La terra ti sia lieve per te, perché è un augurio che andrebbe fatto ai vivi prima che ai morti». Da qualche parte si sente un tonfo di metallo, come una ghigliottina, poi due grida e risate. I primi operai stanno sono entrati nel birrificio e già scartano i panini con la carne fredda e fanno saltare i tappi delle bottiglie di birra della colazione. Bohumil guarda Pepin che si sistema il colletto della camicia, copre i peli del petto, si pettina i capelli all’indietro, poi infila il fagotto con le salsicce nella borsa. «A stasera, zio Pepin» dice Bohumil, poi esce dalla cabina, scende la scala di ferro, corre facendo lo slalom tra le cisterne, fa scorrere la porta e scivola fuori, sempre correndo, lontano dal birrificio, verso la scuola e nella neve, e pensa a Hanta, ma soprattutto pensa alle gambe delle ragazze dell’università Carlo IV e al momento in cui passerà le dita su quelle gambe, mentre suo zio resterà a Nymburk e affonderà il boccale nel secchio di birra, e poi lo tirerà fuori pieno e schiumoso, e berrà quel liquido freddo insieme agli stramparloni della cabina, sotto il cielo stellato che il padrone lascia entrare solo per lui.

Luciano Funetta

{fcomment}

Aggiungi commento


Codice di sicurezza
Aggiorna