Finta pelle - Saverio Fattori

Pubblichiamo un estratto da Finta pelle, ultimo romanzo di Saverio Fattori, pubblicato da Marsilio.

 

Quando la roba spariva dalla piazza del Ringo, Altan, Claudio e altri disperati si ritiravano sulle rive del canale che stagnava marcio come loro sul confine comunale. Poco lontano c’erano le vasche di decantazione, raccoglievano le acque tiepide dello stabilimento dalla cui bocca entrava la barbabietola, un tubero che sporco di terra pare un grosso topo dalla coda oscena, e alla fine del processo di trasformazione usciva zucchero bianchissimo e cristallino.

All’interno, centinaia di operatori per lo più stagionali lavoravano a questo miracolo, e un mese lo feci anch’io, reparto Trince. Svitavo le lame usurate per sostituirle con altre pulite e affilate, lavoravo su tre turni, il capoturno stava seduto su un’asse a scrutare attentamente un visore che inquadrava fisso una piscina piena di barbabietole e ne regolava il flusso: il livello non doveva mai essere né troppo basso né troppo alto. Era uno spettacolo bellissimo, ne rimanevi rapito e coglievi improvvisamente un sacco di misteri dell’umano esistere, specie quando avevi fumato marijuana sensimilla messicana. Ma soprattutto invidiavo l’Oliatore: costui, armato di una pompetta carica di grasso, vagava per tutta l’estensione dello zuccherificio con il solo compito di provvedere alla prevenzione di non so quali guai meccanici, ma di certo era un bel mestiere, libero, indipendente, aveva un suo percorso che poteva gestire con una certa liberta, un vagabondaggio remunerato da non affrontare però in acido: quelle strutture cilindriche, quelle enormi caffettiere luccicanti, alla luce della luna si sarebbero rivelate mostri opprimenti e invincibili.

I miei compari pescavano anche in quelle vasche, dicevano che erano acque calde, nessuno ne metteva in dubbio la salubrità: acque adatte alla proliferazione dei pesci, perfino del pesce gatto, un pescetto scuro e baffuto. Pescavano a fondo, soprattutto andavano a carpe, un pesce erbivoro, poco commestibile, ma che dava soddisfazione arrivando a grosse dimensioni, anche oltre i dieci chili. Rollavano canne e bevevano Adelscott. Era un hobby da adulti, e io non riuscivo a adeguarmi, nulla del mondo degli adulti mi apparteneva, poi i lombrichi e le larve usati come esche mi facevano schifo, come mi facevano schifo sia le carpe che i carassi, altro pesce orrendo di minori dimensioni, che infesta tuttora le acque scure e putride dei nostri canali. Sono pesci gonfi, come gravidi, con occhi sporgenti, sembrano pesci mongoloidi, se lasciati all’asciutto puzzano dopo poco che sono stati catturati. La carpa in Polonia viene considerata un cibo raffinato, prelibato, piatto forte nei banchetti natalizi; da queste parti solo i nostri nonni osavano metterla in tavola, magari bollita: le sue carni sono giallognole, il sapore del fango arriva in gola e le lische sono infinite. Io raggiungevo i miei amici per fumare almeno qualche canna e sentire se c’erano novità. Loro non mi ascoltavano, continuavano a fissare le punte delle loro lenze, come minimo ognuno ne aveva tre in custodia per aumentare le probabilità statistiche, nella speranza di vederle
oscillare, segno che la carpa aveva abboccato. Seguiva poi una lotta che a loro pareva avvincente, la carpa andava stancata, se strappavi troppo rischiavi di rompere la bava, occorrevano parecchi minuti di lotta e il pesce poteva slamarsi, eventualità che innescava infiniti rosari di bestemmie in dialetto, una cadenza padana pesante e perfetta, con quelle curve e quegli accenti messi giù bene ereditati dalle passate generazioni. In questi momenti li sentivo improvvisamente lontani da me – io non parlavo il dialetto, solo i vecchi parlavano il dialetto, e volevo recidere ogni contatto con i miei avi; volevo essere altro, a questo serviva l’eroina.

Comunque per quella pesca occorreva una buona tecnica: io non volevo imparare tecniche da uomo, a me importavasolo farmi di eroina, per me quei mostri gonfi potevano rimanere a mollo tranquilli. Chissà perché i tossici avevano questo interesse per la pesca. Il primo piccolo spacciatore che ci parlo della mitica roba che non intossica, l’eroina che pulisce, era soprannominato Pietro la Tinca. La tinca e davvero il più repellente tra i pesci d’acqua dolce. E liscio, senza squame, particolarmente viscido, sembra unto. Anche Pietro quando ti avvicinava per proporti la sua roba aveva un che di repellente, la pelle grassa, brufoletti, ed era già quasi calvo a diciassette anni.

