Si chiamava Leòn Sànchez - Lorenzo Iervolino

Adele non ricordava se fosse stata lei o Marisa, (o più probabilmente Ivan) a attaccare con la storia del cavallo. Di certo – e su questo non poteva avere dubbi (mentre guardava la pioggia cadere obliqua sul torace sezionato di Palacio Aragón, che pure a quell’ora buia e gelida poteva indovinare pallido, lacerato) – a pronunciare per prima quel nome, al solito, era stata lei.

«Un mese fa sono andata al mercato di Corrientes» aveva detto Adele, la voce poco più di un tiepido belato. «Quando le tende iniziarono a calare, il vento a far volteggiare per aria ali di carta, e i cappelli ad essere estorti a vecchi pastori che arrancavano nella polvere, mi sono fermata a contemplare il calco della statua di Santa Caterina. L’immagine posticcia d’argilla che è tornata a vigilare sui mercanti e sui ladri. E sono rimasta a fissarla finché ai miei occhi, in qualche modo, il crocefisso che la santa teneva in mano non avesse mutato forma in baionetta». Il suo tono, pur zoppicando in qualche incertezza, andava piano piano ingrassando e guadagnando spazio a piccole spallate gutturali tra le chiacchiere di Marisa e Enriqueta, tra il baccano delle risate di Gastòn Silva – (ci si sarebbe in realtà dovuto domandare chi lo avesse invitato, dopo tutto quel che era successo, o, almeno, chi gli avesse versato un bicchiere dopo l’altro dalla bottiglia di escudo rojo a cui Roberto teneva così tanto) – che tentava di divertire Ivan con barzellette che definire sconce era un complimento a cui nessuno, tra i presenti, si sarebbe voluto abbassare. «A quel punto» riprese Adele «una figura informe – apparsa, credo, nella coda del vento, o tra le dita di sabbia e ocra del tramonto soffocante – divenne d’improvviso qualcosa di diverso da un’ombra; era una… sì, una presenza, di carne e sogno, cellule irrequiete e accecanti bagliori. Mi disse di vedere anche lui quel che vedevo io. Poi si avvicinò alla statua, prese quella sorta di crocefisso-spada e…».

«Ma di chi diavolo stai parlando, tesoro?» (Marisa nuvola di ricci, dita tentacoli e unghie di fuoco che grida).

«Di un uomo al mercato di Corrientes» rispose Adele senza voltarsi, tornata, adesso, a essere più indecisa, con gli occhi che dai resti accatastati di Palacio Aragón avevano iniziato a rimbalzare sul vetro della finestra, punteggiato da chiodini d’acqua battente: nel riflesso poteva vedere il suo volto tondo, i capelli tagliati troppo corti (Roberto però le aveva detto che stava da diva, e a lei – sì, perché mentirsi? – quelle parole avevano spappolato, tra le mani e le sorgenti del dubbio, ogni cronica ritrosia al cambiamento).

«Intendi un uomo che non sia un mollusco produttore di bava funesta, Dedè?» (Enriqueta pastiglie di zucchero colorato, ciglia arboree tropicali, e gambe di fenicottero karateka).

«Sì, un uomo normale. E però anche misterioso» aggiunse Adele con impeto, voltandosi, cercando tra i bicchieri di silhouette diverse e i posaceneri già imbarcati di troppe macerie, il suo the caldo al limone con una minuscola – ci fosse stato Roberto avrebbe avuto da ridire sulla proiezione volumetrica del termine minuscola – goccia di gin. «Un uomo che mi consegnò un’arma di argilla e di luce. Un uomo che disse di chiamarsi…».

«O santa befana!» imprecò Marisa, accogliendo quell’annuncio (Marisa documenti con le date contraffatte, sigarette comprate al porto di Paseo Àlto schioccando le dita ai contrabbandieri dai cognomi balcanici, Marisa vita e speranza). «Ci risiamo, tesoro caro?».

Adele scrutò la linea paglierina del suo the, felicemente immobile, un’unghia sotto il collo del bicchiere. Il fumo trasparente s’innalzava dall’orlo: un camino dimenticato ancora acceso all’inizio della primavera. Bevve un sorso confortante, morbido e lieve, e pensò (immaginando il borbottio del sorriso ricurvo di Roberto), che sì, forse poteva avere ragione lui, si trattava di qualcosa di più ampio e lessicalmente appropriato – se riferito a quella goccia di gin – della parola minuscola.

«Sì, temo. Ci risiamo». Adele notò (sorprendendosi, forse) l’improvviso silenzio di tutti gli altri; un silenzio che la indusse a schiarirsi la voce prima di riprendere e dire: «Mi voltò d’improvviso le spalle e scomparve sotto la piega del giorno, e con lui anche la spada, che si disciolse tra le mie dita come ciglia di figli disperati. Sapevo bene chi fosse quell’uomo. Ma non ebbi il tempo di sentirgli pronunciare il suo nome. Quindi, chiedo a… Ivan Delgado, se lui ha mai incontrato, in un qualunque momento della sua vita, un uomo che si chiamava Leòn Sànchez».

