Nella terra dei diprodonti, abitata da canguri giganti, marsupiali carnivori che si dice assomigliassero a leopardi, ma non s’è ancora capito chi lo disse, comunque, nella terra di uccellacci molto simili agli struzzi, ma leggermente più imbottiti, diciamo pure che si trattava di struzzi sui 200 chili, nella terra dei rettili brutti come pochi, tra cui possiamo annoverare le lucertole da una tonnellata e i pitoni grandi quanto i pitoni grandi e i coccodrilli terrestri, che pare fossero molto veloci, molto affamati, ma soprattutto molto stronzi. Siamo in questa terra, l’Australia, qualche giorno dopo l’arrivo di alcuni splendidi esemplari della specie umana, l’anno è un anno qualsiasi, ma possiamo dire con assoluta incertezza che si tratta di almeno 35.000 anni fa.

Mi chiamo Mario e conservo le immagini di ogni apparizione in tutti i luoghi del mondo, le fotografie dei viaggi esclusivi, la testa piegata di un uomo che sa parlare con gli animali.
Le sue pantafole profumate di incenso, che una volta ho cercato di comprare per mio sfizio e che invece non sono del papa ma di un qualsiasi uomo.
Ho un assortimento di interventi e frasi importanti, degne di essere ricordate per l’eternità. Questa, è inutile nascondercelo, è un’epoca di alienazione atea e materialista, e quelle pantofole significano molto per me.

Fingo che siano le vere pantofole del Sacro Pontefice, le supreme babbuccette dell’unico uomo che sa parlare con gli animali, e contemporaneamente interpretare il volere dell’essere assoluto.
So di non dover compromettere quell’unico segno di sacralità, che non potrei mostrare al mondo degli animali feroci e darwinisti, ai fautori esecrabili di aborti ed esperimenti destinati a cancellare il destino dell’uomo.
So che una qualsiasi suora le venderebbe al sacro mercatino quaresimale, perché le suore non percepiscono stipendio. Le suore sono prima di tutto schiave, e poi donne, e poi di nuovo suore.
Non potendomi fidare di una serva, devo nasconderle ad ogni essere di sesso femminile.
Decido di conservare le pantofole in un reliquiario: 30cm x 40cm.
La conservazione del materiale sacro è legata unicamente al suo isolamento dall’atmosfera terrestre – ossigeno e bestemmie.
Nascondo il cubo di vetro che contiene lo splendido paia di pantofole in un armadio.

Passano anni, un muro abbattutto, qualcuno trovato appeso sotto un ponte londinese, bombardamenti in un golfo, uomini scavano fosse per altri uomini, ma la reliquia si salva dalla cecità degli animali fetidi e feticidi.
Il morbo prosegue, gli scanna il viso, le sue parole sfigurate odorano di redenzione, la carne gli si sfila dalle ossa e lui mantiene il suo legame indissolubile con gli ultimi:
ricordo commosso le sue invettive contro il preservativo in Africa; la sua crociata per un mondo cristiano e popoloso, capace di immunizzarsi alle malattie con la forza dirompente dello Spirito Santo.

Ci sono minuti lunghi quanto le preghiere per salvare il mondo dalla decadenza e dal cinismo, lunghissimi, lunghi quanto le sacre cifre nascoste nelle banche dai servitori di Cristo, momenti in cui la fede vacilla e mi viene voglia di sentirmi anch’io sommo, anch’io sacro, anch’io degno di indossare le sacre babbuccette.
Finché non muore il loro supremo indossatore. Io seguo l’atto finale dalla televisione. Poi corro attraverso la città, nelle strade che lo piangono come Madonne e, su Via della Conciliazione, ho un’illuminazione, poi confermata in S.Pietro. Vengono le fumate, che io vedo dalla piazza con migliaia di altri fedeli come me, però meno.
Allora viene eletto il Tedesco, il Bela Lugosi dei cardinali, e il mondo non è più lo stesso. Faccio tutto in stato di trance, sento scivolare via il mio libero arbitrio.
Torno a casa. Frantumo il vetro della reliquia. Prendo le babbuccette sacre e le infilo in una busta di plastica. Uscendo di casa vedo il cielo azzurro limpido. Salgo su un tram. Quindi scendo senza sapere dove e cammino per ore, la busta in mano.

Infine accade. Regalo le babbuccette sacre ad un vecchio che rovista nelle immondizie. Ma poi mi pento e vado a riprendermele, perché sono troppo sacre per darle ad un barbone, ma lui non vuole darmele, io gli colpisco la testa pelosa con una pietra e lui cade. Poi vedo una donna che fa l’elemosina e le dico tieni, fanne buon uso, sono sacre. Ma poi mi pento e vado a riprendermele, che non può essere che le babbuccette del papa morto ed eterno finiscano nelle mani di una stracciona che magari le venderebbe al primo che capita, ma lei non vuole darmele e io mi arrabbio, le dico dammele subito, dammele, ma lei inizia a piangere, e mentre piange grida qualcosa, e io la spingo giù dalle scale. Poi vedo un uomo vestito da domenica che cammina tutto solo, e penso, “lui è perfetto”, e gli do le pantofole, ma lui non le vuole, cerco di convincerlo, ma lui dice qualcosa a proposito della legge Basaglia, e io gli dico, va bene, sono sue per soli quattro euro.
Lui accetta e io torno a casa.

