Il deserto, l’unico luogo dove la pioggia può mancare per anni, e il vento erode le montagne in sabbia, labirinto senza uscita e tomba per molti, era ciò che vedeva seduto appoggiato a una roccia. Le poche nuvole in cielo viaggiavano veloci condensando i giorni in minuti.
Sapeva dove si trovava, come ci era arrivato e soprattutto come uscirne.
La strada era la stessa che lo avrebbe condotto in qualunque altro luogo, reale o solo immaginato da lui o da chiunque altro. Bastava solo volerlo.
Poggiò l’indice sinistro sulla pietra alle sue spalle, in maniera lieve, quasi sfiorandola, ma bastò tale gesto per incidere su di essa queste parole: «E saranno riunite davanti a lui tutte le genti, ed egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dai capri, e porrà le pecore alla sua destra e i capri alla sinistra».
Quando ebbe finito di scrivere, scostò un po’ di sabbia con il piede nudo, un frutto verde con minuscole macchie rosse venne alla luce. Lo raccolse e lo portò alle labbra succhiandone il nettare.
Solo allora decise che il tempo era giunto. Riprese il cammino per la via che le acque forti gli avevano insegnato, l’unica che avesse mai accettato come propria.
Giunto su un’altura vide in basso un uomo circondato da bestie selvatiche, si agitava e cercava di tenerle lontane come poteva. Ben presto lo raggiunse, gli animali alla sua vista fuggirono. L’uomo privo di forze cadde a terra svenuto. I suoi abiti erano logori, i capelli lunghi, la barba incolta. La mattina del settimo giorno riprese conoscenza e con voce provata iniziò a raccontare la propria storia.
«Dopo il mio battesimo lo spirito mi ha condotto in questo luogo, dove il popolo d’Israele ha conquistato la libertà, e il re Davide radunò i suoi uomini prima di sferrare il suo attacco. Qui sono costretto a rimanere per una generazione».
Il giorno era giunto al termine e la fredda notte avanzava.
«Tutti vogliono che io diventi il nuovo re, ma mi è stato promesso un altro regno, non questo fatto di fame e di stenti. Tramuta la sabbia in acqua e i sassi in pane, aiutami o morirò».
Vedendo l’indifferenza del proprio interlocutore, che mangiava piccoli pezzi del frutto raccolto diversi giorni prima e ormai secco, l’uomo abbassò il capo e continuò la sua preghiera.
«Porgimi la mano e salvami da questo baratro o io mi schianterò. Salvami e mi prostrerò adorandoti. Tu sai chi sono!»
L’uomo che fino ad allora era rimasto in silenzio aspettò che il sole fosse alto per rispondere a quelle suppliche.
«Conosco il tuo nome e quello di tuo padre. Non credo in voi, nelle vostre leggi, nella vostra morale, non sono così pigro da non giudicare me stesso. Non sono qui per aiutarti, né è mia intenzione farmi adorare da te. Basta che incroci il mio sguardo con un qualunque specchio o una semplice pozza d’acqua per avere infinite lodi, a cosa mi servirebbero le tue?»
L’ennesimo tramonto trovava come meta la linea che unisce il cielo alla terra.
«Poveri coloro che hanno inventato l’idea di Dio. Tu immerso nella polvere riponi le tue speranze in pensieri che scambi per nuovi, ma che non lo sono. Rompi il cerchio che ti conduce alla divinità, a quello che chiami padre, a ciò che cadendo in paradosso credi di poter concepire e comprendere».
Il figlio dell’uomo con la faccia ancora tra la sabbia, a quelle parole rimase basito, socchiuse la bocca come a voler dire qualcosa, ma all’ultimo istante le forze gli vennero meno. L’altro sorrise.
L’alba del nuovo giorno pose fine a una notte che mai era stata così breve.
«So che non farai nulla di quello che ti ho detto e non m’importa. Continuerai ad adorare il tuo unico Dio. Non preoccuparti egli manderà i suoi angeli a salvarti. Così è scritto. I quaranta giorni stanno trascorrendo in fretta, passati i quali rinascerai a nuova vita e percorrerai la strada della mano destra».
Fu notte e fu mattino.
L’uomo sdraiato a terra, stremato dai bisogni del corpo e dalle ingiurie del tempo trovò dentro di sé quello che sembrava essere il suo ultimo fiato.
«E tu che farai?» chiese.
«Io continuerò per la mia strada, opposta alla tua. Anche questo è scritto».

 

 
Alessandro Varaldo

 

 

Atti di casualità

 

 

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