 

 

 Non era stato Ivan a attaccare con la storia del cavallo moribondo che Leòn Sànchez avrebbe trascinato a mani nude fino alle sorgenti del Cahuariba, dissetandolo con i suoi palmi bruni, e ridestandone il respiro con pugni di pietre laviche. No, Ivan aveva accolto l’invito senza obiettare troppo, come era consono ai suoi avi galiziani, lisciando il sottile baffo biondo col dito appiccicoso di muco e resti di mare. Aveva accavallato le gambe e rintracciato nell’attenzione degli altri l’arrivo ormai imminente del suo momento oratorio. Gastòn Silva aveva girato per lui e per sé due sigarette senza filtro. Ivan aveva lasciato ballare per qualche istante la fiamma del suo accendino di plastica blu. In quella pausa, Adele aveva poggiato nuovamente il bicchiere sul tavolo di faggio rustico, che per quarant’anni era stato in casa dei genitori di Roberto, fino alla morte del padre; poi aveva alzato lo sguardo alle due lampadine smerigliate e paffute che scendevano dal soffitto di finte assi come palle di neve in una fotografia. Non si muoveva nulla nel bicchiere, (per la verità aveva provato ad allungare il collo anche verso quello di Gastòn Silva, il cui contenuto era però svanito, nuovamente, e nessuno – per beata fortuna – si era dato la briga di rimboccarglielo), né si muoveva nulla in aria, sopra le loro teste inumidite, e così poco confortate dalla stufa a legna che scricchiolava nell’angolo acuto della cucina.

Le due sigarette si accesero.

«Era estate» disse Ivan scorrendo con gli occhi sul lato lungo del tavolo, scivolando in avanti come uno di quegli sciatori pazzi che planano a gambe divaricate su un mozzicone di pista ghiacciata. «Un’estate piena di tuoni e funerali. Non avevamo ancora avuto la bambina, e il tempo per le mie escursioni non conosceva obiezioni. Presi il sentiero dei frati, dalla parte di Batallòn», Ivan Delgado si concesse una perlustrazione tra gli sguardi degli altri, sebbene fosse convinto che nessuno attorno a quel tavolo avesse mai camminato per più di venti minuti in un bosco di pianura, figuriamoci a milleottocento metri di altezza. Eppure si dovette ricredere. «La parte migliore, amico. Sempre da quel crinale bisogna infilarsi nel mostro di fango!», la voce del Cileno uscì smozzicata e traballante, le parole infilate tra i bocconi del rollè di verdure e uvetta che andava mangiando con un cucchiaino da caffè. Ivan fissò subito Adele che alzò le spalle e al contempo fece di sì con la testa, a validare quella presenza improvvisa: filamento di onda cerebrale sfuggitole chissà come.

«Ebbene, d’estate salgo nel primissimo pomeriggio e riscendo al tramonto, perché voglio arrivare a pettinare il teschio dei frati quando il sole è a metà del precipizio e posso concedergli di ficcarmi le dita negli occhi; di ricordarmi che anche senza peccato, quella sarà pure la mia sorte». Nonostante la piega macabra di quell’immagine, la voce di Ivan era accolta come quella di un padre, ascoltata da dietro l’ovatta fresca di lenzuola d’infanzia. Solo Marisa e Enriqueta si prendevano la licenza, di tanto in tanto, di limarsi le unghie con qualcosa che somigliava alla coda essiccata di un’iguana, o di brindare al suono del nome di qualcuno che soltanto loro (e Adele – se non è superfluo dirlo) potevano udire.

«Vi dicevo che quell’estate fu di coltelli e gioia dei contadini: acqua in abbondanza, ma nessuna voglia di condividerla col campo del vicino. Ecco, non ebbi la lucidità di salire al mattino, e ritrovarmi dai cari fraticelli nel primo pomeriggio, quando l’occhio di dio mi avrebbe giudicato dall’alto. Niente da fare. M’incamminai al mio solito orario, e tutto divenne scuro troppo presto. Il sole, semmai si fosse davvero destato quel giorno, era nascosto dalle nuvole, che mi schiacciavano il sudore nel cervello». Le sigarette bruciavano verso le dita, mentre il rollè, inghiottito dal Cileno a quantità buone per le larve da pesca, sembrava non finire mai.

«Quando arrivai in cima capii che poteva essere il giorno buono per un viaggio di sola andata. Il terreno era scivoloso, i soliti punti di riferimento nascosti dalle nevrosi degli uccelli e dagli artigli ostili dei rovi. Nonostante tutto, però, non potevo esimermi dal mio breve rito personale. Concedermi il mio tempo con quei frati che decisero di ammazzarsi tutti insieme, per protesta contro il Vicariato della capitale, tenendosi per mano e inghiottendo lo sperma di Satana. Quando riaprii gli occhi – perché ai frati dedico sempre un lungo momento di immedesimazione – lo vidi davanti a me. Gli stivali neri inadatti, un cappello ottocentesco, i capelli che fuggivano da sotto un nodo andaluso. Sembrava emerso dalla terra, o scivolato giù da un libro d’avventura. Quel giovane demonio!» (Giovane? si stupì Enriqueta). «Chi lo avrebbe detto, che solo grazie a lui, mi sarei riportato a casa la cotenna tutta intera?».