Quando, secondo De Sade, il papa sodomizzò un tacchino

«- Sì -, rispose Benedetto XVI con voce pacata. – È un metodo noto da secoli.»

IL DILEMMA DI BENEDETTO XVI – Herbie Brennan, 1975

 

Salvo. Sono nel buco oscuro di una faccia luminosa. Esco dall’occhio stringendo le gambe. Muovo le dita dei piedi alla luce, nel giorno.
Salvo. Mi sono schiantato sugli occhi di un mio simile umano, non troppo. Le sue mani hanno raccolto la mia bile.
Le sue corde hanno parlato per le mie orecchie. Umano ma non troppo, il mio salvatore.
I padroni sono umani. I capi sono umani. Persino i parenti sono umani.Quelli che aspettano che ti cada la siringa, dopo che hai premuto e il sangue è filtrato come fa il sangue quando lo mischi che sembra fumo disciolto, quelli non sono umani, quelli sono gli schiavi, li trovi dappertutto, aspettano che ti cada la siringa, la raccolgono, ti baciano l’anello, ti guardano negli occhi con gli occhi finti che spostano l’asse dal buco nel tuo braccio al buco che hai impresso in faccia e poi smettono di muoversi, e tu li guardi come se fossero angeli neri, e il Vaticano assomiglia a un fottutissimo sogno perfetto, i tetti cadono che si frantumano sulle aste delle bandiere e le guardie svizzere corrono nude per i campi e vedi le vene varicose spingere contro la pelle, e io sono il papa, il papa benedetto, e Sant’Agostino era nero, e io me li scopo tutti, e Sant’Agostino era nero e frocio, e io me li inculo tutti.

Poi la botta passa e io resto il papa.

Da piccolo volevo fare la SS, ma poi la guerra è finita, i morti puzzavano e Dresda faceva schifo, un deserto di cocci sembrava Dresda, e mio padre mi portava a cantare le canzoni in una vecchia cappella abbandonata di Marktl, e mia madre piangeva di continuo, e mio padre parlava da solo, a volte, quando stavamo in ginocchio sui cocci che riempivano il pavimento della chiesa che gli americani avevano fatto esplodere.
Fatti prete. Fatti qualcosa, diceva.

Quando la botta finisce escludi subito che ce ne sarà un’altra. Quel film di quel tizio che si fa una pera alla settimana non regge, se uno conosce le pere.
Io sono il papa, mi faccio le pere, e penso sempre che smetterò. Penso che le pere non siano adatte ad un papa. Tarcisio me lo dice sempre, la smetta, Santità. Io ci provo. A Castel Gandolfo prendo il metadone. Dal balcone vedo Grottaferrata, Marino, Rocca di Papa. Il lago è scuro. Il metadone fa schifo. Vengono i ministri e gli ambasciatori. Tarcisio dichiara che sono stanco. Dice, è stanco. Poi torno a Roma. L’eroina me la passa Guastav, guardia svizzera danese. Alto, ha il collo bianco, i peli intorno al cazzo che sembrano fili di rame o riccioli di cioccolata bianca, a seconda delle stagioni. Gustav non se la fa in vena, la tira soltanto. Tarcisio mi ha detto che Gustav sarà trasferito. Tarcisio è una merda.

Oggi gli americani che hanno distrutto Dresda festeggiano il Ringraziamento. Squartano tacchini. Ingollano ettolitri di cacate caloriche. Urlano nei campi di footbal e allagano i cessi pubblici. Vorrei essere lì. Scoparmi qualcuno. Farmi una pera, una pera soltanto.
Così chiedo a Tarcisio un favore. Un tacchino. Solo un tacchino.

~

Gulugulugù.
Occhio sinistro inquadra figura bianca che si muove circospetta, poi non la vedo più.
Giro testa.
Occhio destro: niente.
Di nuovo occhio sinistro: niente. Ma sento respiro. Figura bianca che respira?
Giro testa; occhio sinistro, occhio destro: niente. Ma sento respirare.
Gulugulugù.
Poi voce dice qualcosa. Figura bianca che parla?
Io mi chiamo Tacchino Comune, ma voce dice: “Meleagris Gallopavo”.
Voce che sento parla latino.

Gulugulugù.

