Castruccio Castracani. Flatulenze della storia - Marco Lupo

A cento metri dal McDonald’s di Lucca est, vicino allo svincolo dell’autostrada Firenze-Mare, Francesco T.C., 47 anni, piuttosto ubertoso o semplicemente sovralimentato, sta lavorando alla stazione di  servizio di proprietà del cugino, Mario T.C. detto “il polposo”. Francesco sgrassa carrozzerie incrostate nel nuovo autolavaggio comprato a rate dal cugino. Verso le 19:00 chiude l’impianto e va a farsi una doccia nel monolocale sopra la stazione di servizio. Mara, la cassiera del supermercato annesso, lo va a trovare verso le 19:30, quando ha chiuso la porta con il vetro anti-proiettile e il cancello di ferro nero. Fanno l’amore sul divano. Cenano.

Quindi Mara torna a casa sua con lo scooter comprato a rate. Verso le tre del mattino, Francesco apre la cassettiera in corridoio, cimelio di famiglia. Srotola un involto di carta da regalo che contiene uno stemma araldico, un anello d’oro grezzo e un orecchio imbalsamato. Francesco T.C., 47 anni, precario presso una stazione di servizio, sogna tutte le notti di scrivere qualcosa su un suo antenato.

 

Prima che la Guerra del Golfo inaugurasse gli anni Novanta, entrando nelle case da tubi catodici che i bambini di cinque anni non sanno cosa siano; prima che Shakespeare e Cervantes morissero quasi all’unisono; prima della prima scena del Coriolano (quando i plebei romani si ribellano a Caio Marzio; quando il conflitto è chiarito e gli eroi strisciano sulla terra, ventre di vermi e ossa, imbuto di morte e piastrine, centrifuga di spade che s’agitano nel Globe Theatre), mentre Shakespeare condanna la guerra mostrando carneficine, mentre il popolo in piedi lancia pezzi di cavolo sulla scena, mentre Don Chisciotte s’agita su Ronzinante e Cervantes comprime la guerra in un mito, un rettangolo di carta e eroi che muoiono dimenticati, e sembra strano ma lo spagnolo lascia perdere le lettere scrivendole, perché è soldato, prima di essere scrittore: prima che chi scrive esageri farcendo periodi troppo lunghi, si narri la breve storia del ghibellino.

Nella tenda l’uomo si fa vestire da un ragazzo: il camaglio di anelli di ferro penetra la testa del figlio degli Antelminelli, Castruccio Castracani si chiama. Castruccio, dice il ragazzo, mentre lo copre con scarsella, panziera e cotta di piastre, che anche se Castruccio non è il mago di Oz lo sembra, ché metalleggia con le giunture, incrina testa e chiude occhi nell’elmo col pennacchio nero. Castruccio, dice il ragazzo, Montecatini sarà tua.

Così sia, così è e così tanto piacque Castruccio a quelli che lo seguirono, che cinquecento anni dopo la scrittrice Mary Shelley, quella del "Frankenstein, o il moderno Prometeo", infilzò la fama un po’ sbiadita di Castruccio per farne un’epopea quasi femminista, "Valperga, Vita e avventure di Castruccio, principe di Lucca".

Sette ore dopo il ragazzo spoglia Castruccio nella tenda. Una coscia di coniglio per la pancia, i denti che strappano pezzettini di cibo per le mosche, la mente di Castruccio ai tornei vinti in Inghilterra, l’anello di Edoardo I d’Inghilterra, Edoardo Plantageneto detto “Gambelunghe” o “martello degli Scoti”, la mano di quel re che tagliò la testa a William Wallace, per esempio, che Castruccio baciò resistendo a flatulenza improvvisa, disse poi al ragazzo che lo seguiva ovunque. L’aria inglese doveva essere. Così Castruccio, esiliato da Lucca per la politica dei Guelfi, immigrato in Inghilterra e poi cacciato per omicidio d’onore, tornato a Lucca vinse a Montecatini, ma poi fu imprigionato da Uguccione della Faggiuola, amico e poi nemico. Ed ecco che pronto ormai per il taglio della testa, capita che il popolo dà fuoco alle piazze (ogni tanto succede), e Castruccio esce di prigione e diventa Capitano Generale della città di Lucca.

«Fu adunque Castruccio Castracani da Lucca uno di quegli; el quale, secondo i tempi in ne’ quali visse e la città donde nacque fece cose grandissime e, come gli altri, non ebbe più felice né più noto nascimento, come nel ragionare del corso della sua vita si intenderà.» Così scrive nel 1520 Niccolò Macchiavelli.

A Castruccio piace razziare, incendiare, assaltare, cadere, perdere una città, vederla rovesciata e poi riprenderla, fischiare qualcosa ai duemila balestrieri che lo seguono e ascoltare il suono delle frecce ululanti, strapparsi di dosso pezzi di uomini incrociati in battaglia e poi sputare sull’effigie di Papa Giovanni XXII, ridere della scomunica e ripartire così, razziare, incendiare, assaltare.

Così Castruccio Castracani, cane bianco in campo azzurro - dice lo stemma araldico, si sveglia nella tenda che è già settembre. Il ragazzo che lo segue nelle battaglie sta pulendo l’armatura con alghe di lago e saliva di ragazzo ormai invecchiato.

Prima che Saddam Hussein muoia impiccato in mondovisione, prima che Shakespeare e Cervantes dicano qualcosa sull’umano e sul disumano, prima della presa della Bastiglia, prima della nascita di questo o di quest’altro Papa, prima di Oz e in anticipo su un sogno ricorrente, il ragazzo dai capelli bianchi parla.

Castruccio, dice il ragazzo, è ora di morire.

Francesco T.C. alza la tapparella e si stropiccia gli occhi. Il sole del mattino illumina la stazione di servizio. Da qualche parte, vicino ai distributori di sigarette e preservativi, potrebbe essere sepolto il corpo del suo antenato. In fondo, del ragazzo dai capelli bianchi nessuno si ricorda.

Marco Lupo