Ivan accolse la nuova sigaretta che Gastón Silva gli porse. Stavolta l’aveva girata per lui soltanto. Marisa fumava con le lunghe gambe stiracchiate, mentre Adele si sforzava di non farsi vedere smaniosa dell’ultima, inevitabile frase. Che, puntuale, come i lampi che avevano preso a illuminare la spina dorsale del Gran Corso, svuotato dall’ultimo terribile inverno di scosse di assestamento, arrivò.

«Non me lo disse esplicitamente, ma non ne ebbi il minimo dubbio» la fiamma, nella pausa, era un trucchetto cui Ivan non sapeva proprio resistere. «Si trattava di… No, quell’uomo era Leòn Sànchez». Poi il fumo, seguito dal respiro più lungo che aveva. «E adesso chiedo a Marisa Cappucci Belgrano, che di maschi se ne intende, se ha mai conosciuto nella sua vita qualcuno che si chiamasse…», quell’allusione aveva fatto schizzare Marisa dalla sedia (Marisa santa infuriata in processione sulle spalle del mondo, passi che dissanguano il pavimento, la grazia promiscua di una vendetta fuori tempo) e Ivan si trovò le parole ricacciate in bocca, con tutta la sigaretta e pure il filtro, che stavolta Gastòn Silva lo aveva messo; o così credeva Adele. Adele che non sapeva se rimanere seduta, come era solita imporsi in quelle circostanze, o se rincorrere Marisa (battito d’ali del rapace, lo sguardo obliquo del funambolo che indovina la carezza di una rete ben tirata), che a sua volta inseguiva Ivan nella stanza in cui Maya dormiva già dal pomeriggio.

Adele aveva preferito non svegliare la bambina per cena, e adesso quei due rischiavano di rovinare tutto. Roberto, anche quando era stanco, e gli occhi gli pesavano come un passato scritto con la grafia degli orchi, sapeva riaddormentare Maya carezzandola con la parte alta delle dita. Ma lei, che era sua madre, che era stata casa di pelle e fluidi e aspettative, lei che era lo stelo e parte del frutto, il primo linguaggio di cromosomi intraducibili, non aveva saputo imporsi questo dono. 

Smise però di tormentarsi perché, d’improvviso, le sembrò che le ombre della stanza si flessero, impercettibilmente, e il fiato le mancò per qualche istante. Tornò sui suoi passi, guardò i bicchieri sul tavolo e poi le lampadine. Una seconda volta. Bicchieri. Lampadine. La loro immobilità apparente la tranquillizzò. Adele raggiunse e frenò in tempo quei due che nessuno aveva mai visto neppure sfiorarsi, ma per le giravolte e le minacce che i loro corpi si concedevano a ogni minima vicinanza, c’era da indovinare fossero stati (o fossero ancora) amanti sinceri e clandestini.

Non appena tornarono attorno al tavolo, un tuono esplose proprio su Palacio Aragòn, senza essere annunciato da nessun fulmine o emicrania. Le luci si spensero dopo quello che a Adele parve lo scatto mortale di una ghigliottina. Adele si bloccò di nuovo. I suoi occhi scandagliarono la casa affamati dei più piccoli tremori. Il rumore della pioggia crebbe per diversi istanti, raccontando la consistenza di tutte le superfici su cui si abbatteva. Enriqueta accese alcune candele (sveltezza rettile, il ronzio di un’ape smarrita in una discarica di materie plastiche). Marisa poggiò il candelabro di ottone a tre braccia arcuate che lei stessa (naso aquilino dipinto su una tela, dita che tutto fanno ma solo con l’estremità minuta delle punte) aveva regalato a Adele e Roberto per il loro matrimonio. Tutte le fiammelle si dimostrarono stabili e appuntite come gocce di cristallo sul fondo di una grotta. Non era niente. Non-era-altro-che-un-tuono. E mentre – tornata a respirare con regolarità – Adele cercava di capire se Maya si fosse svegliata o si stesse lamentando, non fece neppure caso che al posto di Marisa (come richiesto da Ivan) a raccontare ci si era messa Enriqueta, (pavone sfuggente, sagge labbra del centro sud) e dopo di lei – poteva indovinarlo senza sforzo, a questo punto – sarebbe stato il turno di Gastòn Silva, impalato accanto alle due bottiglie di escudo rojo vuote, fin quando il Cileno, probabilmente non ancora sazio, si sarebbe messo a dire di un cavallo morente, e del suo salvatore.