C’è ancora gente che parla latino? perché? Voce sempre in latino mi dice: “Bravo, bravo”. Mi agito. Caruncole sulla testa si gonfiano e si arrossano. Sono agitato. Cosa succede? Agito zampe, mi volto e per un attimo vedo di nuovo figura bianca.
Figura bianca dice: “Tesoro, stai calmo”.
Agito zampe. Mi afferrano; volto testa, agito ali.

Gulugulugù, gulugulugù.

Occhio destro e occhio sinistro vedono due mani. Qualcosa mi stringe becco. Faccio gulugulugù, ma non sento gulugulugù. Becco non si apre. Faccio gulugulugù, ma non sento gulugulugù. Agito ali, volano piume.
Figura bianca dice “Tesoro, da bravo su”. Qualcosa stringe collo sotto bargiglio, ma non mi soffoca. Qualcosa solleva coda. Agito zampe ma qualcosa stringe anche zampe. Agito testa ma collo stretto e non riesco a girarla. Occhio destro e occhio sinistro vedono porta e arazzo. Dietro porta sento voce diversa da figura bianca che dice in latino come figura bianca: “Santità, tutto bene?” e voce di figura bianca risponde: “Tutto bene, tutto bene; sto riflettendo sulla transustanziazione”.

Mentre dice questo stringe collo più forte. Faccio gulugulugù, ma non sento gulugulugù. Qualcosa solleva di nuovo coda. Poi qualcosa spinge contro mio buco dietro. Niente ha mai spinto contro mio buco dietro. Ho sempre sentito di una festa dove ti spingono dentro buco dietro delle cose che riempiono corpo del Tacchino Comune. La chiamano festa del Ringraziamento. Brutta cosa, ma ho sempre sentito che quando spingono nel buco dietro cose che riempiono Tacchino Comune non respira già più. Io respiro; poco, ma respiro. Non capisco. Qualcosa continua a spingere dentro buco dietro e poi un po’ entra. Agito ali, volano piume. Qualcosa entra tutto dentro buco dietro e mi fa male. Caruncole sulla testa si gonfiano e si arrossano. Qualcosa entra e un poco esce da buco dietro e penne della coda si agitano e si dispongo a ventaglio. Ho sentito che la chiamano ruota. La ruota è con le femmine Tacchino Comune per entrare e un poco uscire io da loro e non capisco perché la ruota è adesso, mentre qualcosa entra e un poco esce da mio buco dietro. E voce di figura bianca dice: “Bravo, così, bravo”. E agito ali e volano piume. E voglio fare gulugulugù, ma non faccio gulugulugù. E agito zampe per scappare, ma qualcosa stringe zampe. E volano piume. Poi qualcosa nel buco dietro si muove più veloce e agito ali e volano piume e qualcosa riempie me dentro mentre qualcosa stringe più forte collo. Poi qualcosa si ferma dentro mio buco dietro e qualcosa non stringe più collo. Voce di figura bianca dice sfinita: “Sei stato bravo”.

Strano, strano modo di festeggiare il Ringraziamento. A mio parere.

Nessuno può dire di ricordarsi la vita così come è accaduta. Nel senso che gli avvenimenti non coincidono con i ricordi. Si può ricordare una vita completamente diversa, a distanza di venti, trent’anni. Perché certi eventi scompaiono per sempre dalla nostra memoria, oppure restano cambiando il colore dei vestiti, la posizione degli oggetti, come nella stanza di Van Gogh. Ecco, la memoria è la stanza di Van Gogh.

Suo padre, il padre di lui, era morto l’anno prima. Aveva vissuto una vita dura, ma era morto serenamente. Suo padre era stato vecchio, e già questo era molto, viste le premesse. C’è da dire che il padre aveva settanta anni, quando era nato, e la madre trentanove. La madre era morta di parto e il padre lo aveva cresciuto da solo. Non c’erano nonne da cui portarlo, o suoceri con cui dividere il fardello. Lui crebbe con il padre, che sembrava un nonno e forse lo era. Il padre aveva combattuto nella seconda guerra mondiale. Nel ’44 aveva diciannove anni. Il suo battaglione era composto da soldati coraggiosi che bevevano poco e fumavano solo nei momenti più difficili. Suo padre era stato decorato con una medaglia, e alla fine della guerra il Governo gli trovò un lavoro in un ufficio, dove aveva una segretaria e il suo nome dipinto sulla porta. Nel ’44 l’offensiva anglo-americana schierò il padre in una seria di punti molti pericolosi. Il padre schivò pallottole e per fortuna ne uscì indenne. La medaglia coronò un lungo anno combattuto sul fronte. Il padre era cecchino. Aveva ucciso trentanove tedeschi. La Stato Maggiore premiava i cecchini. Alzavano il morale della truppa. Il padre, quando lui era un po’ più grande, gli raccontò tutto. L’anno dopo la morte del padre lui si licenziò dal lavoro e prese un biglietto di andata e ritorno per la Francia. Scoprì che il padre era stato ricoverato sotto falso nome in un campo militare. Un prete, un gesuita, lo aiutò nelle ricerche. Un sopravvissuto riferì al gesuita che era sicuro di aver visto il padre in prigione, in un campo militare tedesco. Pare che il padre non fosse un cecchino, anzi, pare che non sapesse proprio sparare. In effetti quando lo portava alla fiera non sparava mai con i fucili ad aria compressa e lui doveva conquistare da solo le sue scatole di caramelle. Comunque, pare che il padre, così gli disse il gesuita, non avesse combattuto in nessuna delle battaglie che diceva di aver combattuto. Inoltre pare che per tutto il ’44 fosse stato in carcere. Ma perché non gli avevano sparato?, chiese al gesuita. Perché era un informatore. Aveva dato tutti i riferimenti delle zone di approdo delle navi. Così i tedeschi lo tenevano in vita e i suoi lo cercavano per farlo fuori. Un altro sopravvissuto smentì completamente questa versione, e disse che lo conosceva bene, se lo ricordava bene quell’ubriacone molesto. Aveva messo incinta tante ragazzine, durante quell’anno assurdo. Nel battaglione lo chiamavano la trivella. Il gesuita non diede per buona quest’ultima versione, ma lui volle crederci.

