Demolire Demolire Demolire. Mi sono guardata allo specchio e ho sentito un ronzio, una mosca parlante che sussurrava. La stessa mosca parlante che mi ha tenuto sveglia stanotte. Ripeteva continuamente quella parola. E nel buio mi era anche sembrato di vedere i suoi grandi occhi rossi che mi fissavano, e la bocca che si allungava verso di me. Ora è dietro lo specchio, e lo specchio è come una lente d’ingrandimento sui miei occhi, sul mio naso, sui miei capelli lisci e pettinati.

Demolire Demolire Demolire. Ho lavato i denti, e le gengive hanno sanguinato un po’, sono sessantaquattro giorni che strofino e strofino e strofino, e lo scarico del lavandino inghiotte acqua dentifricio sangue. Aspira e grugnisce.

Anche se Paolo aveva detto non ti faccio male, poi mi aveva tirato i capelli. Ma io, a quel punto, non sentivo niente, e guardavo soltanto la statua della madonna. Aveva la pelle rosa, gli occhi stretti, e le guance arrossate che mi facevano venire voglia di salire su e baciarla. Ma poi pensavo che era peccato, e allora immaginavo Giuseppe che mi dava una botta in testa col suo bastone e mi grattava la faccia con la sua barba di legno. E secondo me la madonna aveva le guance rosse perché si vergognava di quello che stavamo facendo, anche se Paolo mi diceva che non si deve avere vergogna. Sessantaquattro giorni fa era sabato pomeriggio, e dopo essere stata da Paolo ero andata con la mamma.

Il sabato pomeriggio io e lei andiamo al centro commerciale. La accompagno dal parrucchiere. Mi piace guardare le ragazze che lavano i capelli, le donne che sfogliano le riviste, e contare le persone che passano fuori dalla vetrina. Sessantaquattro giorni fa avevo detto alla mamma, vado ai giochi. E lei mi aveva risposto, ormai sei grande. Ma le avevo chiesto lo stesso se potevo andare a buttarmi nella vasca delle palline colorate, perché non c’ero mai stata, e lei, allora, aveva detto va bene. Ma quando ero entrata sembrava che tutti mi guardassero, e allora ero andata sotto, con la testa e le gambe, e lì le palline erano tutte uguali ed erano nere. E là sotto non c’erano suoni, ma soltanto un rombo, come quello che senti al mare quando vai sott’acqua. Anche se lo senti per poco, perché poi non puoi respirare e devi tornare su. E quando l’acqua è fredda ti accarezza sulla schiena e sul collo, come una mano liscia e molle, e ti agiti e apri gli occhi e vedi la sabbia sul fondo che ti sembra vicina. Allora poggi i piedi, alzi la testa, e senti le voci, vedi gli ombrelloni, e il vento ti fa sentire ancora più freddo.

Quando ero tornata dalla mamma, quel sabato pomeriggio, l’avevo vista vicino alla cassa che dava i soldi a Fede, che è la mia ragazza preferita perché ha il piercing e i tatuaggi. Lei mi aveva spiegato che tutti i suoi tatuaggi avevano un significato, e che lei sceglieva le cose belle e brutte che le capitavano e per ognuna trovava un disegno che gliele ricordasse, e così se le portava sempre dietro, nascoste dietro labirinti, navi, lucertole. Anche se il mio tatuaggio preferito era un occhio che aveva sulla schiena, perché mi piaceva pensare di poter guardare anche dietro le spalle.

Sessantaquattro giorni fa la mamma aveva fatto le mèches, e sembrava che delle dita lunghe e sottili le stringessero la testa, e allora mi ero avvicinata e lei aveva detto stai attenta, perché per poco non le facevo cadere la borsa. E per strada, tornando a casa, c’erano degli animali morti sull’asfalto, con le budella e il sangue tutt’intorno, e quando passavamo noi le mosche volavano via. Mamma sembrava che non li vedesse. E io avevo pensato che prima, con Paolo, era stato come se le mosche ce le avessi avute in bocca e nella pancia.

E anche se lui non voleva, io un po’ mi ero vergognata perché avevo scoperto una macchia sui pantaloni. E allora li avevo tolti ed ero corsa a metterli in lavatrice. E quando mamma l’aveva fatta partire ero tornata a vedere come i panni giravano e giravano. Li avevo visti bagnati e spiegazzati, e poi tutto si era confuso e non ero più riuscita a distinguere niente. E la lavatrice mi era sembrata come una bocca che masticava, ed io avevo guardato l’acqua sporca che usciva dal tubo per vedere se la macchia andava giù.

Un giorno la scuola ha organizzato una visita in una fattoria, cinquantotto giorni fa. Io non sono andata perché la notte prima avevo vomitato. I miei compagni mi hanno raccontato che in un secchio pieno di latte avevano visto delle mosche morte che galleggiavano. In sessantaquattro giorni ho scoperto tante cose sulle mosche. Che depongono le uova nella sporcizia, per esempio. E ho pensato che un giorno le mosche potrebbero uscire dalla mia bocca. Agitare le ali e battere sui miei denti. E adesso anche quando mangio mi sembra di avere un moscone sulla lingua, anche se poi quando vado in bagno per vedere se c’è e scacciarlo, è andato via, e allora penso che è tornato a controllare le sue uova. Una volta, però, ho visto una mosca che si puliva le ali e la faccia con le zampette. E poi anche le zampette, strofinando l’una sull’altra. E ho pensato che anche le cose più sporche e puzzolenti si lavano. Ma i capelli, quelli no. I capelli li odio. Quella mosca che ronza sospira e sussurra si nasconde proprio nei miei capelli.

Ieri erano sessantatre giorni. Abbiamo fatto le prove, il sacerdote ci porge l’ostia, l’appoggia sulla lingua e noi dobbiamo fare attenzione a non farla cadere. E poi, prima di dormire, ho sfogliato il dizionario e ho trovato quella parola. Demolire. Che significa, Annientare Distruggere.

Stamattina sono uscita dal bagno, ho sceso le scale, e sono andata in cucina. Papà aveva già messo il vestito, la cravatta, e le scarpe, appena lucidate. Mamma mi ha guardato e ha urlato. Sulla mia testa rasata c’erano ancora piccole chiazze scure. E ho detto, la comunione non la voglio fare. Loro hanno sbraitato, è impazzita, facciamo i conti più tardi. Il velo, forse, avrebbe coperto tutto.

E allora ho pianto, e in chiesa, quando don Paolo mi ha dato l’ostia, sono andata al posto e ho chiuso gli occhi e il corpo di cristo è asciutto, e si è incollato al palato e non mi fa respirare.


Marco Orlandi