 

 

«Non era giovane! Su questo proprio non sono d’accordo» aveva sentenziato Enriqueta (fumo di sigaretta che annuncia la catastrofe, parole liberate come pappagalli evasi da un circo): «forse le sue mani erano ancora giovani. Le mani, del resto, hanno un tempo tutto loro con cui consumarsi». Marisa invece non concordava sui capelli lunghi (Marisa ciuffi di segale che ballano bagnati dal sole, corrente avversa che piega pali della luce e spinge nei pozzi dell’acqua piovana i pareri altrui), e il Cileno continuava a dire che era impossibile che nessuno di loro lo avesse visto in compagnia del cavallo tanto amato, l’unico vero amico, per il quale Leòn Sànchez non aveva mangiato per settimane, preso com’era a farlo sopravvivere, rischiando di trasformarsi nell’ennesimo scheletro apparecchiato per i condor rachitici della valle del Patòn.

 Ma fu quando iniziò a raccontare Gastòn Silva (che sfacciato! qualcuno gli aveva forse chiesto di farlo? Adele – in accordo con Roberto – non aveva deciso, quantomeno, di non interpellarlo più?), che tutti si azzittirono, e sperarono il racconto finisse in fretta. O non finisse mai.

«Non ha aiutato affatto donne anziane a incontrare l’eterno riposo tra eserciti di betulle e l’abbraccio di nipoti mai conosciuti. Non è venuto in città per rapire quegli orfani a cui ha donato lenti sottili per guardare i marciapiedi e un cognome per dormire senza incubi. Avete parlato per un’ora, avete raccontato i vostri insulsi aneddoti» la voce roca, lenta: il crepitio di un fuoco in un accampamento devastato. «Il fatto è che non ne sapete proprio nulla di Leòn Sànchez». Adele ascoltava Gastòn Silva mordendosi il pollice, spiando con gli occhi le reazioni degli altri; e con il respiro corto. La pioggia intanto rastrellava senza indugio il mondo là fuori. «Come ha detto Ivan» Gastòn Silva scambiò uno sguardo con Ivan Delgado, che tentava di ricambiargli il favore girando tabacco in una cartina che si era però strappata e naufragava tra le sue dita come una minuscola scialuppa di salvataggio sovraccarica di terrore.

«Nessuno lo ha visto più da queste parti per anni, perché… perché aveva commesso un omicidio». Non si erano messe d’accordo, ma Enriqueta e Marisa guardarono in un sol gesto Adele, che però rimase immobile, il dito appeso ai denti che pareva un’ancora di un battello sottosopra. «O almeno» si corresse Gastòn Silva, «di questo fu incolpato». Uuuuff, sbuffarono, sollevate, le due donne. Il Cileno aveva ripreso invece a masticare; il rollè, che pure non era terminato, lo aveva stancato, e adesso si stava dedicando alla crostata di arachidi. «Lo hanno incolpato dell’omicidio di una donna» (il silenzio e lo sdegno, montavano assieme) «una donna per cui aveva imparato a piangere». La sigaretta era finalmente pronta. Gastòn Silva sollevò il bicchiere che però era rimasto vuoto e lo dovette rimettere giù senza soddisfazione. Lasciò che Ivan accendesse.

 «Leòn Sànchez si è nascosto per anni, topo negli scantinati, ruminante nell’oblio dei pomeriggi altrui. Ha imparato a vedere al buio, a sognare la morte e la vita nel loro compiersi supremo e simultaneo. Si è imposto di sopravvivere, rinnegato, unto dalla colpevolezza. Innominato e innominabile. Ma soprattutto ha coltivato il seme – e poi il fusto, fino al legno forte e stabile – della vendetta». Gastòn Silva si alzò, obbligando gli altri presenti a buttarsi indietro sugli schienali delle sedie, o puntellarsi sui talloni per non finire sul pavimento. Aveva fatto il giro completo del tavolo e, arrivato alle spalle di Adele, si era chinato, lento: un pirata che si specchia nell’incisivo d’oro di un cadavere. «E la vendetta la compirà stanotte. Perché è qui, in questa casa, che respira impunito il vero assassino!». Adele sentiva il peso del corpo di Gastòn Silva – la sua barbarie e la sua capacità affabulatoria – scaricato sulle spalle. Le sfuggì, di lato ma ben visibile, un sorriso pungente, quando gli altri sobbalzarono alle parole dell’uomo che li fissava uno a uno, lo sguardo del corvo, il respiro di un tetto che trema.

«Lo posso vedere» proseguì Gastòn Silva, sfilandosi la sigaretta dalle labbra spesse, annerite dal vino e dalle tante albe che aveva abitato. «Strisciare radente i muri, immaginare tutti i passi dell’uomo, o della donna, per cui ha deciso di rimanere sulla spuma del mare. Tra coloro che respirano. E… ec-co-lo là!» le teste di tutti si svitarono nella direzione in cui l’oratore si diresse. Solo il Cileno si alzò, fece piccoli passi verso i cassetti di alluminio accanto alla stufa. Gastòn Silva adesso parlava direttamente alla pioggia, al Gran Corso e ai suoi ponteggi tubolari sul lato est; parlava al Palacio Aragòn sdraiato sulla sua passata gloria. Teneva sottovuoto l’attesa degli altri, soffiando fumo sulle candele e, in un certo senso, incolpando lo squarcio nel cemento che si poteva indovinare all’inizio di Avenida Duarte, ormai disabitata da quel 13 agosto del 1995.