Quindi tornò a casa, la ripulì, regalò i vestiti del padre a un’associazione di volontariato, scrisse varie lettere intestandole ai nomi di una lista che il sopravvissuto aveva redatto per lui. Cercava fratelli, sorelle, ora.

Caro Roberto,

la fondamentale importanza della questione che andrò a trattare richiede una buona dose di pazienza e spirito critico. La tesi che porterò avanti potrebbe risultarti irritante o magari irriverente. Ma quello che sostengo, per quanto forte possa essere nei confronti della nostra nazione, penso sia un atto doveroso quanto utile. Infatti, solo capendo le cause di un malanno è possibile trovare una cura adeguata. Quando poi, come nel caso dell’Italia, i malanni sono tanti, talmente tanti che è difficile elencarli tutti, prima di trovare una cura bisogna capire bene anche da dove iniziare.
Sarò diretto. A pochi mesi dalla celebrazione del 150° dell’Unità d’Italia, mi vado convincendo sempre più che questa Unità probabilmente poteva e doveva essere fatta in altro modo. Gli errori dei “padri” di questa nazione sono ricaduti, biblicamente ed evangelicamente, sui figli. Figli ai quali, con rigore scientifico, è stato insegnata una fiaba degna dei fratelli Grimm. La fiaba suona più o meno così. Al Sud, i meridionali, o terroni, erano schiavi di un cattivissimo monarca, dispotico e oscurantista, che li teneva a pane acqua e Ave Maria. Il re del Piemonte, decise dunque di salvare questi poverini. Chiamò in causa il prode Garibaldi. Egli, in camicia rossa, probabilmente di tendenza, assieme a mille eroi, in camicia rossa, probabilmente di tendenza, sconfissero l’esercito borbonico. Da allora, salvo qualche complicazione dovuta al carattere meridionale, irascibile e piuttosto criminale (v. brigantaggio) il nobile re del Piemonte e il neonato stato italiano cominciarono un’opera di civilizzazione del brutale e arretrato Sud. Questo è tutto. Fine. Stop. Ecco condensato tutto ciò che è necessario sapere sul come è stata fatta l’Italia. Il resto, ovvero tutta l’attività che cerca di andare più a fondo su ciascuna delle precedenti righe, è “revisionismo”.
Ma cosa viene detto dai “revisionisti”? Qualcosa di infondato? Qualcosa di non provato? Ebbene no. Questi personaggi, tra cui autorevoli storici, si stanno battendo, con più o meno vigore, per sottolineare alcuni punti. Primo tra tutti la solidità e l’efficienza politico-economico-culturale del Regno delle Due Sicilie e la scarsa incidenza di fenomeni delinquenziali su larga scala prima dell’Unità d’Italia. Sottolineano poi l’inesistenza del fenomeno dell’emigrazione dei meridionali prima dell’Unità d’Italia. Riscoprono e documentano i crimini perpetrati dai militari Piemontesi nei confronti di popolazioni inermi. E così via. Non fanno né più né meno di quello che un qualsiasi uomo, a maggior ragione uno storico, dovrebbe fare: ricercare la verità.
Ora, caro Roberto, ti chiedo: riesci a vedere quanto la nostra ignoranza possa essere utile al politico di turno? Perché queste opere, generalmente meritorie, di attento studio delle fonti, sono così osteggiate persino dal Presidente della Repubblica? Come fa un Paese a celebrare un passato che non vuole ricordare?


