Frida Kahlo. Scrittrice. - Benedetta Sonqua Torchia

Tante cose colpiscono di Frida Kahlo, pittrice messicana.
La prima è che se fosse stata un uomo, forse, sarebbe passata agli onori della storia come un manifesto dell’intellighenzia sudamericana. Tante, ad esempio sono le analogie con la figura argentina del Che Guevara, di vent’anni più giovane: la malattia infantile (poliomelite per lei e asma per lui), la sofferenza che accompagna scelte faticose, l’interesse per gli studi di medicina ai quali si sarebbe dedicata se non avesse avuto il fisico minato, lo studio e l’esaltazione del valore delle culture autoctone precedenti la colonizzazione occidentale, nel rinascimento, e nordamericana, nel dopoguerra, il sincero entusiasmo nei confronti dei nuovi orizzonti che storicamente si aprivano dopo la caduta delle dittature del Sud America.  Gli elementi per la costruzione del mito, ci sarebbero stati. Per il Che hanno funzionato. Per Frida, meno, e solo molto più tardi.

Frida non ha assunto subito i contorni del mito perché ha coltivato la forma della sua narrazione senza voler militare per nessuna altra causa che rimanere aggrappata alla vita. La sua.
E la sua storia di dolore, di dolore vero, costante, persistente, crudele ci intenerisce e, forse, ci suggerisce, alle volte, che sarebbe potuta essere, se non una santa, almeno un’eroina.
Eppure, Frida non è: né icona femminista; né icona delle rivolte popolari; né bandiera di una cultura nazionale. La sua dipendenza dall’amore di Diego Rivera – almeno così come lo dichiarava al mondo e nei suoi diari – la allontanava dall’affrancamento emotivo che richiedevano i movimenti femministi; il suo benessere, il mondo brillante nel quale viveva con e senza il marito la allontanavano dalla realtà popolare. Icona solo di se stessa e, come tale, dedita al suo narcisismo. E il narcisismo, nella donna che è stata, nella bellezza prodotta, non può essere giudicato, solo accettato.
La seconda cosa che si ricorda di Frida è proprio quel monumento eretto all’amore per Diego Rivera, marito a fasi alterne e oggetto perenne di adorazione in poesie e filigrane su tela, che fa risuonare, pur nella pienezza delle opere, una dissonanza curiosa. Sembra che una volta abbia detto che nella vita le fossero capitati due grandi incidenti: quello sull’autobus (che l’ha fisicamente devastata) e l’esser caduta tra le braccia di Rivera. Un amore difficile, certo drammaticamente romantico, ma non solo. Se Frida ha scientemente spostato le conseguenze dell’incidente dal territorio della patologia, alla ricerca espressiva, se è riuscita a svincolarsi dalla descrizione clinica per arrivare alla costruzione di un lessico che le fa dire: “la cicatrice è un modo di entrare nella solitudine dell’altro”, è legittimo accettare che sia stata una donna capace di rileggere e adoperare in modo anche strumentale la sua passione per un uomo che ha aperto porte, altrimenti precluse, a una ragazza, malata e figlia di una media borghesia di origine tedesca. Una donna libera di rileggere e manipolare le sue passioni per non rimanervi ingabbiata. Un disegno sapiente che non ha cedimenti.
Non cede neanche quando Breton, suo estimatore ed amante ha provato ad annoverarla tra i maggiori artisti surrealisti, offrendole, insieme, un giudizio affrettato ma anche l’opportunità di unirsi e nutrirsi di una fama intercontinentale. Frida si ribella. Rifiuta la definizione surrealista e ribadisce puntuta che lei non disegna sogni, ma restituiva forma ai sentimenti. Le scene, i corpi si muovono su un orizzonte storicizzato dagli eventi della sua vita. E gli arti spezzati, i cuori in vista, il contorcimento del dolore non sono simboli. Non travalicano i confini del reale; sono la rappresentazione di una vita che lotta per non fermarsi. Un’epopea fatta di toraci aperti come squassati ci si sente, a volte, dal dolore, dal vuoto, dall’abbandono, dalla rabbia. 
Nonostante Frida Kahlo, si schermisse dietro la dichiarazione che raccontava e dipingeva di sé “perché la mia vita è l’unica cosa di cui so”, il suo imperante protagonismo è la traccia con cui ha deciso di segnare il suo mondo. La sua produzione pittorica e tutte le sue parole scritte altro non sono state che un mostrarsi, con pervicacia e con tutti i mezzi che aveva a disposizione, in modo artisticamente ricercato, per allestire lo spettacolo di se così come voleva che il mondo lo guardasse.  E l’autobiografia regala, in questo senso, la più assoluta libertà. A chiunque.