«Vieni, Leòn» disse, mentre il Cileno aveva infilato le mani nel cassetto, sotto lo sguardo terrorizzato di Enriqueta (stupore del pavone sotto la neve, il coraggio mai soverchiato di un Davide immerso nell’ombra infinita del suo eterno rivale). «Vieni a prendere chi sai tu. Lo vedete? Forza, lo vedete?». Adele fu l’unica a tentare di osservare la strada, scrutando il passaggio di qualcuno tra le pozzanghere e… – non poteva crederci, ma dovette in effetti dirsi che era tutto vero – una figura umana, nascosta da un cappello e una mantella scura, scivolava sotto i ponteggi, si nascondeva dalla luce fioca dei lampioni del lato ovest, gli unici rimasti con il loro, seppur lieve, alito vitale. Adele si avvicinò a Gastòn Silva – o comunque a quel che lui stava indicando – e non c’era alcun dubbio, quell’uomo, sì, Leòn Sanchez veniva attirato dal portone del loro palazzo come l’esagono di un bulloncino d’acciaio dalla calamita. Finché non scomparve dalla sua vista. Da quella di tutti, ma dalla sua, per forza di cose. E prima che il Cileno potesse far dono a Marisa del coltello da carne (Marisa pelle di serpente che muta, elmo di una guerriera estinta), la porta di casa si aprì che parve aver ceduto alla prepotenza di una palla di cannone.

Le candele spinsero le ombre contro il muro. Adele saltò in piedi. La figura dell’uomo che adesso si stagliava sulla soglia squarciata era completamente oscura, fradicia sulla mantella nera. Adele si guardò attorno, improvvisamente smarrita. Guardò l’uomo. Sul volto di entrambi la stessa domanda: Come era potuto accadere?
Come era potuto accadere, di nuovo?
Roberto si tolse cappello e mantella. «Non mi hai sentito? Ho dovuto forzare la porta con questa lastra di…» ma la sua attenzione era stata da subito orientata sul tavolo. Vide le bottiglie vuote, il vino travasato in due caraffe sul davanzale; i posaceneri sparsi sul tavolo che era stato di suo padre, ricolmi di molliche di pane. Una piccola piramide di tabacco preso evidentemente dal suo cassetto – dato che Adele non fumava – accanto a un accendino blu. Le candele consumate, la cera raffreddata come bava fossile millenaria. Un esercito di bicchieri ripieni di acqua sparsi un po’ ovunque, le sedie sparpagliate. Il liquido giallognolo nel calice che Roberto poteva indovinare avesse contenuto – per tre o quattro volte almeno – the al limone, con una goccia di gin. E Adele, sua moglie, con gli occhi piccoli di una lucertola in trappola.

 

 

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I cerchi concentrici. Quando nel bicchiere d’acqua vedi i cerchi concentrici, figlia mia, prendi sottobraccio le persone care e buttati in strada.
Adele non aveva pensato ad altro, quando alle 7.32 del 13 agosto 1995 si era ritrovata, sola con la bambina, a guardare i fili delle lampadine scalciare come muli inseguiti dalle vespe. Il pavimento che scivolava sotto ogni passo. Non aveva fatto in tempo a mettere le scarpe, ma come le aveva sempre consigliato la signora Jimenez Doria, da ormai due anni non faceva mancare un bicchiere d’acqua pieno fino all’orlo sul comodino accanto al letto. Le aveva salvato la vita.

La signora Jimenez Doria – aveva chiesto a Adele e Roberto di chiamarla semplicemente Alba – era sopravvissuta al terribile terremoto del ’56. Non, però, a quello di quarant’anni dopo. Decisamente più lieve sulla scala di misurazione, ma non su quella dello spavento, dell’impotenza: una singola scossa aveva ferito circa centotrenta persone in tutta la città, causando nove morti – contati nelle settimane a venire, con disperazione, ma anche con un surreale senso di aritmetico sollievo: solo nove, si disse per tutto l’autunno; e per il freddo inverno, fatto di accampamenti e roulotte, di aiuti dalle città vicine. Un inverno sprofondato negli abissi della testardaggine di chi No, non è neppure in discussione, questa casa non la lascio.

Un edificio su sette, nella loro municipalità, era stato segnato dalla vernice rossa: inagibile. Nel quartiere in cui abitavano Adele e Roberto – comunemente chiamato Gran Corso, ma che gli anziani amavano ancora appellare Tana de los Tigres – vicino al punto critico della scossa, si adottò il colore giallo, per gli edifici che pur danneggiati non erano stati censiti come da demolire.

Paulo Juan Jimenez, marito della signora Alba, era sopravvissuto. Adele lo andava spesso a trovare con Maya, cercando di riempire il silenzio asciutto di quell’uomo odoroso di polvere, finestre chiuse e lacrime incrostate. Adele pensava che il disinteresse che aleggiava attorno alla morte dei quattro anziani di quel conto, tra cui appunto Alba Jimenez Doria, di anni settantanove, era la cosa che più di ogni altra la faceva sentire lontana dal genere umano, così come lo conosceva.