tuo Gaetano


~


Caro Gaetano,
ho ancora impressa nella memoria quella volta che siamo andati a Napoli, antica capitale borbonica; in quel Maschio Angioino che con le sue torri, i suoi merli e le sue belle bandierine svolazzanti sembrava il castello della Disney. Quel giorno poi ho vomitato, ricordi? Prima però ci trovavamo sotto la volta ottagonale della sala dei Baroni zeppa di membri del Movimento Neoborbonico che sorridevano, si prendevano per il braccio, confabulavano; qualcuno vestito in maniera più o meno ottocentesca, ma la maggior parte in giacca e cravatta e spillette, parecchie spillette. In fondo quest’ultimi erano vestiti come quelli che raccolgono firme al Pantheon di Roma per il rientro delle salme di Re Umberto II, Re Vittorio Emanuele III, la Regina Elena e la Regina Maria Josè in Italia. Te l’avevo anche fatto notare quel giorno, no? Non ricordo cosa mi hai risposto per via di quella girandola di delegazioni pugliesi, calabresi, siciliane, laziali, lombarde, molisane, argentine e di gonfaloni tarlati, gigli dorati e coccarde rosse dei briganti o forse tutto ciò mi appariva sotto forma di un folle turbinio perché dentro di me si stavano preparando i conati, ma prima che io vomitassi era partito l’inno nazionale del Regno delle Due Sicilie, l’inno al Re, quello musicato da Paisiello di Roccaforzata. Un signore sui sessant’anni, delegazione laziale o umbra, giacca cravatta spillette e lucciconi agli occhi, mi aveva artigliato una spalla dicendomi: “Tutto il mondo ci amava, ci rispettava, si cacava addosso quando il Meridione nostro era coi Borboni!”; sì, mi aveva detto così, riversando nelle mie narici la sua orgogliosa alitosi. Poi aveva affermato che quel giorno era un giorno importante ed io - la faccia sfigurata da una smorfia di disgusto - avevo annuito: quel giorno si insediava il Parlamento delle Due Sicilie, il Parlamento di quel Regno cancellato dai Piemontesi nel 1860. Terminato l’inno noi ci eravamo già allontanati dall’alito pestilenziale dell’uomo commosso e la seduta del Parlamento era iniziata in nome dell’Altissimo, con l’invocazione alla Trinità e la benedizione dei presenti da parte del cappellano del Movimento Neoborbonico. Poi ho vomitato, ma prima aveva preso la parola il presidente spiegando - come se ce ne fosse stato di bisogno - che il Movimento era un movimento culturale che nasce per ricostruire la storia del Sud e con essa l'orgoglio di essere meridionali (applausi); che attraverso ricerche in archivi e biblioteche, convegni, celebrazioni, pubblicazioni e seminari nelle scuole superiori e tra gli iscritti intendeva ristabilire la verità storica (applausi); che per troppo tempo sui libri delle scuole elementari come delle università era stata raccontata una storia falsa e mistificata cancellando i nomi di chi aveva creduto negli ideali di un'altra storia (applausi). Mentre il presidente arringava io, guardando il tavolo con dietro i membri del Parlamento sprofondati nelle rispettive poltrone, non potevo fare a meno di notare l’unico posto vacante, quello centrale, coperto da una bandiera gigliata. La poltrona del Re. Come se avesse captato i miei pensieri il presidente stava spiegando che quando il Re era assente la sovranità passava giuridicamente al Popolo. Noi siamo il Popolo, aveva aggiunto emozionato. Applausi su applausi. Oramai non lo fermava più nessuno e cominciò a parlare della situazione sempre più critica del Sud attuale destinato a subire i terribili effetti letali del federalismo voluto dal nord. E’ giunto il momento di rappresentare degnamente la nazione duosiciliana, disse. Per questo abbiamo costituito le varie commissioni dicasteriali, in modo da vigilare l’intero orizzonte del Mezzogiorno, disse. Commissioni che lavoravano nei vari ambiti di competenza, disse. A questo punto il presidente parlò dell’attacco da parte della Lega Nord ad uno dei prodotti più rappresentativi dell’economia campana: la mozzarella di bufala. Allora la nostra Commissione Agricoltura Industria e Commercio ha già incaricato alcuni laboratori chimico-alimentari di esaminare campioni di parmigiano reggiano e di mozzarelle industriali prodotte dal nord, disse. Allora verificheremo l’attendibilità e la tracciabilità degli ingredienti, disse. Applausi a valanga, mentre la nausea mi spingeva ad appoggiarmi a te, caro Gaetano. Da quel momento in poi, devo ammettere, che i miei ricordi si fanno confusi: qualcun altro, dopo il presidente, doveva aver parlato; c’era stato il giuramento previsto dalla Costituzione di Ferdinando II, quella del 2 febbraio 1848; poi ci eravamo tutti spostati fuori, nei giardini, giusto? Sì, ricordo che i delegati delle province avevano versato, su un unico simbolico spazio, terra e acqua provenienti delle loro zone e che qualcuno aveva detto che da quella mescolanza sarebbe rinata la sinergia di tutto il Sud intero e sarebbe germogliato un futuro migliore per tutti i discendenti dei duosiciliani. Ecco, è stato allora che sono scappato a cercare i bagni, e li ho trovati, e mi sono fiondato dentro e ho vomitato tutto. Dovevano essere state le frittatine: bucatini conditi con besciamella, pisellini saltati con cipolla, sale, pepe, carne macinata, formaggio grattuggiato. Una gastroenterite virale fritta, in pratica. Ricordo che fissai, per non so quanto tempo, tutto lo schifo che avevo dentro spalmato sulla ceramica bianca del cesso. Poi dissi fra me e me: “Viva il Re, viva viva il Regno delle Due Sicilie”. Poi tirai lo sciacquone.

