Coriolano o il soffio dell'uomo - Marco Lupo

coriolano

«Che c'è di nuovo, sediziose canaglie, che grattando la triste rogna delle vostre opinioni, vi coprite di pustole?»
Coriolano (I, 1), Shakespeare

Le pietre formano un cumulo nelle crepe della caverna. Le vene della caverna sono state scavate nel tempo da sudore diventato polvere. C'erano sudiciume e zanzare e afrore di uomini dalla pelle scura e odore di barbe cresciute al buio e suono di pietre lanciate nelle crepe profonde.

Immagino la lana di cammello logora sulla pietra umida della caverna. Come nel racconto dell'Enciclopedia dei morti di Danilo Kiš. Immagino la grotta dei sassi rossi, una falesia alta un centinaio di metri scavata nella roccia ligure, divisa in quindici cavità, con sepolture scoperte da uomini con la parrucca o da contadini senza denti. Immagino venti scheletri sulla superficie scheggiata che ricorda decine di migliaia di anni e decine di migliaia di storie e masticazioni e amplessi e immagino di ricordare donne e uomini che si spengono al buio, tra le pareti bagnate e lisce di una cavità che è l'ultimo luogo in cui hanno messo piede e ricordo i falò accesi nelle ore di neve sputata forte dal cielo.

Quella caverna è il soffio dell'uomo, il reperto più vicino all'idea che alcuni tra gli uomini hanno della loro carne. L'idea si sbriciola in poche parole ma attraversa millenni e arriva rapida come un orgasmo: le storie degli uomini sono tutte accadute e tutte diverse, e il fegato di ogni storia assomiglia ai polmoni delle altre, ma sono tutte diverse, e tutte, in un modo o nell'altro, comunicano tra di loro. Il soffio dell'uomo non ha bisogno di iscritti, né di credenti, né di antitesi. Esiste se lo senti.

Ieri. Un cordone composto da centinaia di teste penetra una caverna e le teste alzano gli occhi al cielo perché la notte sarà compagna dei giorni e perché i condannati ai lavori forzati lo fanno. Sono tutti cinesi e il loro governo non mente quando dichiara che ogni cittadino è prima di tutto un patriota. Hanno le tute da lavoro e i caschi di protezione e c'è una lunga corda che collega il primo all'ultimo e viceversa. I tecnici hanno eseguito i lavori per la costruzione degli ascensori e ora, in cinque punti della grande grotta madre, venti carcerati alla volta scendono nella pancia calda senza nome. La cartina geografica in mano ad uno degli ingegneri dice che sono in Afghanistan.

Un ragazzino steso tra le rocce guarda il riflesso degli occhiali da sole del cinese che richiude la mappa ed entra nella grotta. Ha dodici anni, costruisce fionde, ripara automobili con i resti delle macchine esplose. Ha imparato una trentina di vocaboli inglesi da una cooperante che si chiama Jennifer e che lui chiama “doppio mento”, ed è il figlio di uno degli ex combattenti del Fronte Unito. Nato due giorni prima dell'undici settembre, mentre il padre piangeva la morte di Ahmad Shāh Massoūd detto il Leone del Panjshir, conosce la storia per come gliel'hanno raccontata. E non gli è piaciuta. Sanguineti direbbe che è un proletario, e che il suo odio è giusto. Fenoglio direbbe che è un partigiano, e che il suo odio è giusto. Il Leone del Panjshir direbbe che la guerra fa schifo, ma se uno è costretto a combattere è giusto che lo faccia bene. Il Leone lo ha fatto. Ha impresso il suo nome nella lista degli uomini che ricordano Leonida. Pochi uomini contro molti uomini. Ha costretto i sovietici a lasciare la sua terra, perché la guerriglia era sporca e fatta da poveri, e perché i poveri guidati dal Leone combattevano come asceti. In guerra, chi difende il proprio paese da un'invasione viene chiamato partigiano. Gli storiografi di un paese, per esempio l'Italia, dicono che Pertini è stato un partigiano. Gli storiografi di un paese, per esempio l'Italia, non sanno cosa dire del Leone del Panjshir. La storiografia è politica. Gli uomini morti no.

Il ragazzino sa che il Leone è morto in un attentato. I talebani lo hanno ucciso facendolo deflagrare. L'esplosione è entrata nelle città sventrate dalla guerra civile, dagli assalti di uomini che dominano altri uomini, e le schegge impazzite sono la memoria dell'uomo sbagliato. Il Leone era un uomo sbagliato, come tutti i partigiani. Ha causato morti tra i civili di Kabul e ha protetto un paese diviso dalle faide tra etnie quando i sovietici lo avevano scelto come colonia imperiale.