«Cosa c’è?». Adele si scostò dal petto di Roberto. Lui, guardandola dall’alto, e lanciando una veloce occhiata al tavolo, disse: «Sono qui». La loro casa era stata segnata con la vernice gialla. Nell’inverno del 1996 le scosse di assestamento li avevano trovati con le scarpe allacciate, la valigia con le due tracolle di stoffa ben posizionata dietro la porta della cucina. Solo quando era nata Maya erano stati così pronti, reattivi, famelici. Ma, del resto, la vita e la morte si finisce per accoglierle in maniera troppo simile l’un l’altra. Sbagliando.
Roberto travasò il vino dalle caraffe alle due bottiglie di escudo rojo. Tappò una con un tozzo di sughero e l’altra con un dosatore di alluminio. Si riempì mezzo bicchiere e staccò un pezzo dalla crostata di arachidi. Adele stava riponendo bicchieri e posate nel lavandino della cucina, quando i suoi occhi schizzarono dentro quelli del marito: «Maya! Corri!».
«Che succede?»
«I cerchi Roberto, guarda il tuo bicchiere!»

Adele iniziò a tremare. Roberto accese finalmente la luce. Le poche candele rimaste a bruciare sembrarono dei nani dispersi al centro di un libro illustrato di fiabe. «Amore, calma. Io non sento nie…». I piatti che Adele aveva in mano caddero per terra, Roberto non fece in tempo ad afferrarne neanche uno. I resti del rollè di verdura e uvetta – che Adele aveva appena toccato – rimbalzarono sul pavimento assieme agli spigoli di ceramica. Il pianto di Maya sembrò l’allarme antiaereo che la signora Alba, scappata dall’Italia nel 1944, aveva spesso raccontato loro. Roberto però non si mosse.
«Amore non è niente. Non sta succed…»
«Corri da Maya, usciamo! Roberto usciamo!»

Forse doveva essere andata così anche la mattina di quel 13 agosto. Roberto non era mai riuscito a farselo raccontare da sua moglie. Mai, almeno, per due volte allo stesso modo. Lui ascoltò la notizia al radiogiornale delle 8.00, nella stanza di albergo di Valenciaga, dov’era per lavoro. La sera prima a bere whiskey con i colleghi dopo aver preso una buona commessa dall’ente portuale regionale. Da quando era nata Maya, Roberto non si concedeva che qualche sporadica uscita serale. Aveva dimenticato da quanto tempo non aveva provato piacere nell’incrociare lo sguardo di una donna. I ricci biondi, la pelle slavata dei figli del nord. Avevano fumato e bevuto, e tirato fino a tardi; e immaginato quel che sarebbe potuto accadere, – il rossetto, il profumo, il tempo dilatato dentro la routine di un padre.

Eppure, pensandoci, poteva ricordare – e più che altro respirare nuovamente, assaporare in tutta l’immutata amarezza – la sensazione di distanza fisica e colpa straziante per non essere stato anche lui là, a barcollare tra le pareti che flettono, le gambe che non sanno dove andare; la rapidità degli anziani – almeno quelli del’55 – nell’appiattirsi come bambini, sulle pance salvifiche dei muri portanti.
«Amore, ti prego, non oggi. Non ricominciamo. Ti prego».
«Roberto, devi credermi. Moriremo tutti. Moriremo tu…»

Adele era appesa ai polsi del marito, che le teneva quel volto tondo, trasfigurato, tra le mani. Il volto che in quel momento gli poteva far presagire come Adele sarebbe invecchiata. L’espressione di un quadro di qualche pittore tedesco o fiammingo, di quelli che riuscivano a immortalare la disperazione della consapevolezza degli uomini, nell’essere uomini. La stessa – e questo terrorizzò Roberto – di quel giorno di novembre in cui tornò a casa di sera tardi, con l’ultima corriera, dalla capitale. Il pianto singhiozzato di Maya si poteva sentire dalla strada. Adele, ferma in piedi al centro del salone, fissava la bambina, disperata, e bloccata dalle cinture del seggiolone di legno. Roberto si era gettato sulla figlia, le aveva carezzato le chiazze rosse sul volto, sulle mani; le aveva pulito il naso e gli occhi e l’aveva presa in braccio. Solo dopo quella sequenza di gesti, Adele sembrò accendersi, negli occhi un interruttore di vita che fino a quel momento a Roberto era parso del tutto assente. “È stato Gastòn Silva!” aveva recitato Adele, con una voce distante, ma consapevole. Roberto aveva dovuto sentirglielo ripetere almeno cinque volte, prima di chiederle cosa stesse farneticando. Chi diavolo fosse questo tizio e perché Maya aveva il segno rosa di uno schiaffo sulla guancia. Secondo Adele la colpa era di quell’uomo. Aveva costretto Maya a mangiare tutto il sufflè di patate e finocchi e non si era fermato davanti a nulla. E non era vero quel che obiettava Roberto – che non ci fosse nessun altro – perché Adele non si era sbagliata: era tutta colpa di Gastòn Silva: come poteva non capirlo?