 

tuo Roberto

Gaetano Fante (detto anche Tano) è nato nel 1984 a Napoli. Addestra rottweiler. Per un anno, non si sa perché, ha vissuto in una residenza dell’Opus Dei.

Roberto Mandracchia è nato nel 1986 ad Agrigento. Il suo primo romanzo si intitola “Guida pratica al sabotaggio dell’esistenza” (Agenzia X). Per un anno, non si sa perché, ha vissuto in una residenza dell’Opus Dei.

Secondo il Gobbo, l’impresa non era poi così impossibile: quando hai capito il punto debole del tuo nemico, gli aveva detto, non hai più nemmeno bisogno di combattere.
- Sì, ma perché ti dovrei aiutare? - gli chiese Anzalone.
- Per i soldi, fascio.
E così, ora, Ruggero Anzalone camminava lento appresso al Gobbo, coperto alle spalle solo dal buio della notte.  
Il rischio c’era, ma la posta in gioco valeva la pena. Per chi sa giocare, ovvio. E lui, Ruggero Anzalone, che era rimasto in piedi fino ad ora da gran paraculo quale modestamente era, poteva pure vantarsi che non era l’ultimo a sapere come cavarsela. Il mondo è dei furbi e dei violenti. Ed era questo che lui aveva imparato ad essere. Mica ci aveva colpa. Nessuno ce l’aveva: a tutti ci piacerebbe essere buoni, ma la vita è così che va. Pure il Duce, anima santa, con tutta la buona volontà, le ore fatali e gli spaccheremo le reni, le marce e l’adunate, i gerarchi che saltano nel cerchio infuocato, le camice e i teschi, gli audace e gli avventuroso, i balilla e la gioventù italiana, mica aveva potuto fare degli italiani veramente un popolo di guerrieri e di sudditi onesti. Gli italiani hanno imparato a fare le torture nelle sezioni della polizia politica, questo sì, e anche bene; e ad arrangiarsi con truffe, spiate e infamate. Quelli più bravi ci hanno fatto i soldoni con il millantato credito littorio, che è meglio dell’olio di ricino quando si tratta di ungere per fare scivolare le bustarelle gonfie di baiocchi. Basta vedere il carrierone di Pietro Kock: figlio di spia tedesca, truffatore e poliziotto, che oggi ti difende il fascismo dall’eversione partigiana in una sala d’albergo, coi cavi elettrici, i frustini e le vergini di Norimberga. In ricompensa, si fa la bella vita a donne, sciampagna e cocaina, tutto vestito elegante come un paino che pare un attore del cinematografo e, intanto, ha pure un foglio di via in tasca, per quando ci sarà la mala parata: sopra ci è scritto a lettere cubitali che di nascosto è sempre stato comunista e che faceva la manfrina per salvare i compagni. È così che ci hanno cresciuto: altro che eroi e sudditi perfetti. E poi che sudditi! Pure il re, alla prima occasione, visto come buttava, non ha aspettato nemmeno che capissimo cosa fosse questo armistizio, che ha preso e dato ai tedeschi tutto l’oro della Banca d’Italia, l’oro degli italiani, e allo scoccare del nove settembre, non un minuto di più, se ne è fuggito via con la sua carrozza dorata da imperatore. Se l’è scappata come una lepre a godersi la vita da qualche altra parte: e chi si è visto si è visto! Lo sanno tutti a Roma, qui nella città aperta. Aperta a tutti i figli di mignotta che vogliono spolparsela viva. E vedremo, alla fine della fiera, chi è il migliore.
Il migliore, alla fine, è chi ha più soldi, e il Gobbo, quindi, gli stava parlando dell’unico argomento valido.
Lo aveva guardato con quella sua faccia da bravo ragazzo, e con gli occhi allegri come sono allegri gli occhi di uno cattivo cagato troppo in fretta dalla madre, e gli aveva sventolato sotto il naso un bigliettone della Banca di Stato che profumava di fresco e di buono, ché ancora non aveva avuto tempo di peccare.