Non è un caso che risulti davvero difficile raccontare il percorso creativo di Frida ed evitare insieme di scandire eventi, anni, date e nomi. L’autore in questo caso rappresenta il contenuto. Frida Kahlo ci anticipa: espone un corpo e un io che non hanno più le connotazioni dell’oggetto ma assumono le funzioni di soggetti parlanti. L’interpretazione diventa quasi un gesto inutile e l’accettazione sembra l’unico atto intelligente (o possibile) da compiere.
Non smette mai di guardarsi. E’ questo che aggredisce, che balza fuori dagli autoritratti. Sono autoritratti allo specchio. Si guarda mentre si guarda. Le linee pesanti delle curve delle sue sopracciglia non la relegano nell’immaginario della cultura popolare ma la proiettano nella sfida futura di una donna che ha in se i germi di un anticonformismo radicale. Una sorta di quello che oggi chiameremmo self-marketing che, nel pieno rispetto di chi guarda, del suo pubblico, si assume la responsabilità di continuare a produrre significato e bellezza.
Supera il confine tra se e il racconto del se per inventare la sua personalissima tecnica narrativa che si serve del metodo autobiografico per costruire la favola impudica e dolorosa della donna che è stata e del suo corpo. Un corpo scheggiato dalla spina bifida (confusa, peraltro, con poliomelite), trafitto da un incidente, immobilizzato da 22 corsetti e 35 operazioni, umiliato dall’impossibilità di portare avanti le gravidanze volute, mutilato, infine, dalla cancrena. Un dolore sofferto ma scevro della cultura della morte di croce. Nessuna espiazione. Nessun richiamo religioso alle espressioni della sofferenza che ha intriso l’iconografia e la mistica europea. Un dolore nuovo per noi. Nessuna colpa. Solo un fatto.
Per questo, Frida Kahlo non può essere santa; perché, se la letteratura usa i santi come testimoni e insegnanti, lei al suo dolore avrebbe volentieri rinunciato. Eppure, ha saputo assumere con perizia il dolore, quale cifra stilistica per raccontare se stessa con determinazione, con la lucidità del pensiero e con il giavellotto delle emozioni forti. Lontana dall’idea della maschera, abitava un corpo che proprio non poteva specchiarsi né nel modello di femminilità conturbante tratteggiata dal cinematografo dell’epoca, né tantomeno nel modello di femminilità tradizionale espressa nei ruoli di madre e moglie. Per il primo, risultava fisicamente inabile, per il secondo non si può non tenere a mente che Diego Rivera era un marito ma soprattutto un artista, narciso e concentrato come ogni grande artista. Di lui scriveva: “Nessuno saprà mai quanto amo Diego. Perché lo chiamo mio Diego? Mai fu né mai sarà mio. appartiene a se stesso.” E’ evidente che la forma della loro adorazione reciproca le ha precluso il guscio della devozione muliebre.
E dunque, né eroe (pardon eroina), né santa. Se la scrittura è la rappresentazione grafica della lingua per mezzo di segni, lei, di segni, metaforici e fisici, ha riempito la sua vita.
Scrittrice, dunque.
Un diario fittissimo, una piroetta infinita di frasi pensate già con la genialità della sintesi, già pronte per essere trasformate in aforismi. Un epistolario corposo dove si rincorrono personaggi famosi, la fede politica, l’amore e l’odio verso il partito e le sue scelte, mecenati ricchissimi, il rapporto con il modello statunitense che le mostrava già limiti e contraddizioni, il continuum – per la verità fatto più di curiosità e studio piuttosto che di citazioni - con la cultura e la pittura europea, il dolore fisico, caparbio compagno di viaggio. Tutti i suoi quadri, infine, sparsi nel mondo e raccolti con cura nella Casa Azzurra, donata da Rivera al governo messicano per allestire il museo personale di Frida Kahlo. Un ultimo pensiero riguarda, infatti, proprio la sua fortuna, che, in fondo, si deve al marito. Rivera ha sovvenzionato la sua attività artistica e, dopo la morte, convinto estimatore, si è impegnato a lungo nella promozione del suo modo pittorico e narrativo. A colpire, in particolare sono alcune parole di Rivera: “Frida è la prima donna nella storia dell’arte ad avere affrontato con assoluta e inesorabile schiettezza, si potrebbe dire in modo spietato ma nel contempo pacato, quei temi che riguardano esclusivamente le donne”. E verrebbe da sorridere a queste parole, perché i tratti del viso di Frida sono tutt’altro che rassicuranti: dietro l’appropriazione e l’abbattimento delle maschere, si rivela una minacciosa autoironia che continua a dire che è possibile non arrendersi. Si è liberi di scegliere se farlo o meno ma è possibile pianificare, pensare agire e non arrendersi.  Ed è forse questo il messaggio potente che questa donna, involontariamente e mentre era impegnata a costruire per il mondo una immagine di sé, ci regala ancora.

 

Benedetta Sonqua Torchia