Roberto aveva messo insieme alcune cose della bambina ed era uscito di casa, gridando ad Adele che era impazzita. Di non muoversi da casa. Aveva poi portato Maya da sua cugina Lucretia Luna e era andato a cercare Sergio, e dopo Sergio, Miguel, ma nessuno dei due era in casa. Né al Bar deportivo Sangallo. Aveva bevuto due birre e un whiskey, ignorando i tentativi di chiacchiera di qualche conoscente. Poi si era lasciato trascinare dalla tentazione di andare a citofonare al portone di Estela. Che idiota a lasciarla per Adele! Ma aveva respirato nella notte. Profondamente. E ascoltato il suono dei suoi passi. Recuperando le forze mentali. Poi era tornato da Lucretia, l’aveva ringraziata e preso Maya tra le braccia. La zia le aveva messo il pigiama, l’aveva coccolata. In tutto era passata appena un’ora. Roberto era tornato a casa con la figlia. L’aveva messa a dormire. Adele era rannicchiata nel letto matrimoniale. Non si erano nemmeno salutati. Roberto si era sdraiato per terra accanto al lettino con le spalliere.

«Prendi la valigia e esci» disse Roberto, ritornando dai ricordi. «Io vado da Maya».
Adele si lanciò per le scale con il borsone. E mentre i denti le battevano, e i femori, instabili, decidevano dove portarla, sentì Maya smettere di piangere, e la poté immaginare tra le braccia di Roberto. Tra le braccia di Roberto. Tra le braccia di Roberto.

 

 

La copertina cartonata di Sotto il vulcano di Malcolm Lowry ondeggiava lievemente, al ritmo del respiro profondo di Roberto. Adele socchiuse la porta, ma questo bastò per far inarcare un sopracciglio a suo marito. Roberto masticò con le labbra appiccicose. Un solo occhio aperto: «Devo venire io?».
«No» rispose Adele, con eccitata esitazione. «Si è addormentata».

«Hai visto?» le chiese lui senza nessuna enfasi, anzi, con una certa durezza, liberandosi del libro e mettendosi sui gomiti. «Non “vuole solo papà”, allora».
Adele si tolse le scarpe per la prima volta in tutta la giornata. Le infilò nella scarpiera che Roberto aveva disegnato, intagliato e piallato con le sue mani, da cui estrasse i mocassini nocciola che posizionò ben allineati sullo scendiletto a trama mosaicata. Tirò su le coperte e Roberto riscivolò all’indietro.
«Scusa amor…», Roberto non le permise di finire la frase. Aveva preso tanta acqua che l’avrebbe ricordata per mesi. L’ultimo autobus perduto, le chiavi di casa dimenticate. Ma non voleva più rimanere a dormire fuori quando la distanza tra l’ennesimo salone del mobile e casa loro glielo permetteva. La scena che aveva trovato quella sera, però, lo aveva trascinato un anno indietro. Perché dopo novembre c’era stato gennaio, poi martedì grasso con la storia di una certa Carmen Lena che si sarebbe innamorata di lui; e ancora l’11 marzo, una data che Roberto non poteva dimenticare, perché suo padre, morto sette anni prima, avrebbe compiuto sessant’anni. E quella sera Adele aveva esplicitamente detto a Roberto di una serie di persone, o personaggi, che le facevano visita, e che lei era sopraffatta, e triste, perché se ne accorgeva che tutto ciò li stesse allontanando, così come Maya, che da quando era arrivata il tempo per loro due non ce ne era stato quasi più. Ma Roberto non voleva più sentir parlare di nessun fantasma, o follia – perché questi erano i due punti cardinali entro cui si muoveva la sua rabbia. Come all’inizio dell’inverno precedente, anche l’11 marzo era uscito con Maya, che ormai camminava e chiamava la mamma senza capire perché fuggissero da lei.

Girarono per il quartiere. Roberto fumava. La bambina inventava delle storie per andare incontro al sonno. L’inverno sembrava finito da una vita, e l’aria della sera era la carezza più piacevole che si potesse immaginare. Con Maya in braccio, Roberto era andato a bussare da Paulo Juan Jimenez, il loro vicino. L’uomo, che non sembrava potersi sorprendere più di nulla, li fece entrare. Roberto bevve il liquore d’alloro dal bicchierino che il signor Jimenez riempiva di continuo. Maya addormentata sulle ginocchia, avvolta da una coperta lilla. I due uomini si erano parlati. O meglio: Roberto aveva liberato tutti i suoi mostri. Era stato sull’orlo di piangere. No, aveva pianto, e si era sentito un ladro di attenzioni, davanti a quell’uomo che aveva perso la compagna di una vita sotto le macerie di un negozio di prodotti casalinghi. Ci fu un lungo silenzio, in cui il respiro di Maya ronzava tra la distanza abissale dei due uomini. Poi, Paulo Juan Jimenez aprì finalmente bocca – una spaccatura nel tufo, su un volto intagliato nella corteccia, emerso come per sbaglio, nel vestito grigio inamidato. Jimenez chiese a Roberto di ricordarsi – se c’era stata – la volta in cui sua moglie lo aveva salvato da sé stesso. Di ricordarsela. Alba – aggiunse – mi salvò almeno due volte.