- Stasera ce ne staranno tanti altri, al magazzino di Porta Furba. -  gli aveva detto il Gobbo. - Tu hai capito che roba è?
Anzalone gli fece segno di no, anche se una qualche idea gli era pure venuta in mente. Le voci girano che è una bellezza, pure perché, solo a fare qualche ragionamento fatto come si deve, l’oro d’Italia, l’oro di noi altri italiani, da qualche parte doveva pure stare inguattato.
E infatti, il Gobbo se ne usciva ora con questa storia.
- E’ l’oro della Banca d’Italia. Stasera, i nazisti lo mettono a sedere nel magazzino.
- E tu come lo sai, Gobbo?
- Senti bene, coso: ieri il mondo era di Mussolini, domani sarà di qualcun altro. Per rimanere in piedi non c’è da andare troppo per il sottile. Pensaci, il più forte, alla fine, potrei pure essere io… E magari c’è pure chi la pensa come me e mi dà un mano.
- E che vorresti da me?
- Io so dove i crucchi stasera metteranno l’oro, e vuoi che non sappia chi ha le chiavi del magazzino?
- E proprio perché io c’ho le chiavi… io dell’oro non ne so niente.
- Ma il Gobbo, sì… le chiacchiere stanno a zero, coso…
- E anche se fosse, pensi che i tedeschi si fanno fregare così?
- Sì, lo penso. E se mi segui, ti do anche una lezione su come si usano i punti deboli del nemico.
- E a parte questa lezione, che ci guadagnerei?  
-  Facciamo un affare da pari a pari!
Il Gobbo pure era un gran paraculo. Tutti si chiedevano se era un bandito, un ladro, un partigiano. Sottigliezze. Domande senza senso. Anzalone, però, certi dubbi non se li faceva. Anzalone sapeva riconoscere al volo le persone. Il Gobbo era un ragazzo venuto su come tutti: padre ignoto e madre del mestiere. Bisognerebbe essere santi per essere cresciuti, in questa fogna di paese, belli e  onesti. Onesto è uguale ad essere morto. E il Gobbo aveva la pellaccia: aveva brigato coi compagni; aveva messo su un tesoro con le rapine, che la gente ne parlava come di una meraviglia. Un tesoro, pare, nascosto nelle caverne di Roma, come nelle favole; e, ora, c’era qualcuno che diceva pure che se la faceva con certe panceforti del vecchio regime che andavano dicendo che quando tutto è perduto, niente è perduto. Alla fine si sarebbe fatto all’italiana: si sarebbe cambiato tutto per non cambiare niente. Insomma, il Gobbo era un infame. Come tutti. E sapeva cavarsela.
Ma se pensava di farla ad Anzalone, allora, qui cascava male: ci avrebbe pensato Anzalone a rigirare, al momento giusto, tutto a proprio favore.    
L’affare sembrava  averlo pensato proprio bene, pulito e semplice: Anzalone avrebbe dovuto fare entrare il Gobbo e la sua banda nel magazzino. I tedeschi, diceva, mica si aspettavano un’impresa del genere. Li avrebbero sterminati, e poi avrebbero diviso il bottino.
- Vedrai, fascio, che diventiamo amici per la pelle. Mi sa perfino che quando vinceremo ti farò passare per un eroe.
- Magari toccherà a me fare il contrario.
- Vedo che ci capiamo.
Il Gobbo sarà stato pure sveglio, ma era solo un ragazzino. E il mondo non è dei ragazzini, ma dei furbi e dei violenti patentati ed esperti, come lui, come Ruggero Anzalone. Il fatto è che si davano due possibilità: o il Gobbo ce la faceva a fregare i tedeschi, e allora Anzalone intascava il bottino; o non ce la faceva, e il solito Anzalone, sul più bello poteva tirare un colpo in testa al Gobbo e fare l’eroe di fronte ai crucchi, con il ritorno niente male di intascare la taglia. A conti fatti, dunque, il rischio c’era, e le incognite erano pure troppe. Ma ce l’avrebbe fatta, tranquillo e beato. Era pur sempre Ruggero Anzolone, mica un coglione.
Bisogna saper vincere, Gobbo.

