San Francesco. Santo, eroe e scrittore italiano - Pier Paolo Di Mino

Francesco è, per la precisione, poeta, attività per la quale è divenuto patrono d’Italia, paese essenzialmente poetico, se per poesia si intende l’ambizione senza freno a esprimere la propria interiorità, i propri desideri, le proprie voglie, il proprio io più vero: e, a riprova di questa evidenza, giova il caso, statistiche alla mano, di ricordare che l’Italia è la nazione con il maggior numero di flatulenze espresse in ascensore dell’intero globo terraqueo.

In realtà in Francesco d’Assisi l’eroe, il santo e il poeta si confondono. Gioverà comunque all’esposizione tentare dei nessi di carattere causale tra le diverse attività praticate dal grande immaginifico. All’inizio, certamente, c’è stata la poesia. Francesco Giovanni di Bordone, infatti, fu precocissimo lettore dei romanzi epici e cortesi della sua epoca. Fu questa una letteratura nella quale si condensarono le migliori metafore e i più puntuali ritrovati del pensiero occidentale: ancora sotto l’egida platonica, il lettore poteva ritrovarvi intera quella speculazione che, all’ombra dei grandi monoteismi, ci ha permesso, malgré nous, di arrivare quasi sani e quasi salvi fino ad oggi. È vero che un certo gusto per l’oscurità, che era un debito appello all’intelligenza e alla curiosità del lettore, poteva confondere sulle intenzioni di questa letteratura, al punto che molte di queste storie ai più sono sembrate risolversi in un semplice elenco di sorde imprese di disinteressata violenza (mazzolate e ammazzatine) o resoconti di stravaganze erotiche (alcune niente male: ed è con disappunto che, fra le categorie in cui Youjizz si pregia di esporre il proprio campionario, non si trovi l’asag: la pratica di rimanere nudi tutta la notte insieme alla persona amata senza nemmeno guardarsi; possibilmente con una spada in mezzo che faccia da divisorio). Ad ogni modo, Francesco fu tra quelli che fraintese le proprie letture, così che, giunta l’età della maturità, vistosi sprovvisto di quella prestanza fisica che fa gagliardi per l’amore, decise di diventare un cavaliere e di dedicarsi all’arte della guerra. Partì con alcuni compaesani per mazzolare a dovere i perugini, prese dei sonori schiaffoni e fu ficcato in gattabuia. Molti eccepiscono che il seguito fu dovuto alla gran paura presa. Questo, va da sé, non sminuisce nulla: il timore è all’origine della sapienza. Senza Pan ci è preclusa la saggezza che, invece, per quello che vale (intera, insomma, nel suo valore) fu data al grande uomo. All’improvviso tutte le metafore e le speculazioni di cui sopra gli furono terribilmente chiare: la poesia si impossessò di lui. Una poesia di carattere radicale, di quelle dinamitarde (e certamente D’annunzio smise di dichiararsi, e cominciò a sentirsi per davvero francescano quando, atto abissale di poesia, conquistò Fiume). Siamo italiani, Francesco è il nostro patrono e conosciamo tutti le sue storie. Inutile ripetere il catalogo delle sue imprese di provocatoria bellezza, animisticamente disinibite: dadaiste, direbbe uno. Quel suo parlare con le bestie, lasciando per inteso che, non essendo pazzo, comunque non gli sembrò mai che gli rispondessero; quel suo partire per la terra degli infedeli per dire loro che non aveva nessun motivo per convertirli; quel suo forzare tutti i limiti della natura dell’uomo per affermare che ci sono, e sono belli. Conosciamo Francesco e sappiamo, con quel Maimonide che ha voluto fare da guida a noi perplessi sulla via che mena dritto alla conoscenza dell’unico dio, che è stato il più grande e pericoloso degli eretici, di quelli che fanno una scelta, e vi rimangono fedeli. D’amore, del resto, si vive; e, se siamo vivi, scampati alle nostre flatulenze, alle nostre asfittiche passioni e voglie, alla nostra fumosa interiorità da esprimere, è perché qualcosa ci lega ancora a una terra, sora nostra matre Terra, la quale ne sustenta et governa, et produce diversi fructi con coloriti flori et herba.

Pier Paolo Di Mino