Adele si rannicchiò accanto alle ginocchia di Roberto, sotto le coperte. Lui le carezzò i capelli con una mano. Anzi, con la parte alta delle dita. Si sforzò per farlo, ma sapeva che era la cosa giusta. Adele si sentì improvvisamente stanca e affranta, seppure fosse nell’unico luogo necessario nella sua vita. Così pensò. Non poteva nascondersi, si sentiva piccola, sbagliata, friabile come pasta di vetro. Scoppiò a piangere. Non sapeva se per il contatto delle dita di Roberto o per la voce, da dentro, che continuava a maledirla. Adele pensava a Roberto sulla porta. Alla mantella bagnata. Alla sua immagine negli occhi del marito. Prendi la valigia e esci. Poi quella corsa folle per le scale. Adele si era messa a bussare con incontenibile foga alla porta del Signor Jimenez, che morto di sonno si era presentato vestito di tutto punto per un funerale che avrebbe potuto anche essere il suo. Andiamo, forza, non ha sentito? No, non aveva sentito nulla e, aggiunse l’uomo, Adele avrebbe dovuto guardare in strada, per capire. I Torreira non erano scesi. L’avvocato Baldassarri neanche. Le prostitute di calle Domina Pedera si intravedevano facilmente, caute come ombre cinesi, nella loro oscura marcia senza vie d’uscita. «Non è niente, figlia cara» le aveva detto l’anziano richiudendo la porta.

E Roberto? A cosa pensava, dall’altra parte di quel contatto di pelle, e cute, e neutroni stanchi che si scontrano per non abbandonarsi?
Pensava al periodo in cui il feretro con il corpo di suo padre attraversava tutte le loro giornate. Adele con una prima gravidanza terminata nel pianto e negli spasmi, ma le mani tese al suo interminabile lutto. Pensava al licenziamento dal mobilificio dei fratelli Solano Lopez. Le notti in cui non rientrava in casa. Le finestre sbattute dalle domande senza risposte. Gli assegni del dipartimento del lavoro finiti da mesi. Adele che insegnava francese e storia al magistero. E puliva, la domenica, le case dei vicini. Roberto aveva prosciugato ogni futuro e ogni sorriso. Aveva deciso di guardare solo il suo temporale, lasciando appassire il tempo condiviso, oltre che ogni desiderio di sua moglie. Ma quando tutto questo finì, lei era ancora là. E aveva sollevato ogni giorno la saracinesca della loro sopravvivenza. Aveva digerito la rabbia, l’aveva espulsa in vomiti invisibili, autolesionisti. Senza però mai rinnegare il nome segreto della loro unione.

«Sai, stasera a lavoro, proprio prima di venire via, ho conosciuto un tipo» disse Roberto, che sentiva Adele piangere e si dovette cucire gli occhi con il pensiero, per trattenere anche le sue, di lacrime. «Era un bel ragazzo, con la barba corta, i capelli grigi, gli occhi verdi. Credo che venisse da Montevideo. Si chiamava… », il peso del sonno e una tristezza strisciante lo costrinsero a scandire ogni parola. «Si chiamava…» Adele riemerse dal rifugio di lenzuola. Per abitudine tentò di rassettarsi i capelli, ma con quel taglio non ce n’era bisogno. Si passò il dorso della mano sotto il naso. Le guance le lasciò rigate di rimmel. Non sapeva se credere. Non sapeva bene cosa stesse accadendo. Sapeva però – non che in fondo, in cuor suo, quei dubbi che così spesso le venivano fossero davvero così forti da destabilizzarla definitivamente – che Roberto sarebbe rimasto accanto a lei. Qualsiasi cosa questo volesse ancora dire. Accanto a lei. Accanto a lei.
«Come si chiamava… stavolta?» chiese Roberto, la testa incastonata nel cuscino.
«Cosa…»
«Dai, Dedè, come si chiamava stav…»
«Leòn Sànchez» disse Adele, come un colpo d’ascia sul legno rassegnato.
«Era un bel ragazzo, dicevo. La barba corta, i capelli grigi, gli occhi verdi. Credo che venisse da Montevideo, anzi lui mi ha detto di essere di là. Cioè non di nascita. Ma che era arrivato la notte prima da Montevideo. Si chiamava Leòn Sànchez, sì».
L’occhio aperto di Roberto ruotò verso la punta di sorriso di Adele. «Che c’è? Non sto andando bene? Non…».
«No, amore, ma che dici?» disse Adele, allungandosi sul petto del marito. La donna, la figlia, la madre e la compagna di quell’uomo. «Mi sembra strano che gli occhi fossero verdi. Tutto qui. Avrei giurato li avesse neri».
«Ah sì? E che si fa in questi…»
«Niente. Niente. Continua, ti prego».


Lorenzo Iervolino