Il Gobbo, ora, gli camminava dietro, con quella faccia da pigliapelculo. Giocava a fare lo spavaldo, come un ragazzino con la cacca al culo. Si era messo a fischiettare chissà che canzone per far vedere che a lui non gliene fregava niente.
-  Dovresti fare meno rumore.
- Paura, Fascio?
Arrivarono al magazzino. Anzalone tirò fuori le chiavi e cominciò ad armeggiare finché il portone di ferro non si aprì. Lo spalancò, spingendolo con tutta la forza. Quel coso pesava da fare scoppiare una vena in petto a un toro. Il Gobbo se ne stava a guardare, perché lui sarebbe stramazzato a fare la metà dello sforzo. Per forza, pensò Anzalone, con quel cuore piccolo e duro, stretto fra la gola e il culo, che si ritrovava! Avrebbe potuto ammazzarlo con uno schiaffo.
- Muoviamoci, che aspetti? - fece Anzalone.  
Il Gobbo gli fece una mezza smorfia da matto, si sfilò da sotto il cappotto una mitraglietta di fabbrica tedesca, ed entrò nel magazzino. Dentro era tutto buio. Anzalone non lo vedeva più. Poi lo sentì fare un fischio.
- Guida tu! - gli disse il Gobbo.
E allora Anzalone si fece coraggio (perché era inutile nasconderselo, l’affare era ghiotto, ma qui non c’era da fidarsi di nessuno); insomma cercò di farsi coraggio, e si incamminò, seguito dal Gobbo, attraverso un corridoio.
Ancora una porta di ferro, più piccola. Poi un’altra porta, ancora più piccola, e, alla fine, sbucarono in un stanzone tanto enorme che non se ne vedeva la fine.
- Siamo arrivati. - bisbigliò Anzalone.
Nel magazzino, tutto al buio, si sentiva, in mezzo alla puzza di cibo lasciato a marcire, il profumo del piombo. Qui c’era la santabarbara dei tedeschi. Al Gobbo pareva di vederla pure al buio: esplosivi, mitraglie e pistole con file di munizioni da restituire intero il creato al mittente: la manna dal cielo. Il Gobbo fece un altro fischio, e a quel punto Anzalone sentì dei passi fare rumore nel magazzino, e i portoni che venivano fatti sbattere con forza.
- Calmo, sono i miei. C’è un solaio, o qualcosa del genere, dove nasconderci?
Anzalone gli fece strada. Per qualche minuto dentro il magazzino fu tutto un chiasso: i ragazzi si nascondevano come trovavano un buco: dietro i pilastri, fra i sacchi, sulle impalcature.
Anzalone lo portò su una specie di loggetta di ferro, e il Gobbo disse che era il posto che ci voleva, e che ora si trattava solo di stare zitti e aspettare.
- Se ti scappa di fare qualcosa per la paura, falla puzzolente ma non rumorosa. - gli disse.
Ridi, ridi pure, Gobbo: quel cuoricino da storpio te lo strappo dal petto e te lo mangio a morsi: comunque finisce.
La banda, giù, continuavano a fare un gran casino. Il Gobbo accese un cerino. Stava leggendo un orologio. Poi si mise a contare sulle labbra: uno, due, tre, quattro, cinque.
- E ora silenzio. - sussurrò.
Fu come se, lì sotto, quelli della banda lo avessero sentito: il magazzino ora sembrava vuoto.
Anzalone impugnò nella tasca la pistola: al primo avviso di intoppo, ciao Gobbo.    
Un minuto, due minuti, tre minuti: un’eternità. Poi tutto prese la rincorsa: i portoni che venivano di nuovo aperti. Passi di stivale nel corridoio. Qualcuno che urlava ordini in tedesco, o qualcosa del genere snell, teufel, mist. Risate. Urla. E poi la luce si accese, e Anzalone vide, giù nel magazzino, cinque ragazzetti tedeschi, mezzi ubriachi, che trascinavano una cassa in mezzo agli scaffali della santabarbara. E poi cominciò subito la mitragliata fitta, con il Gobbo appeso alla ringhiera come una scimmia che urlava e sparava, e i suoi uomini che sparavano come addannati e, alla fine del fuoco, i ragazzetti tedeschi erano polvere buona solo per la propria sepoltura.
Anzalone cominciò a scendere le scale. Era andato tutto come previsto, giusto? I tedeschi erano entrati con la cassa piena di oro italiano e, presi alla sprovvista, erano stati sterminati. Va bene, non aveva sperato che andasse bene fino a questo punto, ma si vede che l’Anzalone, oltre che paraculo era pure fortunato. Mioddio, ma quanti soldi potevano essere?!
Anzalone, con il cuore gonfio che non ci capiva più nulla, si precipitò nel magazzino, e si chinò sulla cassa.
- Sta qui l’oro? - si era messo a gridare.
- Quanta fretta, fascio. Ti ho detto che prima ti davo la lezione sul punto debole del nemico…
E fu a quel punto: Anzalone  guardò il Gobbo con una faccia che non sapevi dove finiva lo stupore e dove cominciava il terrore.
- Il tuo, per esempio, sono i soldi. - gli disse il Gobbo, che gli mostrò la canna di una pistola e gli fece un buco tondo in mezzo agli occhi.
I ragazzi della banda fecero un applauso, e poi cominciarono a caricarsi tutte le armi dei crucchi. Il Gobbo scansò il corpo del fascista. Aprì la cassa. Dentro c’era qualche bella bottiglia di vino.  
- Vieni un po’. - gridò il Gobbo a uno dei suoi ragazzi. - Prendi pure questa, che stasera brindiamo alla libertà.