Réthymno - Domenico Ippolito

Réthymno. Sono ancora a Réthymno.

Non riuscirò mai più a sfuggire all’odore del mare, lo sento di continuo, è una saetta che entra nelle narici riempiendomi i pensieri di aria salata. La testa mi gira come una palla di cannone lanciata dall’altra parte dell’isola.

I soldati salgono sopra la Fortezza per controllare la città vecchia, ma questa notte non arriverà nessuno, all’alba Creta verrà evacuata. Le luci si sono spente presto. Il buio mi ha permesso di venire quassù. Si vede ancora qualcosa, i bastioni illuminati dalla luna, un pozzo di splendore che ha rovesciato Creta nel Mediterraneo.

Mi arrampico per sfuggire al mare, riparandomi dietro le torrette. Riesco a respirare aria sana, torno lucido, ricordo che sono giunto a Réthymno dal cielo. Oliver e io ci lanciammo nello stesso momento; a terra, lui restò impigliato tra i rami di una quercia e venne freddato a pistolettate dalla fanteria greca, col paracadute ancora allacciato.

Mi arrampico sulla duna di sabbia per sfuggire al vento salino che sferza le mie cicatrici. Entrerò nella Fortezza a notte fonda, troverò i fantasmi dei miei compagni che hanno prestato servizio qui: il maggiore Lehmann, l’aiutante di campo polacco, i due capitani di vascello italiani che mi hanno insegnato a giocare a carte. Non tutti sono morti, qualcuno è semplicemente scomparso, o fuggito.

Forse ci sarai anche tu, Adele. Ricordi quando mi hai salvato la prima volta? La guarnigione di Kissamos era stata bombardata, il tenente Stüber e io eravamo rimasti sotto le macerie, per lui non c’era più niente da fare, ma io ero ancora vivo, a parte la gamba. Noi della Wehrmacht dividiamo il tempo in settimane. Ce ne hai messe sette per curarla, Adele, ma grazie a te sono tornato a camminare.

Il mare entra sottovento e sibila minaccioso dal basso, espande piano le grida isteriche delle onde e le rovescia nel cielo. L’odore mi colpisce di nuovo, forte come una lancia scagliata da un assalitore nascosto. Mi copro la testa.

Trascorre un’ora. Posso riprendere il cammino fino al porto. Striscio lungo le pareti di Arkadiou, la strada che taglia la città vecchia in due tronconi. La cantina, il mio rifugio, si trova sotto la Loggia veneziana. Questo era il nostro quartier generale, prima che finisse tutto. Eppure, le nostre canzoni, il calpestio degli stivali, l'impasto di cemento e cadaveri sono rimasti qui dentro, a Réthymno, nelle mura degli edifici, tra le pietre del selciato.

Chissà quanto manca all’alba, forse ancora mezz’ora, o solo qualche minuto. Vagherò ancora per poco, nel limbo dell’aurora.

Era notte quando gli inglesi hanno preso Réthymno e io sono stato colpito da un’infilata di mitraglia. Di nuovo la corsa al campo in barella, sotto il fuoco nemico; di nuovo tu, Adele, che mi accarezzavi la fronte con un panno gelido mentre il tenente Schneider mi estraeva le pallottole dal torace con la pinza, una dopo l’altra. È stato allora che per non lasciare che svenissi dal dolore mi hai raccontato di una casa sulla spiaggia, di bottiglie di Retsina conservate in cantina, di una terrazza affacciata sulla piccola darsena. Sono rimasto sveglio, e vivo, perché dovevamo andarci insieme, dopo aver ripreso Réthymno. Invece, abbiamo perso il controllo di tutta l’isola, l’ospedale militare è stato chiuso, il personale sfollato, i soldati del mio reggimento fatti prigionieri.

L’intera città si svuoterà presto. Secondo gli accordi, gli inglesi ficcheranno i superstiti su blindato per Herákleion, la capitale di Creta, e ci condurranno in Grecia via mare, in un campo di prigionia alle porte di Salonicco. Prima o poi ci riporteranno in Germania, o quel che ne è rimasto in piedi. Alcuni dicono che non sia rimasto più niente e che la Germania non esista più. Poco male, dicono altri: quello che è a terra verrà rialzato, esisterà qualcos’altro, perché viviamo tutti due vite. Eppure, io non mi sento a metà strada. Quando ho toccato il suolo di Réthymno per la prima volta, piombando dalle nuvole, ho capito che non avrei potuto disfarmi di questa città, che non avrei mai più lasciato Creta, nemmeno se l’avessi voluto, perché è diventata la mia vita.

Adele, all’alba te ne andrai, ti volterai per cercarmi, ma io non ci sarò. Anche i miei compagni, i mutilati, gli impazziti, quelli ancora sani, partiranno da soli. Io resterò qui, non tornerò indietro. Restare qui per me significa andare più indietro ancora, fino al punto in cui non ci sarà più nulla a cui tornare e io finalmente potrò dire di non aver vissuto. Ora capisco. Il convoglio per Herákleion non porterà mai nessuno così a ritroso; io, invece, lo farò. Ciò che prima era un avamposto, può diventare la retroguardia più remota. Me ne starò qui, così indietro che le mie ferite si rimargineranno, la pelle tornerà sana e l’odore del mare, di notte, con gli occhi chiusi, sparirà.

 

Domenico Ippolito