Poi la storia diventa torbida come solo la Storia sa fare: due giorni dopo, due aerei modello Boeing 767 penetrano gli ippocampi di tutto il mondo e un presidente alcolizzato, terrorizzato dall'idea di biascicare leggendo dal gobbo, proclamerà la guerra totale. Il 20 settembre del 2001 si mette in scena la dichiarazione di guerra al terrorismo, sul sito della Casa Bianca è indicizzata con questo titolo. La leadership americana è un bene sia per l'America che per il resto del mondo, dice il manifesto del PNAC (Project for the New American Century), un istituto di ricerca fondato, tra gli altri, da Donald Rumsfeld e Dick Cheney. Bush junior, figlio del Bush che ha scritto la storia della prima guerra del Golfo, guarda fisso in camera e coniuga parole semplici e pericolose. La guerra inizia. Il congresso vota per l'archetipo preferito dagli umani, come direbbe Hillman, e passano i bombardamenti e le stragi e il concetto che i giusti sono coloro che si proclamano giusti, e che i giusti proclamati giusti hanno il sacro diritto di annientare i colpevoli, i terroristi, gli altri.

Da dieci ore, nella caverna dalle pareti lisce e umide, i condannati ai lavori forzati stanno cercando rame nelle crepe della caverna. Il ragazzino aspetta su una gola di fronte all'entrata della caverna. Ha sete, fame, gli occhi arrossati dal vento che trascina sabbia e polvere, la gola infiammata e le spalle doloranti. Cambia posizione sulla roccia che punge, e sbadiglia.

Nel sogno vede sua madre che si tinge i capelli nel fiume, ascolta il suono prodotto dalle labbra di suo nonno, mastica un pezzo di marqūq, guarda i bossoli collezionati da suo fratello, bossoli che cadono con un rumore di denti in un bicchiere, entra in una grotta dalle pietre rosse, chiude e riapre gli occhi e rallenta il passo e cerca le pareti con le mani e respira l'odore dei millenni e penetra nel ventre dimenticando il dolore alle spalle e la gola infiammata, e segue la scia di fiaccole che incendiano l'aria di una galleria che porta a una caverna scavata dal silenzio o dalla rabbia, e vede un anfiteatro di roccia, e al centro della scena uomini vestiti con tuniche, e si siede per ascoltare questa storia.

C'è una città che si chiama Roma, che domina il mondo conosciuto, che trascina migliaia di soldati sui campi di guerra, che si sdraia ubriaca nelle ville dei patrizi mentre il popolo muore di fame, che tassa il grano dei figli dei suoi soldati, che riconosce al popolo il diritto alla rappresentanza, che chiede al popolo di rinunciare a quel diritto per mangiare, che chiede a un generale nato patrizio e acclamato eroe di diventare console, tale Caio Marzio detto Coriolano per una città presa e saccheggiata ai Volsci, che è leggendario perché porta sul corpo ventisette cicatrici infertegli dai nemici, che il popolo non vuole come console, e il popolo che ha fame ha diritto alla parola, anche in una città che domina il mondo conosciuto, e Caio Marzio detto Coriolano insiste, dice che il popolo deve scegliere tra il grano e il diritto al voto, e il popolo lo condanna all'esilio perpetuo. Plutarco scriverà che il popolo sa solo odiare e azzannare e che è incapace di fare il popolo, che le masse sono cieche, che distruggono, che la patria è sempre ingrata ai grandi e sempre debole di fronte ai piccoli, e succede che Coriolano si vendica, corre su un puledro in una notte con la luna a spina di pesce, va dai Volsci e dice al loro capo che ora sono alleati, che il sangue versato è sangue versato e che ora Roma è pronta a cadere, e propone una spedizione contro l'Urbe, lui ne è il condottiero, e la storia ricorda due conclusioni e due verdetti, nel primo Tito Livio scrive che Coriolano si ferma davanti alle mura di Roma, che la moglie e la madre lo implorano di non attaccare, che Coriolano sale sul puledro e torna dai Volsci per morire di vecchiaia, e che nell'altra conclusione, scritta da Plutarco, Coriolano si condanna a morte perché tradisce il patto con i Volsci, che lo uccidono perché ha tradito, e che la storia è crudele e velenosa e stritola Coriolano, e che la lotta di classe è una parte di quella vecchia storia, e che quella parte ci è contemporanea.

Poi succede che nel sogno dell'anfiteatro entra in scena Menenio Agrippa, patrizio, mandato dal Senato per calmare la bile del popolo, e Agrippa parla in un comizio come fanno i politici ai comizi nei periodi oscuri, e dice che i patrizi hanno a cuore il popolo, ma la miseria è una sentenza degli dei. Così va il mondo, e nessuno è in grado di mutare quest'ordine eterno, dice “... per quel che riguarda i vostri bisogni, le vostre sofferenze in questa carestia, tanto vale colpire il cielo con i vostri bastoni, che levarli contro lo Stato romano... Questa carestia l'hanno prodotta non i patrizi, ma gli dei: e le vostre ginocchia, non le vostre braccia, debbono aiutarvi.”

Marco Lupo{fcomment}

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