Pietro, quando lo avevano cacciato fuori di casa, e succedeva spesso a certi tossici che tiravano troppo la corda, aveva abitato per un po’ sotto la palestra comunale, nella parte dell’edificio dove si trovavano le caldaie, in pratica un’intercapedine cava sopra le fondamenta. Lo andavamo a trovare con spirito solidale quando vedevamo il suo Stesino parcheggiato sul cavalletto tra la palestra e le mura dello stadio, cercavamo di indovinare i suoi movimenti dalle grate arrugginite. Per me era un gran vivere quella vita da topo. Noi tossici, quando non eravamo al parco della stazione, infestavamo la zona degli impianti sportivi, circostanza che aveva una sua ironia: per i tossici le zone verdi fungevano da rifugio, non riconoscendo al verde nessuna valenza atletica e salutista. Anche Pietro la Tinca era stato rincorso e raggiunto dal virus bacchettone e vendicativo dalla memoria lunga, schiacciato quando ormai era fuori dal vizio e dai suoi guai. Quando ci vendeva la roba che “puliva le vene e non intossicava” sono certo che credesse anche lui a quell’assurdità, magari a sua volta quella favola gli era stata raccontata dal suo tipo, il tipo più grosso della cui identità aveva sempre fatto mistero non tanto per riserbo professionale, quanto per non farsi saltare nelle gerarchie dello spaccio. Lui in fondo era un umile galoppino, ricavava i suoi miserabili guadagni facendo la cresta nella catena di distribuzione. Quante fregature: da lui comprai olio di hashish, invero una rarità, una resina molto concentrata e potente, a ventimila lire al grammo, una follia. Arrivò davanti al bar con questa boccettina misteriosa e mi chiamò da parte, solo a me, come se fosse un privilegio, mi fece complimenti piuttosto vaghi su come stessi diventando un tossico di rilievo noto a livello provinciale (falso, ero invisibile) e sul mio saper apprezzare prodotti di qualità fuori dalla norma (falso, ero uno struzzo, un’aspirapolvere). Gli diedi sessantamila lire e lo liquidai solo per non sentire più il suo alito da fegato già marcio. Io droghe a parte conducevo un’esistenza spartana, il poco denaro che avevo non poteva essere dissipato a caso, quello che non era sballo era superfluo, non mi piaceva nutrirmi in pubblico, quindi non ero mai entrato in una pizzeria, cinema e concerti non mi attiravano, la folla mi atterriva, mi sembrava di scomparire, mi accontentavo di pochi vinili, ma per lo più mi facevo registrare cassette da poche lire: l’eroina era davvero l’eclissi perfetta, la tana dalla quale la vita non mi avrebbe stanato mai.

Altan invece l’ho rivisto un paio d’anni fa di ritorno da non so quale inferno; mi ha chiesto cinque euro e mi ha messo in mano la sua carta d’identità come pegno indesiderato. Mi ha raccontato che si era sposato due volte e tutte e due le volte era rimasto vedovo. Non avevo ritenuto utile indagare oltre e gli avevo dato i cinque euro, una piccola tassa sul nostro comune passato al bar della stazione. Non era stato un brutto ragazzo, anche se basso di statura come me: muscoli tondi, pelle delicata, capelli ricci e biondi, un bambolotto da mettere nella culla del presepe vivente; aveva fidanzate volanti al tempo, viventi, al contrario di me, che continuavo a orbitare lateralmente al pianeta femminile. Era stato Pietro la Tinca a introdurlo nel mondo dell’eroina; quando erano fatti davvero, cioè quando si erano fatti almeno un cinquanta, si presentavano davanti al bar, Pietro prendeva la testa di Altan sottobraccio e gli massaggiava la faccia da putto, la strizzava e ci diceva:
«Ma senti, sentite tutti, e di gomma, ha la faccia di gomma, venite, venite a sentire, l’è ad goma, ma senti, senti, e finto, e l’omino di gomma». Altan, fusissimo, non si lamentava, faceva le fusa come un gatto pigro, anch’io dietro l’insistenza di Pietro gli avevo strizzato le guance qualche volta, senza ricavarne alcun godimento, e avevo dovuto ammetterlo, era vero, aveva la pelle molto morbida, ma era corrotto nell’anima, Altan era un vero malchiavato.

Ora la testa era una caricatura, calva e con tanto lavoro per un bravo dentista. Ecco lo gnomo mostruoso di ritorno dal mio passato di merda.
Stesso giubbotto di jeans, stessi Levi’s stretti alle caviglie, stesse Clarks non originali. Un incubo davanti a me, uno scherzo spaziotemporale. Stessi indumenti in un corpo e in un viso degenerati. Mi disse una cosa tipo: «Sei un fantasma?» Presi atto che eravamo ambedue in un film di David Lynch. Nello stesso film. Lui era il mio incubo allucinato.
Ma io ero il suo.

 

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Illustrazione di Paolo Natale